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Padre Romano Scalfi. Ritratto dello starets d’Occidente

gennaio 31, 2017 Stefano Caprio

Maestro di vita e di fede, fece conoscere a tutti cosa accadeva realmente in Urss. Ritratto personale e “storico” di padre Romano Scalfi, da poco scomparso

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Padre Romano Scalfi ha vissuto quasi un secolo intero (1923-2016), rappresentando per moltissime persone un punto di riferimento e una guida spirituale molto speciale. Nato a Tione in Trentino, era diventato sacerdote nel 1948, dopo che la II Guerra Mondiale aveva sconvolto gli equilibri politici e culturali dei secoli passati, lasciando il mondo in un permanente conflitto tra diversi sistemi e concezioni del mondo. Tre anni prima la Conferenza di Yalta aveva creato lo schema della spartizione del mondo in due grandi blocchi: era il mondo dei capitalisti contro i socialisti, ma anche degli atei contro i cristiani, anche se in realtà le cose non erano così semplici (tra gli atei rimanevano molti credenti, e i bravi cristiani diventavano velocemente più atei degli atei), e la Chiesa cattolica del papa Pio XII chiamava tutti i fedeli, e specialmente i sacerdoti, a una grande crociata contro i nemici della fede.

In questa crociata, ovviamente, un posto speciale spettava alle iniziative della Chiesa cattolica nei confronti della Russia staliniana, epicentro del cosiddetto “impero del male” dell’ateismo militante. La Russia, del resto, suscitava nei vertici della Chiesa cattolica un vivo interesse da molto tempo, anzi da molti secoli; unico grande paese ortodosso rimasto libero dalla dominazione ottomana, dopo la fine del Medioevo, era ritenuto da Roma la chiave per giungere all’unione di tutti i cristiani, che sarebbe dovuta nascere proprio dalla rinnovata fratellanza tra gli ortodossi e i cattolici, uniti dalla comune tradizione apostolica e patristica. I tentativi di avvicinare la Russia all’Occidente latino si erano moltiplicati nel corso dei secoli, con piani anche molto audaci e creativi, dalle trattative diplomatiche ai matrimoni combinati, missioni segrete e invio in Russia di artisti, ingegneri e architetti, passando dall’Unione con Roma delle diocesi ucraine del 1596 alla tutela della Compagnia di Gesù da parte della zarina Caterina II a fine Settecento.

All’inizio del XX secolo, la Chiesa cattolica aveva nuovamente messo in campo grandi progetti per ricongiungersi alla Russia e a tutto l’Oriente cristiano: nel 1917, proprio durante la rivoluzione russa, era stata istituita la Congregazione per le Chiese Orientali e aperto il Pontificio Istituto Orientale, affidato ai gesuiti per lo studio delle tradizioni orientali del cristianesimo, e in particolare proprio di quella russa. La tragica evoluzione degli eventi rivoluzionari, con la nascita della Russia sovietica, aveva portato nel 1920 anche a formare una speciale commissione vaticana Pro Russia, sottoposta direttamente ai papi (Benedetto XV, poi Pio XI e Pio XII) e guidata per oltre un decennio dal gesuita francese Michel d’Herbigny.

Il piano della Pro Russia era la penetrazione e la diffusione in Russia di un cattolicesimo molto militante e spregiudicato, addirittura con la speciale concessione ai sacerdoti incaricati di questa missione della facoltà di celebrare anche nel rito bizantino degli ortodossi, il cosiddetto “bi-ritualismo”, normalmente escluso dalla pratica ecclesiastica normale. Fu creato allo scopo anche uno speciale seminario, sempre guidato dai gesuiti, il Collegio Russicum di Roma, dove si praticava il rito bizantino-slavo e si parlava la lingua russa; i sacerdoti, diocesani e religiosi, che giungevano da tutto il mondo, venivano distaccati dalle loro giurisdizioni originarie per mettersi al servizio esclusivo della missione Pro Russia, «quotidie dare Domino in sacrificium seipsos pro populo Russo», secondo la formulazione ufficiale. I missionari cattolici dovevano essere pronti perfino a sostituire i preti ortodossi, che sembravano destinati a finire tutti nell’inferno del Gulag sovietico.

