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Leopardi e Pirandello, antidoti alle ideologie

febbraio 23, 2015 Giovanni Fighera

Il genio di Leopardi e quello di Pirandello mostrano molto bene la falsità di tutte le ideologie che non tengono conto dell’umano e della persona. Un capitolo del libro di Giovanni Fighera

Il genio di Leopardi e quello di Pirandello mostrano molto bene la falsità di tutte le ideologie che non tengono conto dell’umano e della persona. Pubblichiamo un capitolo del libro Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera (qui il suo blog su tempi.it). Il volume, già uscito nel 2008, è stato rieditato dalla casa editrice AresQui trovate la prefazione di monsignor Luigi Negri e alcuni capitoli.

Capitolo III – Le ideologie

Il ritorno allo stato di natura, teorizzato come panacea ai mali della società in cui si vive, diventa un’ideologia, un sistema costruito a tavolino partendo da uno sguardo non realista su un animo umano che è portato per natura a desiderare una felicità infinita e, nel contempo, per il peccato originale a vacillare, a sbagliare, a confondere il vero bene con i piccoli beni, ad affermare sé. Questo tipo di ideologia trova un terreno fertile laddove il clima culturale manifesta un odio alla propria tradizione, al cristianesimo: è un’ideologia tipicamente occidentale.

È bene notare che qui il termine “ideologia” non viene utilizzato nell’accezione neutra di Weltanschauung che spesso si incontra nei testi scritti o nelle discussioni, ovvero di visione del mondo o pensiero di un autore o personaggio.

La parola è qui utilizzata nell’accezione negativa di pensiero o sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si può già avere. Nelle Riflessioni sulla condotta della vita il premio Nobel per la medicina Alexis Carrell scrive: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

In un’opera di I. Calvino, che sarà presa in considerazione nel capitolo XIII, La giornata di uno scrutatore, il protagonista giunge al Cottolengo per fare lo scrutatore convinto che quel luogo sia un ricettacolo di voti per un partito politico: questa convinzione gli impedisce per gran parte della giornata di osservare e guardare quel luogo di umanità; lo stesso atteggiamento Amerigo Ormea tiene nei confronti della fidanzata Lia, che non conosce realmente, perché non l’ha mai realmente osservata per quello che è.

Quindi, ognuno di noi individualmente può essere animato da uno sguardo ideologico. Esistono, poi, delle ideologie collettive ovvero dei sistemi di pensiero che, dimentichi degli abissi di male cui può pervenire l’uomo, propongono una visione positiva della storia e del mondo, dimenticando, però, la persona. Ovvero la positività riguarda la società, il mondo nel suo progresso, non il singolo: il sistema di pensiero non è risposta alle domande di felicità del cuore del singolo. Tutta la vita del singolo deve impegnarsi alla realizzazione di questo ipotetico futuro. L’uomo, il singolo, è funzionale al progresso e le domande fondamentali del cuore dell’uomo nella maggior parte dei casi sono soffocate o non prese in considerazione. Altre volte sono considerate strumentali alla realizzazione di questo progresso, come se la natura ce le avesse insinuate perché la nostra esistenza fosse soggiogata alla prospettiva collettiva di un benessere generale. In una ottica del genere l’uomo è alienato, non vive per trovare risposta al proprio desiderio di felicità e di amore, ma per realizzare un progetto collettivo privo di nesso con il proprio io e con la propria felicità.

Nella “Ginestra” Leopardi  utilizza l’espressione del cugino Terenzio Mamiani “le magnifiche sorti e progressive” per descrivere questa illusione collettiva. Nello Zibaldone, attraverso il passo già citato nel capitolo precedente del giardino in “istato di souffrance”, bello nel suo insieme, ma sofferente in ogni singola componente, il Poeta ci descrive icasticamente la vanità di una prospettiva collettiva che non tenga conto del singolo. Ebbene un’ideologia collettiva pensa di poter ottenere un giardino ben curato e bello nel suo insieme, non preoccupandosi della salute e del benessere della singola pianta. In una prospettiva simile ciascuno dovrebbe rinunciare alla propria felicità in nome di un’ipotetica costruzione di una società nuova e perfetta, dovrebbe dimenticare la natura del proprio cuore, quindi la naturalità del proprio essere: di qui deriva l’alienazione.

Tra le ideologie a lui contemporanee Leopardi si scaglia in particolar modo contro la Rivoluzione francese, esito finale dell’esasperazione della ragione umana come ratio sui et universi.

