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Macao torna ad occupare, ma in molti sono stufi delle sceneggiate

giugno 18, 2012 Chiara Sirianni

Macao si è trasferito nell’ex Macello di Milano, una palazzina Liberty in zona Ortomercato. Voci di dissenso all’interno del gruppo.

Che fine avesse fatto Macao se lo sono chiesti in molti, anche perché dopo lo sgombero a Palazzo Citterio, nella centralissima zona Brera, il collettivo dei lavoratori dell’arte si è chiuso in silenzio stampa. Interrompendo quindi  quella comunicazione via social network che per settimane aveva fatto espandere il movimento, e anche il numero dei suoi sostenitori. I rapporti col Comune sembravano essersi drasticamente interrotti, anche se a sorpresa i rappresentanti di Macao hanno deciso di partecipare, venerdì scorso, all’incontro promosso dall’assessore comunale alla Cultura, Stefano Boeri, per prendere parte alla tre giorni dell’Officina della Creatività (pur specificando la loro ferma intenzione a non partecipare ad alcun bando per l’assegnazione degli spazi vuoti). Due giorni dopo, un nuovo edificio è stato occupato: si tratta dei locali della Borsa dell’ex Macello, palazzina Liberty in zona Ortomercato, dove Macao intende portare avanti le attività che erano state avviate alla Torre Galfa. Si tratta di un palazzo di proprietà della Sogemi (partecipata di Palazzo Marino che gestisce i mercati generali di Milano).

L’occupazione è avvenuta al termine di una giornata in cui sono stati toccati più edifici, fra cui il Teatro Gaber di via Larga, un altro degli edifici in disuso il cui nome girava, in questi giorni, come possibile meta. Macao aveva inizialmente puntato all’ex vivaio in zona Fiera, occupata per cinque ore e poi abbandonata data la presenza di alcuni senzatetto, non molto entusiasti dell’esigenza espressa dal collettivo «di uno spazio in cui possa esprimere con gioia, ironia e bellezza questa sinergia fra linguaggi artistici, nuove forme di autogoverno e tempi di vita liberati». La via crucis è quindi proseguita, ed è stata fatta passare dai vertici come una sorta di caccia al tesoro («questo volo seguirà per tutta la giornata fino ad atterrare nel luogo dove Macao si sentirà a casa»). Di fatto, nessuno dei simpatizzanti era a conoscenza della destinazione finale, fatta eccezione per i lavoratori dell’arte. In Macao confluiscono, difatti, realtà molto diverse tra loro. Che in questi giorni di “silenzio stampa” si sono scontrate, a colpi di riunioni, richieste di chiarezza e discussioni sui forum e dal vivo.

Al vertice ci sono i cosiddetti lavoratori dell’arte, sotto tutti gli altri: circuito dei centri sociali, simpatizzanti, studenti e artisti senza un collettivo cui fare riferimento. Lo spiega un attivista il cui entusiasmo si è convertito rapidamente in delusione, quando si è reso conto della mancata trasparenza nei vari processi decisionale: «Avrò partecipato a una ventina di assemblee, che sono aperte a tutti, e in cui c’erano interventi interessanti e condivisi. Peccato che ci fosse sempre un lavoratore dell’arte pronto a gestire la comunicazione furbescamente: dopo ore e ore di dibattito andavano comunque avanti per la loro strada, però avendoci illuso di aver ascoltato e trovato una via mediana tra i pareri di tutti». È il caso dell’occupazione di Palazzo Cittero, con cui “la massa” non era d’accordo (già serpeggiavano i primi malcontenti, in seguito al rifiuto della mano tesa del Comune di Milano). Prima di arrivare in Brera «abbiamo camminato ore, ed esattamente come adesso è avvenuto per l’ex Macello nessuno era a conoscenza della destinazione finale. Il che può essere divertente, ma fino a un certo punto».

