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La formazione professionale salverà l’Italia, ma la politica deve aiutare. «Da 30 anni siamo ammalati di liceo»

novembre 13, 2013 Emmanuele Michela

“Mettere le mani in pasta” riduce la dispersione scolastica e fa trovare lavoro ai giovani. Odifreddi (Consorzio Scuole Lavoro) spiega a tempi.it il documento Cdo-Acli-Salesiani che verrà presentato oggi ai ministeri del Lavoro e dell’Istruzione

Dieci sentieri da seguire per valorizzare al meglio la formazione professionale «Perché nessuno si perda», come dice il titolo stesso del progetto. In un momento in cui licei e istituti sono sempre più in crisi, la reale alternativa è rappresentata dai Cfp, che però hanno bisogno di sostegno da parte della politica. È questa l’essenza del documento che oggi Compagnia delle Opere, Acli e Salesiani don Bosco presenteranno a Roma, alla presenza del ministro del Lavoro Enrico Giovannini e del sottosegretario del Miur Gabriele Toccafondi. Dario Odifreddi, presidente del Consorzio Scuole Lavoro, spiega a tempi.it l’importanza di questo testo, che ha già riscosso numerose sottoscrizioni di prestigio (più di 30 tra onorevoli e senatori, 11 assessori regionali, esponenti del mondo delle banche, delle aziende e dell’artigianato).

Perché la formazione professionale oggi è una priorità per l’Italia?
Tutti conosciamo i numeri dell’istruzione giovanile: per dispersione scolastica siamo all’ultimo posto in Europa. I dati statistici dell’Isfol però parlano chiaro sulla formazione professionale: dispersione scolastica ridotta, iscrizioni schizzate in 10 anni da 23 mila a 281 mila con l’85% dei ragazzi che alla fine del percorso trova lavoro in meno di due anni. Nonostante questo, ad oggi questo tipo di istruzione è attiva solo in poche regioni. E solo poche di esse mettono a disposizione risorse sufficienti.

In che senso la formazione professionale è l’alternativa al sistema duale tedesco?
Tutti parlano del sistema duale tedesco, capendone poco, perché ci sono due elementi che lo rendono inapplicabile in Italia: il primo è la dimensione media delle imprese, che è tre volte quella italiana. Ciò significa che le imprese tedesche hanno più facilità ad accogliere apprendisti rispetto alle aziende di casa nostra. Il secondo riguarda la consolidata strutturazione di rapporti tra sindacati, enti datoriali e istituzioni esistente in Germania e molto diversa da quella di casa nostra: i centri per il lavoro là offrono l’intera gamma delle politiche attive, dall’orientamento al matching tra domanda e offerta di lavoro. In Italia le agenzie per il lavoro regionali sono un’evoluzione degli uffici di collocamento e svolgono quindi un compito amministrativo, non di erogazione dei servizi.

Quindi?
Attraverso l’istruzione professionale bisogna cercare la via italiana al sistema duale. Se l’apprendistato non funziona in Italia è perché si è incapaci di valorizzare un soggetto come il lavoratore professionale iniziale. Ma dovrebbe essere proprio questo lo scopo dell’apprendistato: accompagnare i giovani nel processo educativo inserendoli nel mondo del lavoro. Se la “youth guarantee” non seguirà questa strada ma diventerà l’ennesimo aspetto burocratico affidato ai centri pubblici per l’impiego non apporterà nulla in termini di incremento occupazionale.

Uno dei dati che spesso torna a galla quando si parla di scuola è l’alto tasso di dispersione.
In Italia per trent’anni ci siamo ammalati di liceo: qualsiasi struttura doveva diventare un liceo. C’è un modo di apprendere invece che mira alla valorizzazione della persona e che parte proprio dal “mettere le mani in pasta”. Riscoperta della manualità e legame con le imprese sono due aspetti tipici della formazione professionale, per la sua storia e la sua natura. Questo non significa che i saperi generali vadano trascurati, ma semplicemente che dalle discipline professionali si risale alle altre: matematica, inglese, ecc… È una modalità più consona alla volontà di apprendere dei giovani. Per troppo tempo, e purtroppo ancora adesso, la formazione è stata ridotta ad addestramento: si pensa che nel mondo del lavoro si debba arrivare il più tardi possibile, perché coinciderebbe con il tempo dello sfruttamento che sottrae l’individuo al tempo dell’educazione.