“È veramente compassionevole il vedere come quei legislatori francesi repubblicani, credevano di conservare, e assicurar la durata, e seguir l’andamento la natura e lo scopo della rivoluzione, col ridur tutto alla pura ragione, e pretendere per al prima volta ab orbe condito di geometrizzare tutta la vita. Cosa non solo lacrimevole in tutti i casi se riuscisse, e perciò stolta a desiderare, ma impossibile a riuscire anche in questi tempi matematici, perché dirittamente contraria alla natura dell’uomo e del mondo. Le comité d’instruction publique récut ordre de presenter un projet tendant à substituer un culte raisonnable au culte catholique! (Lady Morgan, France, 1. 8, 3me édit. francaise, Paris, 1818, t. II, p. 284, note de l’auteur). E non vedevano che l’imperio della pura ragione è quello del dispotismo per mille capi…”.

A quali ingiustizie e a quali violenze porterà tale dispotismo! Quante vite umane verranno immolate sull’altare della Dea Ragione:

“Si eressero altari alla Dea Ragione: Condorcet nel piano di educazione presentato all’Assemblea legislativa ai 21 e 22 aprile 1792 proponeva l’abolizione e proscrizione anche della religion naturale, come irragionevole e contraria alla filosofia, e così di tutte le altre religioni… Non parlo del nuovo Calendario, della festa all’Essere Supremo di Robespierre, ecc. In somma lo scopo non solo dei fanatici, ma dei sommi filosofi francesi o precursori, o attori, o in qualunque modo complici della rivoluzione era precisamente di fare un popolo esattamente filosofo e ragionevole. Dove io non mi maraviglio e non li compiango principalmente per aver creduto alla chimera del potersi realizzare un sogno e un’utopia, ma per non aver veduto che ragione e vita sono due cose incompatibili, anzi aver stimato che l’uso intiero, esatto e universale della ragione e della filosofia, dovesse essere il fondamento e la cagione e la fonte della vita e della forza e della felicità di un popolo. (27 novembre 1820)”.

L’Illuminismo, che aveva scelto come proprio inno le parole “libertà, uguaglianza, fraternità” e che era nato in seno ad un paese fortemente cattolico, aveva fin dalle origini rifiutato questa paternità affrancandosi da tutto il retaggio culturale precedente. Tagliato questo cordone ombelicale, il “feto della Rivoluzione” nasce morto. Queste sono le parole di Leopardi per descrivere le conseguenze di  questo strappo dalla propria origine:

“Così tutte le sette, istituzioni, corporazioni, ogni cosa umana si guasta e perde quando s’allontana da’ suoi principii, e non c’è altro rimedio che richiamarvela, cosa ben difficile, perché l’uomo non torna indietro senza qualche ragione universale, necessaria ecc. come sovversioni del globo, o di nazioni, barbarie simile a quella che rinculò il mondo né tempi bassi, ecc.: ma di spontanea volontà, e ad occhi aperti, e per sola ragione e riflessione, non mai; …”.

Le ideologie politiche, poi, accrescono la nostra infelicità secondo Leopardi perché trascurano la vera natura del problema umano e, così, ingannano l’uomo illudendolo.

“Non c’è governo possibile, che non sia imperfettissimo, che non racchiuda essenzialmente i germi del male e della infelicità maggiore o minore de’ popoli e degli individui; non c’è né c’è stato né sarà mai popolo, né forse individuo a cui non derivino inconvenienti, incomodi, infelicità… dalla natura e dai difetti intrinseci e ingeniti del suo governo, qualunque sia stato, o sia, o possa essere. Insomma, la perfezione di un governo umano è cosa totalmente impossibile e disperata, e in un grado maggiore di quello che sia disperata la perfezione di ogni altra cosa umana”.

Gli abissi cui giunge l’utopia rivoluzionaria francese precorrono in ordine temporale gli abomini perpetrati dalle ideologie totalitarie nel Novecento. Un secolo dopo Leopardi, lo stesso Pirandello nell’opera teatrale La nuova colonia ci racconta in modo paradigmatico le conseguenze nefaste dell’utopia socio – politica di costruire ex-novo un mondo “buono e giusto”.

Il testo teatrale appartiene alla “trilogia del mito”(Lazzaro, La nuova colonia, I giganti della montagna), tre opere in cui il drammaturgo negli ultimi anni della sua vita (dal 1926 al 1936) cerca di individuare alcune verità, di fissare alcuni punti di riferimento nell’ambito sociale, religioso e artistico.

