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I giovani e la “filosofia dello zaino vuoto”. Ma il nostro cuore vuole cose grandi

luglio 30, 2013 Giovanni Fighera

Compariranno ora alcuni dei tanti incontri straordinari avvenuti con i ragazzi nell’ordinario della vita scolastica. Ho mutato il nome dei protagonisti, ma le storie raccontate sono tutte vere.

Sofia mi dice: «Vorrei parlare con lei. È morta la sorella di una mia cara amica e mi è venuto in mente lei. Le mie compagne non mi avrebbero capito o mi avrebbero preso in giro. La sorella della mia amica è morta di tumore al cervello. Ne ho parlato con mia madre e mi ha detto che è normale che fossi colpito, perché è la prima volta che moriva per me una persona cara. Quando crescerò, poi non sarà più così. A me non va bene questa risposta. Da una settimana io prego, anche se non ho mai avuto molta fede e non ho mai pregato, ultimamente mi sembra che sia l’unica cosa che mi viene da fare e che io possa fare per la ragazza e per i suoi genitori. Vorrei andare a trovarli e stare loro vicino […] Poi, però, ho paura che sia solo un fatto psicologico».

Lucia, invece, mi racconta: «Se prendo tre debiti, i miei genitori mi tolgono dal gruppo scout. Quest’anno l’esperienza degli scout mi ha dato speranza, mi ha dato la forza per andare avanti, per affrontare le difficoltà della scuola». Per vivere ci vuole una grande speranza. Come si può vivere se vieni privato di ciò che ti dà la speranza nelle tue giornate?

Gianluca scrive: «È difficile spiegarlo, ma ogni studente aspetta il sabato sera per dimenticare e vivere una parentesi extratemporale. Forse è un po’ la malattia di questa generazione, ma il popolo giovanile vive il sabato sera e in settimana sopravvive».

Margherita è, invece, molto colpita dalla notizia che il padre di una sua amica tradisca la moglie: «Non so come spiegarmi. Se hai un modello di uomo che per te è perfetto, che è quello che cercherai nella tua vita e vorresti che il tuo fidanzato fosse come lui, se poi lui si comporta così, oltre che deluderti ti fa pensare che, se era lui l’uomo migliore e ha trattato così sua moglie, allora cosa faranno gli altri? Un papà, poi, non tradisce solo la moglie, ma anche i suoi figli».

Stefania mi scrive una lettera. Sta vivendo un periodo difficile, ha terminato una storia sentimentale importante e si è messa con un altro ragazzo, ma non è convinta. Anche l’università, scelta senza molta convinzione, la sta deludendo e ora non sa cosa fare, vorrebbe allontanarsi da casa, da una famiglia che sa già ciò che lei deve scegliere nella vita. Mi scrive: «Ripenso spesso alle sue lezioni, a quando siamo stati a fare volontariato e a tutti i momenti in cui le sue parole mi hanno toccata dentro lasciandomi tanta speranza e felicità… Mi manca molto tutto questo…». Allora la invito a parlare di persona di cosa stia vivendo. A pranzo, dopo averla ascoltata, le parlo del cuore, le faccio presente che tutti noi abbiamo dentro un criterio formidabile per scegliere e per capire se quanto viviamo ci corrisponda, il criterio del cuore, ovvero quel complesso di esigenze originarie, di felicità, di amore, di bellezza, di giustizia… Lo strumento formidabile di cui siamo tutti forniti è il confronto di quanto ci accade, di quanto viviamo, di quanto ci viene proposto con questo cuore che trova una corrispondenza totale solo quando incontra  il vero, il buono, il bello… La ragazza alla fine del pranzo mi ringrazia dicendomi che i suoi amici, anche i più stretti, o i suoi genitori, quando parlavano con lei, sembrava che avessero comunque un secondo fine, perché propendevano per una scelta e avrebbero voluto condizionarla. Ora si era sentita molto fortunata, perché aveva incontrato una persona che le aveva indicato qualcosa d’altro attraverso cui conoscersi meglio e abbracciarsi, un criterio che non era fuori di lei, ma che era del tutto inerente alla sua persona. Il cuore, quando è scevro di pregiudizi e di sovrastrutture, sobbalza di fronte. Due anni più tardi, Erica mi chiama e mi confessa con entusiasmo che è cambiata, perché si è convertita. E mi racconta tutta la storia.

Marco mi telefona, dopo tanti anni. «Salve, professore, volevo comunicarle che mi sto laureando. Devo ringraziarla, perché io ho compreso che volevo diventare avvocato quando lei mi ha fatto i complimenti per l’interrogazione di Machiavelli dicendomi che avevo il dono della parola e parlavo bene. Quanto mi ha detto è come se illuminasse il mio cammino. Se realizzerò il sogno di fare l’avvocato, lo devo in gran parte  a lei». Una semplice interrogazione, valutata con un voto più che discreto (sette e mezzo), è diventata l’occasione della vita, la luce che ha illuminato la strada successiva. Poche parole di un insegnante in una delle tante interrogazioni della giornata possono avere un peso per un ragazzo decisivo.

Alla prova scritta di Italiano, durante l’Esame di Stato, i ragazzi sono visivamente provati. Come commissario interno e segretario della Commissione, corro avanti e indietro per assolvere ai compiti in una calda e afosa mattinata. Un commissario esterno ad alta voce perché anche i ragazzi possano sentire esclama: «Gli studenti non sanno che gli Esami sono solo fatica e sbattimento, nulla più. Li prendono sul serio». Andrea mi guarda con degli occhi che comunicano un chiaro giudizio sull’affermazione di quel docente. Finita la prova, il ragazzo mi aspetta per dirmi che non mi aveva mai visto così provato. Nelle sue parole c’era, però, tutta la sua gratitudine.