Identificati, espulsi, uccisi
Durante le vicende belliche, alcuni sacerdoti del Russicum vennero inviati nei territori ucraini e russi occupati dai nazisti, che nel 1941 con la famosa “Operazione Barbarossa”, la più vasta operazione militare terrestre di tutti i tempi, avevano rotto il patto con Stalin del 1939. I tedeschi invasero la Russia da nord, attraversi i paesi baltici e la Russia settentrionale, altre divisioni marciarono attraverso la Bielorussia e le regioni centro-occidentali dell’Unione Sovietica e da sud penetrarono in Ucraina e nei territori a nord del Caucaso. Alcune decine di sacerdoti cercarono di inserirsi in queste divisioni come cappellani delle armate tedesche e italiane, perfino come semplici soldati, allo scopo di essere presenti e attivi sul territorio, anche qualora la guerra fosse stata vinta dai sovietici, e le terre riconquistate. Così in effetti avvenne, ma tutti i missionari del Russicum vennero immediatamente identificati ed espulsi, alcuni di loro furono uccisi, altri imprigionati e detenuti a lungo nei lager.

Il fallimento della missione bellica non spense, anzi alimentò ancor di più il fervore delle iniziative cattoliche verso la Russia. Il papa Pio XII già nel 1942, su richiesta della veggente suor Lucia di Fatima, aveva consacrato il mondo al Cuore Immacolato di Maria, con un chiaro accenno alla Russia, e consacrò poi direttamente i popoli della Russia nel 1952, invitando tutte le Chiese del mondo a unirsi nella preghiera e a mettere a disposizione tutte le energie, soprattutto quelle dei giovani orientati al sacerdozio, per favorire questa grande missione della Chiesa.

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Cortina di ferro impenetrabile
Padre Scalfi fu tra i primi a rispondere con entusiasmo, entrando nel Collegio Russicum di Roma all’inizio dell’anno accademico 1951-52. Insieme a lui si trovarono molti altri giovani sacerdoti, spinti dall’idea di ricostruire spiritualmente un mondo distrutto dall’odio e dalla violenza. Il dopoguerra vide infatti una grande affluenza di vocazioni, non solo al Russicum, ma in tutto il mondo bisognoso della pace e dell’assistenza della Chiesa. La terra di nascita di padre Scalfi, il Trentino, fu una delle più generose, e molti di quei giovani si dedicarono a quella missione così audace e rischiosa, rivolta ai paesi dominati dal “diavolo comunista” in Russia e in Europa Orientale. Molti sacerdoti insieme a lui passarono in quegli anni dal Russicum e dagli studi del Pontificio Istituto Orientale, soprattutto uomini provenienti dagli ex-territori dell’Impero Austro-Ungarico, di cui anche Trento faceva parte, e che aveva riunito per secoli cristiani d’Oriente e d’Occidente.

Ad essi si proponevano due diversi approcci di specializzazione: uno dedicato alla riscoperta della spiritualità bizantino-slava della tradizione russa, e l’altro allo studio della filosofia e della sociologia, in particolare del marxismo-leninismo, per meglio conoscere e confutare l’avversario. Sulla base di questi studi, i gesuiti aprirono uno dei più grandi centri di studi sul marxismo di tutto il mondo. A tutti gli studenti s’imponeva lo studio intensivo della lingua russa, con cui si doveva conversare anche a tavola, e la partecipazione quotidiana alla liturgia bizantina nella versione slavo-ecclesiastica, per ottenere le facoltà di celebrazione bi-ritualista (quasi tutti celebravano anche la Messa latina, prima di recarsi a quella orientale). Nel 1954, padre Scalfi ottenne la laurea in Scienze Sociali, avendo preferito la specializzazione “marxista”, essendosi allo stesso tempo impregnato di teologia e liturgia orientale.

Già durante gli studi, dietro sollecitazione dei superiori e dei professori gesuiti dell’Orientale e del Russicum, padre Scalfi e altri studenti avevano iniziato a pubblicare un “Notiziario religioso russo”, anche con il titolo di Russia Cristiana, che lo accompagnerà per il resto della vita. In esso si facevano conoscere le condizioni dei cristiani perseguitati in Urss, insieme ad approfondimenti sulle loro tradizioni culturali e religiose. Finiti gli studi, si poneva il problema di come realizzare la missione: la cortina di ferro sembrava ormai impenetrabile, e recarsi in Russia stabilmente era un’utopia.

Pattuglie volanti
Nel 1956 padre Scalfi rimase per qualche mese a Bologna, dove si affiancò al francescano padre Tommaso Toschi, il “frate volante” a cui il cardinal Lercaro aveva chiesto di istituire una speciale “pattuglia” di sacerdoti. Era un gruppo di religiosi che, a bordo delle loro Fiat 1.100, andavano in giro nelle periferie a improvvisare Messe laddove non erano ancora state costruite le chiese, ma anche a impegnarsi in prima persona, con grande determinazione e preparazione, nelle campagne elettorali e nei dibattiti con i militanti del Partito comunista, allora egemone nel bolognese, la “Stalingrado d’Italia”. In queste “pattuglie volanti”, padre Scalfi recitava il ruolo del comunista, forte della sua preparazione specifica, permettendo a padre Toschi di prevalere nei dibattiti. Il leggendario francescano, di un anno più anziano di padre Scalfi, è scomparso soltanto un mese prima di lui, il 1° novembre 2016.

