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Ddl lavoro, Rete Imprese Italia: «Contratto unico a tutele crescenti? Ennesima gabbia. Ecco perché siamo contrari»

maggio 29, 2014 Chiara Rizzo

Intervista a Mauro Bussoni (Confesercenti) dopo l’audizione in Senato: «Noi ci impegniamo per la stabilità dei lavoratori, ma la vita media delle imprese è passata da 14 a 3 anni. Serve flessibilità»

Lunedì scorso, commentando il risultato delle elezioni europee, Matteo Renzi ha confermato l’urgenza e la volontà di realizzare le riforme, tra le quali spicca il disegno di legge delega sul lavoro che attualmente è all’esame della commissione Lavoro del Senato: tra le nuove misure, centrale nella proposta dell’esecutivo è quella del contratto unico a tutele crescenti per i nuovi assunti, che ha lo scopo di mettere ordine fra le numerose tipologie contrattuali esistenti (si tratta di un contratto a tempo indeterminato che però per i primi 3 anni vedrebbe “sospeso” l’articolo 18, dunque concedendo alle aziende la libertà di interrompere la collaborazione). Martedì in commissione si è tenuta l’audizione su questa materia di Rete Imprese Italia, l’associazione che raggruppa Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti. Davanti ai senatori è intervenuto il segretario generale di Confesercenti Mauro Bussoni, che ha accettato di spiegare a tempi.it le obiezioni di Rete Imprese Italia rispetto alla riforma.

Cosa pensate del contratto unico a tutele crescenti?
La preoccupazione per quanto ci riguarda è che, se è coniugato con una rimodulazione delle forme contrattuali come il ddl si propone di fare, non ci pare conforme alle esigenze produttive delle aziende che rappresentiamo. Le nostre imprese hanno bisogno di essere competitive con particolari forme contrattuali, come l’apprendistato e i contratti a tempo determinato. Noi imprenditori ci impegniamo a trasformare una buona percentuale di questi ultimi in contratti a tempo indeterminato, e c’è una volontà di garantire forme contrattuali più certe. Ma riteniamo che vadano preservati i contratti flessibili, altrimenti significherebbe ridurre importanti opportunità lavorative. Per contrastare la crisi che l’economia italiana sta vivendo, infatti, occorre tenere in debita considerazione le specificità dell’articolato sistema delle imprese. Un intervento come il contratto a tutele crescenti introdurrebbe dall’alto una nuova forma contrattuale sulle realtà delle aziende, che poi dovrebbero adeguarsi. A nostro parere il contratto di apprendistato già va nella direzione di aumentare l’occupazione, ed è una misura sufficiente.

Secondo il rapporto annuale Istat 2014, sono 2 milioni e 600 mila i cosiddetti “lavoratori atipici” (l’11,6 per cento della forza lavoro) e 3 milioni 163 mila quelli a part time. Una delle forme contrattuali su cui si verificano abusi e che il ddl intende correggere, sono ad esempio i contratti “job on call”, a chiamata, che alcune imprese trasformano di fatto in rapporti a tempo indeterminato.
Sì ma anche i job on call rispondono comunque ad esigenze specifiche delle imprese. Spesso chi lavora nella ristorazione o nell’attività di banqueting ha magari bisogno di personale all’ultimo momento e ricorre ai lavoratori a chiamata. Ricordo che ci sono già delle forme contrattuali, sia per i tempo determinato che per i tempo indeterminato, che prevedono garanzie per i dipendenti. Fatta 100 l’esigenza di personale, si prevede che almeno 70 venga stabilizzato. Il problema è che oggi c’è un tasso di disoccupazione fortissimo. Capisco che chi è disoccupato e deve tornare nel mondo del lavoro ha bisogno di sicurezza e stabilità, ma le imprese che rappresentiamo non hanno la possibilità di programmare sul medio-lungo periodo, e non possono garantire l’occupazione con un contratto troppo ingabbiante.

Ma contro l’abuso dei “contratti flessibili” non proponete alternative?
Il contratto nazionale del commercio e del turismo già prevedono impegni di natura contrattuale tra parte datoriale e dipendenti per la stabilizzazione di lavoratori. In particolare a fronte di certi contratti a tempo determinato, è previsto che si deve trasformare l’apprendistato in contratti a tempo indeterminato. Per le esigenze delle imprese che rappresentiamo è importante non aggiungere altre ipotesi contrattuali, come quelle a tutele crescenti, che ci lasciano perplessi. Un altro aspetto che ci lascia perplessi è il salario minimo.

mauro-bussoni-rete-imprese-italiaPerché?
È un provvedimento che non condividiamo. Noi rappresentiamo 3 milioni e mezzo di imprese con caratteristiche molto diverse ma ci sembra una proposta infattibile anche perché per alcuni settori porterebbe un aumento dei costi. Attualmente inoltre tutti i parametri sul salario minimo sono fissati dai contratti nazionali. Tutto quello che serve e che va privilegiato, a nostro avviso è ciò che permette l’inserimento nel mercato del lavoro e che favorisce una flessibilità in entrata. Certo, deve esserci un impegno reciproco, tra aziende e dipendenti, per la stabilità. Vorrei segnalare però che delle imprese che rappresentiamo fino a pochi anni fa la media di vita era di 14 anni. Oggi l’esistenza di un’impresa in media è scesa a 3 anni, quindi è più difficile avere condizioni stabili contrattuali. Il che certo non vuol dire che creiamo vessazioni.