Sempre più ragazzi che scelgono la formazione professionale decidono di frequentare anche il quarto anno facoltativo. E molti prendono anche un nuovo diploma. Come mai?
È tutto merito del metodo educativo delle scuole professionali. C’è una grande personalizzazione dei percorsi, attenzione alle persone e soprattutto possiamo scegliere noi gli insegnanti più adatti alle nostre scuole. Insomma, c’è un mix tra libertà di scelta, passione ideale e metodo educativo che fa la differenza. Spesso molti ragazzi arrivano da noi all’inizio del primo anno e sembrano un po’ dei bulli, ma in realtà hanno una debolezza enorme per quanto riguarda la percezione di sé. Basta arrivare a Natale che tanti sono cambiati.

In dieci anni gli iscritti ai percorsi sono decuplicati. Ma le strutture accreditate riescono ad accogliere meno della metà dei richiedenti.
Purtroppo c’è ancora una pregiudiziale ideologica, anche se in calo rispetto a dieci anni fa, che vede la scuola solo come ente statale ed è critica a prescindere verso i soggetti privati. Inoltre, molti politici sono ignoranti: non sanno cioè neanche cosa sia un centro di formazione professionale. Quando vengono a vederne uno dei nostri rimangono sconvolti. Per quanto riguarda le cifre, poi, bisogna ricordare che siamo a risorse contingentate: se davvero uno studente potesse scegliere tra liceo e centro di formazione professionale, credo che saremmo tranquillamente al milione di iscritti. Ci sono famiglie che fanno le code alle tre del mattino per iscrivere i propri figli ai nostri istituti, questo non accade nei licei normali.

E il mondo del lavoro come guarda ai giovani che escono da queste strutture?
Noi abbiamo rapporti con tantissime imprese: chi comincia a collaborare con un centro professionale poi non lo lascia più. E questo è vero sia per le piccole aziende sia per le grandi, che ci ripetono sempre quanto hanno bisogno di persone già educate e apprezzano il lavoro che facciamo non soltanto sulle competenze ma anche sull’educazione.

Cosa chiedete allo Stato?
Che tutto questo venga semplificato. L’apprendistato ha un costo troppo alto per le imprese, le modalità di erogazione devono essere più snelle. La paura che ci sia qualche abuso non può bloccare questo fondamentale strumento.

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11 Commenti

  1. Castigamatti scrive:

    Ottimo articolo!

  2. ILITHYA scrive:

    Certo meno iscritti al liceo, meno cittadini che conoscono la filosofia e la cultura classica greco-romana, cioè meno persone capaci di pensare in maniera autonoma e critica e di sapere che un mondo senza cristianesimo e cattolicesimo, improntato ai valori della libertà e della realizzazione individuale può esistere, senza alcuna sciagura per l’umanità, né rischio per la nostra incolumità. Meno liceo più formazione professionale = più individui di indole servile , perfetti per essere indottrinati da chi sta dietro Tempi.it.

    • Vavar scrive:

      Spero di non offenderti Ilithya ma tanta ignoranza e stupidità in poche righe è difficile trovarla. Secondo il tuo illustre parere cristiani e cattolici si trovano solo tra chi on studia certe materie scolastiche!! Un genio!!

      • ILITHYA scrive:

        Questo sicuramente no, ma un popolo di persone prive di qualsiasi formazione filosofica ed umanistica è più facilmente manipolabile da chi intende usare il cattolicesimo come strumento di controllo sociale.

        • Giulio Dante Guerra scrive:

          Ti consiglio di leggere un po’ di libri di Rodney Stark, che non ha nessun intento apologetico, visto che è un agnostico di cultura protestante, nella valutazione positiva, da un punto di vista sociologico, dell’affermazione del cristianesimo nella civiltà europea.

  3. Cornacchia scrive:

    Insieme diciamo NO all’ideologia del gender.

  4. Franz scrive:

    le medie sono inutili

  5. Giulio Dante Guerra scrive:

    Non lo erano quando le ho frequentate io, dal 1956 al 1959. Allora – oltre ad essere “scremato” l’accesso dall’esame d’ammissione, che non era una sciocchezza – erano l’unica scuola, dopo le elementari, che consentisse la prosecuzione degli studi. Per chi non superava l’esame, o più semplicemente voleva inserirsi presto nel mondo del lavoro, c’era l’avviamento, che dava una formazione professionale forse superiore a quella che danno oggi gli istituti tecnici. Poi c’è stata la trovata della scuola media unica – gabellata per “attuazione della costituzione”, la quale in realtà, basta leggerla, parla solo di “istruzione obbligatoria e gratuita”, non “indifferenziata” – e, dulcis in fundo, la sostituzione, negli istituti tecnici, di una generica “maturità” alle specifiche “abilitazioni professionali” precedenti, per rimediare alla cui scomparsa si è dovuta inventare la “laurea breve”. I risultati si vedono.

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