L’esperienza bolognese ispirò padre Scalfi a tentare di mettere in pratica il sistema delle “volanti” anche in Urss, dove qualche anno dopo, nel 1960, si recò come turista insieme ad altri tre sacerdoti e quattro laici a bordo di due Volkswagen. Attraversando le città di Minsk, Smolensk, Zagorsk, Novgorod, Leningrado, Kiev, L’vov e ovviamente Mosca, il gruppo cercava di entrare in contatto con la popolazione locale, fingendo improbabili guasti alla macchina, che suscitava la curiosità dei passanti, nonostante la presenza di una “guida” incaricata di controllare i loro spostamenti e contatti; i dialoghi spesso ricalcavano i copioni delle “volanti” bolognesi, allo scopo di far risaltare la superiorità del cristianesimo sul comunismo. L’esperienza venne ripetuta alcune volte negli anni successivi, finché nel 1970 alla frontiera di ritorno venne chiaramente detto a padre Scalfi e ai suoi sodali di non farsi più rivedere da quelle parti, cosa che si poté realizzare solo dopo la fine del regime sovietico nel 1992.

Nel frattempo, insieme ad altri missionari provenienti dal Russicum, padre Scalfi cercò altre strade per la realizzazione della sua “missione russa”, trovando una soluzione completamente diversa: non più rivolta alla Russia e a Oriente, ma diretta ai fedeli d’Italia e d’Occidente. Se non si poteva andare in Russia, si poteva portare la Russia a casa propria; con altri (ricordiamo padre Pietro Modesto e padre Nilo Cadonna) fondò il Centro Studi “Russia Cristiana”, e si dedicò a diffondere la spiritualità russo-bizantina nel mondo latino. Il Centro fu aperto nel 1957 a Milano, dove padre Scalfi aveva ottenuto la possibilità di frequentare l’Università Cattolica nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali. Insieme a padre Modesto, si accasarono come cappellani delle Piccole Suore dell’Assunzione, in via Martinengo, 16; siccome il posto era disponibile solo per un sacerdote, finsero di essere una persona sola, “Modesto Scalfi”, e iniziarono a radunare persone interessate a fare qualcosa per la Russia nella semi-clandestinità della cappellania.

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Via Martinengo n. 9
Ai due missionari “cospiratori”, peraltro, si aggiunse presto un terzo sacerdote, destinato a dare alle sue iniziative ben altra fama nazionale e internazionale. Nella stessa via Martinengo, al n. 9, abitava infatti in affitto un giovane sacerdote milanese, don Luigi Giussani, che da un paio d’anni aveva cominciato a insegnare religione al liceo Berchet di Milano, animando il ramo dell’Azione Cattolica milanese chiamato “Gioventù Studentesca”, per portare nei licei e nelle scuole una nuova forma di presenza e attività dei cattolici. Don Giussani temeva la scristianizzazione del popolo cattolico, evidente già dagli anni studenteschi, e voleva contrastare il dominio culturale dei professori liceali, quasi tutti laicisti e vicini al Partito comunista.

Le sue preoccupazioni non potevano non trovare subito grande sintonia con quelle dei sacerdoti “russipeti” (così venivano chiamati i diplomati del Russicum), e quando a Giussani scadde l’affitto del suo monolocale, Scalfi e Modesto lo invitarono a stare con loro, dividendo ulteriormente gli spazi della cappellania di via Martinengo. La sede di “Russia Cristiana” coincise così, per più di trent’anni, con la residenza del fondatore di “Comunione e Liberazione”, che abitando al piano terra chiamava Scalfi “il mio superiore” del piano più elevato, dove ogni giorno prendevano il tè nella piccola cucina, discutendo sul modo migliore di ri-evangelizzare l’Italia, la Russia e il mondo intero.

A Milano, padre Scalfi trovò un appassionato sostenitore delle sue iniziative nel famoso biblista Enrico Galbiati (1914-2004), che al Seminario di Venegono insegnava anche la Teologia Orientale e amava la liturgia bizantina, che faceva celebrare presso la basilica di Sant’Ambrogio. Monsignor Galbiati fu insieme ai padri russipeti l’iniziatore della pubblicazione della rivista Russia Cristiana, e invitò padre Modesto a continuare le sue lezioni di spiritualità orientale presso il Seminario. Attorno a loro si formò un gruppo di giovani entusiasti della Russia e dell’Oriente, alcuni legati a don Giussani, che partecipavano agli studi e alle pubblicazioni e si rendevano disponibili alle varie proposte di lavoro in Russia, e alla diffusione della conoscenza della Russia in Italia.