Alcuni diseredati, desiderosi di sfuggire al sistema iniquo della società, in cui prevaricazioni, sfruttamento, subordinazioni, potere ed egoismi dominano i rapporti personali, decidono di trasferirsi su di un’isola vulcanica deserta, sicuri che, in una palingenesi, ripartendo dall’origine, lontani dalla civiltà e dal progresso, in uno stato di natura primigenio, si possa costruire un mondo equo e perfetto. Capo di questi uomini è Currao. Al suo fianco compare La Spera, prostituta che nella maternità ha riscoperto la propria dignità e la propria femminilità. Tutti partono col desiderio di vita nuova  e di una fratellanza che non hanno trovato nella città di origine.

“Papìa: … Ci sto anch’io! Ho sete anch’io di vita nuova! ….
Currao: Finiamola con le liti!  ….
Quanterba: Si va tutti all’isola!
Fillico e trentuno: All’isola! All’isola!  …
Osso di Seppia: O a fondo o resuscitati!  …
Il riccio (ironico): Tutti fratelli! – Dai! Dai!….
La Spera: Vado a prendere il mio bambino.
Ciminudù: Ma no, che fai? Non l’hai a balia?
La Spera: Vuoi che lo lasci qua? Lo porto via con me!”

È da un desiderio buono che inizia l’avventura di questi uomini disperati, che nella vita hanno conosciuto solo miseria e disperazione. Nel contempo, il germe della distruzione è già presente fin dall’origine, fin dalla partenza in quanto i protagonisti partono da un’idea che hanno in testa e che è dimentica della realtà dei fatti, della vera natura dell’uomo, della sua potenzialità di male, degli abissi di orrore e distruzione di cui l’uomo è capace. Quando l’uomo si dimentica della sua natura, anche i propositi più buoni si tramutano in violenza e abisso di morte per imporre quell’ordine buono di cui l’uomo da solo non è capace. È qui incarnata quell’utopia sociale dimentica che il male non viene dal di fuori, dalla società, ma dal di dentro, cioè dal cuore dell’uomo.

Sono parole che, del resto, già la grande scuola di umanità che è il Vangelo ci ha insegnato:

Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a  finire nella fogna?… Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”. (Marco, 7, 18-22)

Dopo poco tempo, tutto si ricostituisce come prima.

C’è chi vuole imporsi con la forza.

Dorò: Dovrei chiederne il permesso a te?
Crocco: A me, sì! (con una manata da sotto in su gli butta all’aria la cartata di more.) E impara a rispondere!”.

C’è chi vuole arricchirsi rubando o saccheggiando tra le rovine!

“Dorò: Bella testimonianza, da una parte e dall’altra, della vostra “vita nuova”! Appena sbarcati, come tante jene a frugare tra le macerie delle case diroccate!
Papia: Noi soli? Tutti.
Dorò: Eh, lo so: un bel principio!
Papia: Non avevamo nulla per ripararci, neppure per buttarci a dormire: ci siamo dati attorno.
Dorò: Ognuno col suo posto in mente da occupare-
Papia: -appunto: io, questo: e corsi subito a occuparlo per il primo.
Crocco: Ci avevo pensato prima io!”.

C’è chi si rende subito conto che sull’isola, nel nuovo mondo, nulla è cambiato, e chi, invece, si illude che altrove, su questa terra, l’animo dell’uomo possa essere diverso, immune dal male. È questo il caso di La Spera, colei che sembra la redenta per eccellenza dal nuovo inizio e che, non a caso, è presentata spesso in maniera statuaria come fosse un gruppo scultoreo di una donna col bambino, appunto una nuova Eva, quindi una Madonna.

“La Spera: Eh, se fosse vero che, venendo qua e cambiando vita, a uno a uno dovevamo diventare altri da quelli che eravamo…
Papia: Ma non vedi che è lui? Che vuol darsi lui a conoscere per quello che è sempre stato?
Crocco: Un prepotente, è vero?
Papia:  Sì; e un falso.
Crocco: Anche falso?
Papia: Falso, falso, sì: perché mentre stai facendo a me una soperchieria-
Crocco: – Io?-
Papia: – tu tu, sì- Vuoi dare a intendere che fai la carità – a lei, e a quello lì….”.