Poi è scattato il timore di essere stati sfruttati per una lotta molto meno partecipata di quel che sembrava. La contraddizione è emersa nei giorni successivi allo sgombero: la pagina Facebook (da cui venivano diffusi comunicati stampa ed eventi) taceva, i fan chiedevano spiegazioni, ma «i lavoratori dell’arte, dopo aver inneggiato alla democrazia dal basso, si riunivano rigorosamente fra loro, e in gran segreto». Sono stati poi organizzati degli incontri, in prossimità delle fermate della linea metropolitana, per decidere il da farsi. «Ma era uno specchietto per le allodole: se parlavo con amici “in basso” nella gerarchia, mi raccontavano di aver aspettato ore nei punti prefissati, inutilmente. Se parlavo con gente inserita quantomeno nei tavoli di lavoro (architettura, comunicazione, gardening ecc) mi faceva l’elenco delle prossime mosse con dovizia di dettagli. Qualcosa che non mi tornava. Ho visto un sistema che mi sembrava democratico, ma invece è marcio». Marcio o meno, resta la comprensibile sensazione sgradevole di chi ha creduto di far parte di un processo di costruzione dal basso, magari investendoci tempo e competenze, e poi si è trovato escluso da ogni decisione.

Chi sono questi lavoratori dell’arte? A Milano il gruppo esiste dal 2009, anno in cui oltre cinquemila firme sono state raccolte a sostegno di un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che richiamava l’attenzione sulle emergenze del sistema culturale italiano. Esprimevano la convinzione che fosse necessario conquistare per l’arte e la cultura lo status di “beni comuni” per costruire “un nuovo welfare culturale”. Il 3 dicembre 2011 avevano occupato il Pac, che per un giorno aveva mutato nome: da “padiglione d’arte contemporanea” a “padiglione d’arte comune”. Lo slogan dell’operazione era: “Occupiamoci di ciò che è nostro”. Già allora Stefano Boeri era intervenuto, cercando un dialogo. Più in generale, Macao fa riferimento a una rete di soggetti, ben definiti, che operano in tutta Italia: Lavoratori dell’arte, Cinema Palazzo di Roma, Teatro Valle Occupato di Roma, Sale Docks di Venezia, Teatro Coppola di Catania, Asilo della Creatività e della Conoscenza di Napoli, Teatro Garibaldi Aperto di Palermo. Dopo l’occupazione dell’ex macello, il Teatro Coppola ha espresso la sua piena solidarietà «a questa nuova rivendicazione di dignità e partecipazione civile. La cultura non si sgombera e non si assegna». Il Teatro Valle, invece, ha recentemente festeggiato il suo primo anno di vita: era il 14 giugno quando a Roma un gruppo di lavoratori dello spettacolo occuparono il teatro, per impedirne la privatizzazione.

Grazie al consulto del giurista Ugo Mattei, già promotore del referendum sull’acqua pubblica (lo stesso che ha firmato, per Macao, una “diffida” nei confronti del Comune) quei lavoratori si sono dati statuto giuridico. Ora c’è una fondazione, nata dal basso. Mattei, tra le altre cose, è anche tra i primi firmatari del Quarto Polo (Alba) un nuovo soggetto politico che mira a riunire tutta l’opposizione che sta a sinistra, sia del Partito democratico, sia del governo tecnico. Può trattarsi di una coincidenza, ma ai tempi dell’occupazione della Torre Galfa (5 maggio 2012)  fu promosso un appello che vide tra le primissime adesioni proprio quella di Ugo Mattei, Luca Nivarra e Paul Ginsbert, oltre all’assessore ai Beni culturali di Napoli Alberto Lucarelli. Le stesse menti fondatrici di Alba, acronimo di Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente, per «ricostruire la sinistra partendo dalla buona politica» in vista delle elezioni del 2013. Nulla di male in questo, ma è curioso che un movimento che si propone di essere di rottura, anche con una certa retorica («Macao non occupa gli edifici, li libera») finisca per far riferimento allo stesso sistema politico che viene sdegnato quando si tratta di bandi per l’assegnazione degli spazi.

Le sorti di Macao sono al momento incerte (il Comune è al momento più impegnato nell’approvazione del Bilancio) ma una domanda resta aperta: quanto questi spazi occupati siano davvero liberi e quanto sono più o meno indirettamente politicizzati? E chi giova di questa politicizzazione? Sul sito del Teatro Valle, a ridosso dell’occupazione, campeggiava (ancora visibile) una frase significativa: «Tenete comunque presente che la possibilità di esibirsi sul palcoscenico del Valle Occupato non è da intendere come una mera vetrina artistica, ma come un atto politico. E chi intende esibirsi dovrebbe anche manifestare la propria adesione al movimento e motivarla sul palco». Ma non era un bene comune? Certo, non è detto che a Milano la situazione si evolva nello stesso modo. Ma sarebbe scorretto che tutte le associazioni culturali e artistiche di cui la città brulica finiscano per venire penalizzate da un’occupazione mirata, ragionata, elitaria e soprattutto abusiva.

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