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La risposta ai “Je suis Kouachi” è l’educazione. Qualcosina di più della “buona scuola” di Renzi

gennaio 19, 2015 Renato Farina

La riforma del governo è: sistemare 150 mila insegnanti, e poi muri, edilizia, Stato. Un po’ poco davanti al vuoto dilagante che inghiotte i nostri figli

charlie-hebdo-je-suis-kouachiRitmo. Questa è la sintesi dell’anno sociale in corso, di quanto è necessario per far crescere l’Italia e gli italiani secondo il presidente del consiglio Matteo Renzi: ritmo. Come il grido di battaglia di Giovanni Floris nei suoi talk show: alé. Non importa che cosa stia accadendo nel mondo o in me: ritmo, alé. L’essenza del cammino, il suo perché, la meta, i pascoli erbosi da raggiungere, la valle oscura da oltrepassare, la compagnia umana da far crescere lungo il cammino? No, la velocità. Ritmo! Quasi quasi era meglio la Ritmo della Fiat, almeno aveva un motore, ci salivano delle persone, si sceglieva l’itinerario e via. Magari si dava anche dal parabrezza un’occhiata al cielo.

Purtroppo a questo siamo. Capisco che è una vigliaccata mettere a paragone le stragi di Parigi e quella paroletta a fungere da risposta. Ma non ci posso fare niente. La questione umana del nostro tempo dal punto di vista dell’autorità politica, il messaggio detto in due sillabe è: ritmo! A me, come ritmo, affascina di più il rapper estremista, capisco che sia orrendamente più affascinante quando invita a ribellarsi, a saltar via le regole come un cavallo di frisia che ci imprigiona.

Quei ragazzi delle banlieue francesi sono apparsi su tutti gli schermi, abbiamo sentito le loro voci e il loro sguardo di sfida talvolta, più spesso sperduto. Sono ragazzi somiglianti a quelli che incontrano i nostri professori nelle scuole italiane, e che poi se ne vanno via presto, e non sai più dove sono finiti, chi frequentano. Era ora. Finalmente si sono sentite le voci dei ragazzi, non quelli da parterre televisivo, con la battuta pronta e l’applauso programmati, ma quelli che ciondolano in piazza, che si muovono al ritmo di un rapper. Ritmo! Anche lì. Ma c’è più vita, più dramma in quello schioccare di sillabe, che non nella nenia del premier. Lasciamo qui ad altri commenti la questione militare, quella della natura intrinseca dell’islam, eccetera.

Quel che io so, la libertà di espressione non è una risposta alla questione esistenziale. È un diritto la libertà di scrivere, disegnare, parlare (non ditelo a me), ma per esprimere che cosa? Questo è il punto della felicità: quel “che cosa” la dà. La risposta non può essere trasformarsi tutti in Charlie (che noi piangiamo). Ma essere ciascuno davvero se stesso, la pienezza del proprio nome. La libertà è partecipazione, cantava Gaber; la libertà è soddisfazione, spiegava a scuola don Giussani. La risposta a quanto è successo a Parigi, dinanzi a quel vaneggiamento dei fratelli Kouachi e del loro sodale Coulibaly, è solo favorire, da parte della politica, riguardo a quei ragazzi, la possibilità di incontrare qualcuno che proponga innanzitutto se stesso, e che gli voglia bene, comunicando un metodo per far lavorare la ragione, per aprire la coscienza di ciascuno alla esigenza di verità che pulsa in ciascuno.

Insomma: la risposta è l’educazione. Un’educazione come incontro, come cammino di qualcuno che ti conduce verso un senso della vita, comunicandotelo con tutta la passione. Ora, la riforma della scuola, la buona scuola, come la chiama Renzi, non c’entra un tubo con questa esigenza, con il favorire l’incontro tra una proposta e le persone di ogni etnia presenti in Italia. Ma è: sistemare 150 mila insegnanti, e poi muri, edilizia, Stato.

Ritmo e assistenzialismo per insegnanti precari. Ritmo nel mettere a posto i soffitti e le finestre. Giusto, per carità. Ma per offrire il vuoto e il nichilismo da Charlie Hebdo, irridente di tutto meno che dell’irrisione? Questo vuoto, questo nichilismo elegante sarà riempito dal pieno orrendo di un islam violento se non emergerà dalla nostra storia e dalla nostra gente il pieno di una vita nuova. In tante scuole libere (a cui si vuole togliere la libertà, facendole morire di fame e di ideologia statalista) questa capacità di attrazione e di testimonianza è presente e viva. È capace di accogliere anche quei ragazzi che poi hanno inseguito un altro ritmo, un ritmo violento e disperato.

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