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La Cina tra bancarotte, deficit e bolla immobiliare: l’economia va di male in peggio

aprile 20, 2012 Leone Grotti

Nel primo trimestre del 2012: imprese statali perdono il 13,6 per cento, crescita scende all’8,1, le bancarotte non si contano. I numeri della crisi.

Mentre l’attenzione globale si concentra sugli scandali politici della Cina, dove la moglie del noto politico e neo-maoista Bo Xilai, oggi caduto in disgrazia, è stata accusata di avere ucciso l’imprenditore britannico Neil Heywood, l’economia del Dragone è sempre più in difficoltà. Nel primo trimestre del 2012 le imprese statali hanno perso il 13,6 per cento rispetto allo scorso anno. Un dato così negativo era atteso dopo che un’azienda come China Cosco, che si occupa di spedizioni navali, aveva ammesso una diminuzione dei profitti del 98,48 per cento rispetto al primo trimestre dell’anno precedente (quando l’azienda aveva chiuso l’anno in netta perdita). I dati sono in linea con il calo della crescita del paese comunista in questo primo trimestre, scesa a 8,1 per cento, il dato più basso dopo anni e anni di percentuali in doppia cifra.

E se il regime comunista insiste che giganti industriali come PetroChina e China Mobile continuano ad avere profitti eccezionali, economisti indipendenti insistono che il mercato è debole perché dominato dalle imprese statali, che hanno impedito la nascita e la crescita delle aziende private. Si possono leggere come una conferma di questa analisi le sofferenza delle aziende private degli ultimi due mesi. Come riporta il South China Morning Post, nel sud del Guangdong, l’azienda di costruzioni Guangdeye Property development di Shunde ha dichiarato bancarotta due giorni fa perché impossibilitata a pagare i debiti. Ad Hangzhou, anche la Hangzhou Jinxiu Real Estate, che costruiva appartamenti di lusso, ha chiuso i battenti. David Ng, analista del Macquarie Equities Research, non prevede niente di buono per il futuro: «Col passare del tempo solo i grandi gruppi avranno accesso ai prestiti bancari, perché più affidabili, e le piccole aziende entreranno in difficoltà».

Negli ultimi anni, come scrive anche AsiaNews, le banche statali hanno concesso prestiti con eccessiva facilità. Le aziende hanno costruito senza seguire il mercato e si calcola che il 50% delle nuove costruzioni sia invenduto, anche perché, secondo l’analista Andy Xie, a Pechino e Shanghai il prezzo medio per metro quadro di una casa supera il valore di cinque mesi di un salario medio a causa della speculazione. Insiste David Ng: «Non mi stupirei per niente se vedessi nei prossimi mesi una serie di bancarotte a catena in città come Pechino e Shanghai».

Un altro dato indicativo del rallentamento dell’economia cinese è la frenata dei profitti nel settore del ferro e dell’acciaio dovuto, secondo il Caixin, ai prezzi elevati e alla bassa domanda. Nei primi due mesi del 2012, rispetto allo stesso periodo del 2011, l’Associazione cinese del ferro e dell’acciaio (Cisa) ha registrato una perdita per le sue aziende del 68,4 per cento, pari a miliardi di yuan. Il settore non conosce la parola deficit dall’inizio del millennio, anche se, secondo il vicepresidente del Cisa, già nel 2011 le compagnie hanno visto i profitti scendere del 4,5 per cento. Otto compagnie hanno perso un totale di 3,3 miliardi di yuan, 338 milioni di euro circa. Un’azienda importante come Angang Steel Co. ha perso nei primi due mesi del 2012 due miliardi di yuan, pari a 225 milioni di euro.

Il trend negativo che sta conoscendo la Cina è comune anche alle altre principali economie emergenti, secondo uno studio di Bankitalia. Brasile e india hanno rallentato, al pari del Dragone, nell’ultimo trimestre del 2011. Al contrario invece della Russia, la cui espansione resta «vivace».
twitter: @LeoneGrotti

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