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Panama Papers su Xi Jinping. È «patriottico» fare la campagna anti-corruzione con i conti offshore?

aprile 4, 2016 Leone Grotti

I nuovi documenti trafugati non contengono niente di nuovo ma secondo gli standard comunisti cinesi, Xi dovrebbe essere definito «ingrato e traditore»

Le indagini sui paperoni del mondo con i conti offshore lasciano il tempo che trovano: occupano le prime pagine dei giornali per qualche giorno e poi scompaiono nel dimenticatoio. In Cina è diverso: non solo perché le notizie negative sui leader comunisti non arrivano mai sui giornali, ma soprattutto perché pochi documenti trafugati sono in grado di smontare anni di propaganda di Stato.

PANAMA PAPERS. Tra i cosiddetti “Panama Papers”, cioè 11,5 milioni di documenti segreti trafugati allo studio legale di Panama Mossack Fonseca e fatti arrivare in modo anonimo a decine di giornali aderenti all’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), ce ne sono diversi che parlano della Cina. I documenti rivelano in particolare due compagnie offshore fondate alle Isole Vergini Britanniche dal cognato del presidente della Cina Xi Jinping, nonché segretario generale del partito comunista, comandante in carica dell’esercito e di tante altre cose, e fondi legati ad almeno otto membri (anche attuali) del potentissimo Comitato centrale del Politburo del Partito comunista cinese.

NIENTE DI NUOVO. Non c’è da rimanere troppo sorpresi. Le società del nipote di Xi e quelle di tutti gli altri erano conosciute fin dal 2014, quando sempre Icij aveva analizzato e diffuso 2,5 milioni di documenti trafugati. La Cina, inoltre, è il maggior esportatore di capitali illeciti al mondo. Si parla di un giro di affari, secondo Clark Gascoigne, portavoce del Global Financial Integrity, di «circa mille miliardi di dollari». Inoltre, già nel 2013 un rapporto aveva mostrato che la famiglia di Xi possiede una ricchezza stimabile in oltre un miliardo e mezzo di dollari. Una cifra enorme, se si tiene conto che il Pil pro capite annuale cinese è pari a 7.500 dollari.

CAMPAGNA ANTI-CORRUZIONE. I nuovi documenti, dunque, non sono affatto nuovi ma contribuiscono a danneggiare l’immagine di Xi, uno che per contratto dovrebbe stare «vicino alle masse». Il marchio di fabbrica della politica del presidente cinese è la campagna anti-corruzione lanciata nel 2013, indispensabile per realizzare il «sogno cinese», e non a caso definita dal leader comunista come «fondamentale per la tenuta e la sopravvivenza del partito comunista».

TUTTO È CORRUZIONE. La campagna anti-corruzione ha già messo sotto indagine migliaia di membri del partito comunista ed è così capillare che ormai in molte province non vengono più approvati progetti edilizi importanti, per paura che finiscano sotto la lente degli ispettori. La corruzione, diffusa in ogni ambito della vita cinese (servono bustarelle anche per farsi curare in ospedale), è stata estesa al massimo nel suo significato da Xi: per un membro del partito anche credere in Dio, ad esempio, è considerato corruzione.

«SISTEMA MALVAGIO». Che la campagna sia soprattutto un modo per abbattere gli oppositori politici di Xi non è più un segreto e non a caso gli attivisti che hanno osato denunciare la corruzione del partito sono stati arrestati e condannati a pene che vanno dai tre ai sette anni di carcere. Come evidenziato da un noto commentatore politico cinese, Li Datong, «la lotta alla corruzione è una via senza uscita. Perché il terreno è malvagio. Il sistema è malvagio. Non sono gli ufficiali ad essere corrotti, è il sistema. Purtroppo è impossibile che le autorità cambino il sistema perché significherebbe dare più potere al popolo per controllare quelli che comandano». Ma la campagna anti-corruzione ha esattamente lo scopo di dare sempre più potere al partito-Stato.

PATRIOTTISMO. Come si concilia però questa battaglia con centinaia di milioni di dollari tenuti in conti offshore? Difficile dirlo. Solo l’anno scorso i giornali del partito comunista hanno distrutto l’immagine dell’uomo più ricco di tutta l’Asia, Li Ka-shing, definendolo «ingrato e traditore», per aver venduto molti dei suoi asset cinesi più importanti e usato i proventi per far spesa in Occidente. Vendere in Cina per comprare in Occidente, secondo il Quotidiano del popolo, «non è patriottico». E aprire conti offshore e fondare aziende nelle Isole Vergini Britanniche, invece?

Foto Ansa


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