Questo è il cuore di quei tanti ragazzi che vediamo in giro e che spesso, in maniera frettolosa, giudichiamo vuoti, senza valori, mentre sono pieni di domanda e cercano nel mondo che sta loro attorno, nel mondo degli adulti e dei coetanei, delle risposte, delle ragioni, delle certezze. La crisi attuale è forse la più grave che abbia vissuto il mondo occidentale, perché l’uomo assiste, dopo aver già visto la perdita di fede nell’al di là, alla perdita di fede nell’al di qua. In mezzo alla scomparsa dei grandi ideali, trionfa una gaia disperazione. I ragazzi cercano nella vita dei sogni da realizzare, hanno sete di grandi ideali, sono delusi dal cinismo e dallo scetticismo degli adulti.

Hanno ragione i giovani che vivono con lo slancio di chi affronta la vita senza ancora conoscerla e che palpitano nel cuore nell’attesa di scoprire cosa la vita riserva loro o hanno ragione quegli adulti che sanno già come va a finire e che, quindi, non si illudono più? Questa non è una divisione anagrafica, ma di cuore. Ci sono giovani che sono già vecchi, perché sanno già che l’amore vero non esiste o che la vita non riserva troppe sorprese, come ci sono adulti che hanno ancora il cuore aperto alla novità della prima volta. Sempre più si vede l’influenza del cinismo degli adulti sul mondo dei giovani. Sempre più i giovani sembrano avvertire che non ci siano ragioni per cui valga davvero la pena fare fatica e affrontare la realtà ordinaria se non motivazioni strettamente economiche. Nell’ordinario costituito dalla scuola o dal lavoro si deve cercare di sopravvivere, come ha scritto uno studente, per poi vivere nei weekend di libertà sfrenata, di sballo, di stordimento. La realtà non è più percepita come interessante, gli impegni e le responsabilità vanno evitate, vige la «filosofia dello zaino vuoto» presentata dal protagonista del film Tra le nuvole.
«Edonismo» è la parola che meglio descrive ciò che il mondo degli adulti e dei giovani (che ne siano coscienti oppure no) considera come valore. «Edonismo» è la parola che comprende atteggiamenti in apparenza differenti, ma nella sostanza simili, che includono la soddisfazione di piaceri forti e sempre nuovi, la ricerca del benessere, dello star bene, del non avere problemi, del divertimento spensierato, della recisione di responsabilità troppo onerose o di rapporti che possano presentare dei problemi. In questa logica di demoralizzazione (per usare un’espressione di Havel) e di deresponsabilizzazione l’io perde la sua natura di «persona» (bellissimo è l’etimo del termine, ovvero «un uomo che risuona ed emerge, fa sentire la sua voce nella trama di rapporti con gli altri»), diventa dapprima «individuo» («uomo che si concepisce viduus, cioè orfano, solo, senza legami, deprivato della compagnia di altri») e, ben presto, pedina della scacchiera del potere o sistema.
L’innato spirito di appartenenza che connota l’uomo lo induce, una volta che vengono meno le appartenenza più vere ed autentiche, ad identificarsi con i valori veicolati dalla società. L’uomo sostituisce il desiderio infinito che alberga nel suo cuore con una serie di infiniti bisogni indotti.
La trasformazione dell’homo religiosus («con legami e con una domanda di senso e di verità») in homo oeconomicus avviene in modo indolore e gradualmente. Il ragazzo si trova ben presto, senza accorgersene, a cercare quello che cercano tutti, a non sapere ragionare con la propria testa, ad assecondare l’opinione della massa e i bisogni imposti dal sistema. L’io o la coscienza sembrano obnubilati.

Un’adolescente mi ha confidato qualche mese fa, dopo aver tentato il suicidio, che l’amore vero non esiste, che siamo solo materia e che non vivremo per l’eternità. La cultura massmediatica contemporanea veicola in tutti i modi il messaggio che non esiste una verità, non c’è un amore vero o un ideale per cui valga la pena vivere. Sembra oggi essersi avverata la profezia di Teilhard de Chardin: «Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere».
Come fare allora? Da dove ripartire? Ho passato parte del pomeriggio con quella ragazza, raccontandole la mia esperienza e richiamando lei a cosa desiderasse. Le ho chiesto: «Ma tu desideri un’amicizia vera, un amore vero, un’esperienza bella?». Mi ha risposto con sicurezza: «Certo». Dopo la chiacchierata l’ho invitata a studiare con altri compagne e a partecipare alla festa che la sera avremmo fatto a scuola. Questo è il punto da cui ripartire. Il nostro desiderio che si deve tradurre in domanda di incontrare luoghi di umanità diversa, più affascinante e più viva, luoghi in cui il nostro io si riscopre e rinasce. Se la nostra domanda è desta, se il nostro cuore è sgombro da incrostazioni, se il nostro sguardo è attento, allora ecco che la realtà ci sorprenderà, perché Lui (Gesù Cristo) c’è e attende solo un varco per entrare ed essere accolto nel nostro cuore.

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2 Commenti

  1. Edo scrive:

    Bellissimo, grazie!

  2. marisa scrive:

    Che bello leggere ciò che il cuore desidera! (e non solo quando si è giovani, ma ad ogni età!) Grazie veramente DI CUORE

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