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Obama “presidente tentenna” (vedi alla voce riforma finanziaria)

agosto 21, 2012 Massimo Giardina

Obama criticato dal Newsweek ha sul tavolo una riforma che, promessa nella scorsa campagna elettorale, non è ancora partita. Quando il presidente troverà il coraggio di varare la riforma finanziaria?

Newsweek non ha fatto sconti al presidente statunitense Barack Obama. I temi al centro dell’attenzione del settimanale sono molti: mercato del lavoro, infrastrutture, piani per la crescita e i mancati investimenti per la ricerca e lo sviluppo. Esiste un’altro settore in cui Obama è stato un passivo spettatore e che, per tale inerzia, gli effetti continuano a determinare le sorti di nazioni intere. Un tema su cui aveva più volte promesso una riforma radicale, una regolamentazione che definisse i margini operativi: la riforma finanziaria.

L’esigenza di una riforma del sistema finanziario nacque a seguito della bolla dei subprime, del conseguente fallimento di Lehman Brothers, dei buchi di Freddie Mac, Fannie Mae e di altre realtà sparse nel territorio americano. Il governo degli Stati Uniti si impegnò con 700 milardi di dollari e promise una regolamentazione.

Il nodo da sciogliere è la separazione tra le banche d’affari e commerciali, il cosiddetto Glass Steagal Act, – introdotto nel 1933 come ragionevole risposta alla crisi del 1929 per limitare l’agire speculativo nei mercati e abolito da Bill Clinton nel 1999 – che è stata la vera origine della crisi iniziata negli Usa nel 2007. Un punto da tempo all’ordine del giorno sulla scrivania più importante della casa bianca, che potrebbe infastidire alcune potenze finanziarie a New York: quelle che negli anni Ottanta erano denominate “too big to fail” a causa della loro importanza.

Un altro punto riguarda la regolamentazione delle vendite allo scoperto, il cosiddetto short selling. Un’attività svolta principalmente dagli hedge funds che si configura come una scommessa al ribasso su titoli quotati nei mercati regolamentati e che, in molti casi, ha provocato decisi scostamenti fra valore reale e nominale di un titolo. Quest’aspetto è da correlare al ruolo assunto dalle società di rating, troppo spesso in sintonia con gli speculatori. Per dirla in breve: le società di rating abbassavano i propri giudizi con tempismi e target correlati agli andamenti ribassisti.

Vi è da ultimo un altro nodo da sciogliere che potrebbe creare importanti effetti regressivi per l’economia statunitense, poiché rappresenta una sorta di doping per il sistema: il fiscal cliff. Dopo la crisi di liquidità originata dalla bolla dei subprime, il governo americano introdusse un sistema di esenzioni fiscali, permettendo alle famiglie di continuare a mantenere una propensione al consumo. L’abolizione del fiscal cliff si tradurrebbe in una diminuzione immediata del 5 per cento del Pil statunitense con degli effetti collaterali distribuiti nelle economie Usa dipendenti.

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