Quali aspetti apprezzate invece del ddl delega?
Ci sono dei passaggi che condividiamo. La semplificazione normativa per le imprese, ad esempio, è per noi assolutamente positiva. Un altro aspetto che abbiamo apprezzato è la riforma delle politiche attive (il ddl prevede tra l’altro la creazione di un’agenzia unica per coordinare le attività attuali dei centri per l’impiego, ndr). Siamo certi che se ci fossero delle buone politiche che favorissero l’occupazione, eviteremmo la spesa ingente sulle politiche passive, come la cassa integrazione. Auspichiamo anche che vengano introdotti nel ddl delega sgravi fiscali per le aziende che assumono. Un altro aspetto del ddl che abbiamo apprezzato, infine, è l’intenzione di garantire a tutte le lavoratrici mamme le stesse condizioni: ci è sembrato un passaggio importante.

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8 Commenti

  1. Filomena scrive:

    E certo quando si parla di lavoratori dipendenti allora le persone diventano usa e getta a disposizione di imprese in alcuni casi tanto piccole da essere ridicolo parlare di imprenditori.

    • Giannino Stoppani scrive:

      Povera Filomena, si vede come conosci il mondo del lavoro!
      1) un imprenditore per esser degnamente definito tale non ha neanche bisogno di avere dei dipendenti.
      2) nelle piccole imprese gli imprenditori e i loro dipendenti vivono a contatto di gomito, lavorando insieme a volte per molti anni, per cui finiscono per considerarsi come dei familiari, e non a caso la causa di molti suicidi tra gli imprenditori è stata di non poter pagare gli stipendi, viceversa nelle grandi industrie i dipendenti sono poco più che numeri e si decide della loro sorte con maggiore spregiudicatezza. Naturalmente qui si tratta in generale e a questo tipo di comportamento umano vi sono eccezioni anche vistose.

  2. francesco taddei scrive:

    non sia mai che la lotta di classe venga superata. il dipendente deve restare sotto ricatto eh?

  3. Cisco scrive:

    “Oggi l’esistenza di un’impresa in media è scesa a 3 anni, quindi è più difficile avere condizioni stabili.”

    Alla fine il mercato rende giustizia di una classe “imprenditoriale” totalmente incapace di guardare al futuro con un minimo di visione strategica. La cosiddetta “flessibilità” c’è già da tempo, al limite dello schiavismo islamico, quindi la crisi non si risolve con la modifica dei contratti, ma cambiare le imprese per dare ai clienti quello che vogliono.

    • Giannino Stoppani scrive:

      Per chiarezza è bene distinguere tra “flessibilità” e “precarietà”.
      La “flessibilità” si ottiene quando si riducono o, meglio, si rimuovono gli ostacoli che impediscono al lavoratore di passare da un impiego all’altro in modo da ridurre la disoccupazione cosiddetta “frizionale”.
      La “precarietà”, invece, la si causa eliminando le garanzie del lavoratore consentendo al datore di lavoro di licenziare con pochi patemi d’animo.
      Purtroppo in questi anni le varie riforme del mercato del lavoro hanno portato solo “precarietà”, e nessuna “flessibilità”, anzi, secondo l’esperienza di molti, a causa della burocrazia e dei bizantinismi italioti e europei la situazione della flessibilità del mercato del lavoro italiano è peggiorata assai.

  4. AndreaB scrive:

    Il problema e’ l’instabilita’. Quando una societa’ diventa instabile tutto diventa piu’ precario, anche il lavoro. La flessibilita’ e’ possibile ma non per tutti. Per i lavori per i quali non sono necessarie un’istruzione e delle competenze specifiche puo’ essere piu’ semplice. Pensate pero’ che spreco di tempo e di energie, quando una persona che e’ bravissima a fare un certo tipo di lavoro, deve impararne un’altro che non ha mai fatto, solo perche’ ora i suoi prodotti conviene importarli? Oppure perche’ per continuare a lavorare dovrebbe emigrare con la famiglia chissa’ dove? Lo stato e i grandi imprenditori potrebbero essere piu’ lungimiranti e, diciamo anche, un po’ piu’ protettivi. Per la stabilita’ e’ importante la territorialita’, il favorire il territorio in cui si abita, ovvero le persone che abitano sul territorio, oppure no?

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