I  propri intenti di comando e di potere vengono ammantati di buone intenzioni e presentati sotto il falso nome della carità. È l’emblema dell’uomo che vuole mostrarsi agli altri buono, che non si pone più il problema della felicità, ma vuole fare la guida, fare il capo, il moralizzatore.

Questi diseredati che erano partiti per non stare più sotto la legge, si ritrovano ora sotto l’arbitrio di ciascuno o soggiogati dalla “ragione del più forte”.

Dopo un po’ di tempo sbarcano sull’isola altri uomini che portano con sé tante donne. La scena è assai emblematica e allusiva. L’arrivo di così tante donne segnerà un cambiamento anche nel modo in cui gli abitanti dell’isola si rapportano con La Spera, la redenta dal viaggio e dalla maternità: trattata in un primo tempo con rispetto, quasi come simbolo della nuova vita e del nuovo corso, ritorna ora ad essere considerata la donna di tutti. La figura richiama, così, il primo peccato, il peccato originale e non a caso, quasi a voler sottolineare l’acquisita consapevolezza dell’impossibilità di un nuovo Eden! Si presti, infatti, attenzione a questa scena:

“Osso di seppia: L’hai indovinata, furbacchione, a portarci le donne!
Burrania: Appena le abbiamo viste sulle paranze!
Crocco: Eh, lo sapevo! – Ma persuaderli – padri e fratelli e mariti – a portarle (rivolgendosi a Papia) non è stato mica facile, sai? È che ho dipinto a tutti quest’isola come il paradiso terrestre.
Osso di seppia: – sì, dopo il peccato originale! –”. 

L’Eden riconquistato si mostra per quello che è, il paradiso che è stato perduto per sempre. Nuovi sistemi di forza sono imposti, un nuovo ordine è stato stabilito. Anche nel nuovo mondo non si può sradicare il male, il peccato. La remissione dei peccati è, infatti, un grande miracolo e non è dell’uomo!

“Tobba: Ah no, perché così vieni ora ad affermare ciò che prima hai negato: che ha diritto la forza. – No!
Fillicò: Il diritto è nostro! La licenza d’occupare l’isola è stata data a noi, l’ha lui, Tobba; non l’hanno mica loro!
Tobba: Lascia star la licenza! Noi abbiamo stabilito un ordine qua, messe le nostre leggi; divise le terre, diviso il lavoro-
Currao: E ora vengono loro e buttano all’aria tutto. Glielo puoi impedire? No. E dunque basta!”.

Nell’incontro con Padron Nocio, Currao lo accusa di aver portato sull’isola tutti i vizi della città, le donne e il denaro (“Il bene, padron Nocio, è difficile a farsi; è troppo facile il male…”). Il proposito di rifondazione generale della società può degenerare in una violenza inaudita. In maniera simbolica l’isola rischia addirittura di sprofondare per i canti, i balli e i tripudi dei nuovi arrivati. Fuori di metafora, l’umanità, dimentica del peccato originale e non realista, è a rischio di autodistruzione.

Il terzo e ultimo atto si apre con i preparativi di una grande festa: sembra lo scenario biblico che precede il diluvio universale. Si allestiscono i festeggiamenti per la celebrazione di finti matrimoni. La Spera è disprezzata e reietta come all’inizio dell’opera. Alcuni marinai confabulano tra loro con l’intento di ritornare a terra, perché sull’isola “non c’è più né Dio, né legge”.

Il nuovo mondo, l’utopia sociale, si rivela per quello che è davvero, un luogo fuori dal mondo, l’inferno in terra: è il mondo creato dall’uomo che ha eliminato Dio e si è eletto guida e capo e Dio stesso (“Fuori del mondo, dicono! E così è davvero! Mi par d’essere all’inferno!”).

Alla fine Currao abbandona La Spera e viene accusato di voler diventare padrone di tutto. Si assiste ad un corteo con finti sposi, tra musiche e balli in cui nessuno riesce a godere del divertimento che si aspettava. Su istigazione, La Spera accusa  Currao di voler uccidere Dorò. L’opera si conclude con i violenti litigi finali che vengono sommersi dal terremoto che ingoia l’isola. Solo spunta fuori dal mare uno scoglio su cui ha trovato la salvezza La Spera con il figlio!

La nuova colonia è il paradigma delle ideologie che hanno imperversato nel secolo scorso, più in generale di tutte le ideologie che hanno pensato di progettare una risposta al problema umano, non partendo da uno sguardo realista sulla natura umana, ma da un’idea, da un sistema costruito a tavolino.

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