I Samizdat
Alla fine del 1957, padre Scalfi e gli altri conobbero la contessa Betty Ambiveri di Seriate (Bg), una nobildonna consacrata alla vita religiosa laicale, che l’anno prima si era interessata degli esuli ungheresi scappati dalla patria in seguito all’invasione sovietica. Sensibile agli interessi di Scalfi e dei suoi amici, mise a disposizione la propria villa per le loro iniziative; in essa si recò a vivere il padre Nilo Cadonna, e da allora funge da sede principale delle attività di “Russia Cristiana”. È in questa villa che padre Scalfi si è spento la mattina di Natale del 2016.

Nella villa di Seriate si organizzarono fin da subito delle riunioni con i sacerdoti e i collaboratori del centro, in particolare con tutti coloro che avevano modo di viaggiare in Russia in qualunque forma, o di mantenere in altro modo un legame con quella terra. Al gruppo italiano si associò in quegli anni anche un’altra “squadra” di missionari del Russicum, che avevano creato un centro analogo a Bruxelles, il Foyer Oriental Chrétien, ispirato dall’intellettuale russa Irina Posnova. Insieme a lei, i gesuiti sloveni Antonij Ilc e Kirill Kozyna aprirono in Belgio anche una casa editrice, La vie con Dieu, che per tutto il periodo sovietico pubblicava Bibbie e letteratura religiosa in lingua russa, da far pervenire per vie clandestine ai cristiani perseguitati dell’Urss.

Nelle riunioni di Seriate si discuteva quindi non solo delle possibilità di operare direttamente in Russia, cosa che, al di là dei romantici viaggi delle “volanti”, era possibile solo nelle istituzioni diplomatiche, ma anche degli itinerari dei libri da far entrare in Urss attraverso la Polonia, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, o qualunque altra via praticabile. Alcuni membri di questo duplice centro di Seriate/Bruxelles, in effetti, riuscirono a portare in Occidente molti testi del Samizdat, l’editoria clandestina dei dissidenti russi, che venivano poi regolarmente pubblicati in Belgio, in Francia e in Italia, sulla rivista Russia Cristiana e sulle case editrici affini, tra cui quella creata appositamente dal Centro, La Casa di Matriona (titolo tratto da un romanzo di Aleksandr Solzenicyn, leader del dissenso russo), o quella legata a Gioventù studentesca, la Jaca Book.

Incalcolabile, poi, il numero di Bibbie russe (chiamate “Bibbie di Bruxelles”) e di altri libri portati in Russia da ogni dove, tra cui le opere del padre del dissenso religioso in Russia, il sacerdote ortodosso Aleksandr Men’ (che visitò Seriate nel 1989, e fu assassinato in Russia nel 1990). Padre Scalfi con i suoi aiutanti, per tanti anni, si recava regolarmente a Vienna e Monaco di Baviera, poi a Cracovia, Czestochowa, Lublino, Bialystok in Polonia, ma anche a Bratislava e sui monti Tatra in Slovacchia, a Budapest e Pannonhalma in Ungheria e in altri paesi da cui partivano viaggiatori “farciti” di libri per la Russia; una rete meravigliosa, clandestina e insieme luminosissima, di solidarietà nella fede, nella libertà e nella cultura. Perfino la Cia e gli altri servizi segreti invidiavano i successi di questo manipolo di missionari, che cercarono invano più volte di reclutare.

Oltre alle azioni rivolte verso l’Unione Sovietica, l’intuizione di padre Scalfi e di Russia Cristiana era rivolta verso l’Italia e l’Occidente. A Seriate si cominciò presto a organizzare corsi residenziali estivi, le cosiddette “Settimane Ecumeniche”, inizialmente per sacerdoti e seminaristi interessati ad approfondire la tradizione orientale e la realtà sovietica. A questi corsi si aggiunse, dal 1961, quello di lingua e cultura russa per i laici, con la collaborazione di professori dell’Orientale e di altre università. Si studiavano i filosofi e gli scrittori slavofili dell’Ottocento, come Dostoevskij e Solov’ev, e la filosofia religiosa d’inizio Novecento di Berdjaev, Bulgakov e Florenskij, oltre alla storia e alla cultura russa in generale.

La voce della “Chiesa del Silenzio”
In una delle ali della villa Ambiveri venne allestita una cappella per la celebrazione in rito bizantino-slavo, che ispirò la formazione di un apposito coro, ancora oggi molto nutrito, che ha accompagnato padre Scalfi e tanti altri sacerdoti suoi collaboratori nel far conoscere in tutta Italia lo splendore della liturgia e della tradizione musicale russo-bizantina, oggi diffusa in Italia e in Europa dalle tante comunità di immigrati dai paesi ortodossi dell’Europa Orientale. Insieme alla liturgia, l’altro elemento caratteristico della spiritualità e dell’arte bizantino-slava è costituito dalle sacre icone, le immagini che servono per la preghiera e la liturgia, oggi conosciutissime in tutto il mondo cattolico. Negli anni Cinquanta, quando ancora nessuno le apprezzava e conosceva in Occidente, le icone divennero uno degli oggetti su cui maggiormente si concentrò l’attività di Russia Cristiana: prima limitandosi a incollare su legno delle riproduzioni, poi istituendo una vera e propria Scuola Iconografica, a cui hanno partecipato maestri e pittori insigni come il gesuita padre Egon Sendler e altri, anche dalla Russia stessa, appena è stato possibile.

La “Scuola di Seriate” è ancora oggi una delle più importanti d’Italia e di tutto il mondo cattolico. Dopo tanti secoli di diffidenza, insomma, l’Occidente imparò da padre Scalfi, e da pochi altri pionieri di questa missione ecumenica, ad amare le icone, la liturgia bizantina, la mistica di Dostoevskij e la filosofia di Solov’ev e Berdjaev, e tanti altri tesori della Russia e dell’Oriente cristiano. Con la solenne barba bianca monastica, e lo sguardo celestiale dell’uomo di Dio, egli divenne per tanti giovani lo starets d’Occidente, maestro di fede e di vita, amante dei lontani e difensore dei perseguitati, appassionato lettore dei Padri della Chiesa e voce della “Chiesa del Silenzio” dell’Europa, di cui pubblicava le testimonianze clandestine.

Missionari ed esploratori
I giovani in effetti affollavano gli incontri e le liturgie di padre Scalfi, soprattutto da quando, negli anni Settanta, gli studenti di don Giussani erano cresciuti, formando il movimento di “Comunione e Liberazione”, uno dei più influenti nella Chiesa e nella società italiana degli ultimi decenni. Furono proprio i giovani di Cl ad accogliere il grande esule russo Solzenicyn nel 1974, quando venne a Milano per un incontro pubblico dopo l’espulsione dall’Urss. Russia Cristiana accolse in Italia e fece conoscere tanti dissidenti russi, come Sinjavskij, Galich, Bukovskij, Maksimov, padre Men’, Poresh, Goricheva, Zelinskij e molti altri. I testi del dissenso, in particolare dei dissidenti religiosi, entravano nelle prime “Scuole di Comunità”, le antologie pubblicate da Cl per il confronto e la meditazione settimanale tra i suoi membri.

Il Centro di padre Scalfi, inizialmente pensato come circolo di specialisti e intellettuali, divenne un’espressione di popolo, in armonia con il percorso del movimento di don Giussani, e ha dato vita a una Fondazione e a una Fraternità riconosciuta dalle diocesi di Milano e di Bergamo, ma diffusa anche in altre città e paesi. Nella stessa Russia è oggi attivo un Centro culturale, la “Biblioteca dello Spirito” di via Petrovka, formato e animato da persone provenienti da Russia Cristiana; perfino l’arcivescovo cattolico di Mosca, monsignor Paolo Pezzi, proviene dalle file di Cl e dalla formazione trasmessa da padre Scalfi.

Non sappiamo quanti meriti abbia avuto padre Scalfi nel crollo del regime ateo dell’Unione Sovietica (certo non pochi), ma ebbe comunque la gioia di vedere il suo sogno realizzato, i giovani da lui formati andare in Russia come missionari ed esploratori di un mondo tanto amato e desiderato, e lui stesso ritornò a regalare alla Russia il suo sorriso e la sua saggezza. Alla fine della sua lunga vita, padre Romano ha potuto contemplare insieme la rinascita religiosa della Russia e l’inizio di nuove apprensioni per il futuro del mondo globalizzato, a cui dedicherà dal cielo la sua intercessione accorata, certi che nostro Signore presterà ascolto alla sua voce, ora che canta in cielo gli inni della Chiesa unita di tutti i santi.

Per gentile concessione della Rivista interdisciplinare Politica.eu, che pubblica l’articolo nel n. 2/2016, rivistapolitica.eu

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