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«È proibito pubblicare commenti contrari alla linea di partito»: ecco cosa insegna il manuale di giornalismo in Cina

dicembre 20, 2013 Leone Grotti

Pechino vuole limitare ulteriormente la libertà di stampa imponendo a tutti i giornalisti cinesi di passare un esame ideologico l’anno prossimo per mantenere la loro tessera. Il nuovo test si terrà in gennaio o febbraio: chi non passa l’esame, dovrà rifarlo o rinunciare alla tessera da giornalista.

INTERVISTE INVENTATE. Prima di entrare nei dettagli della nuova iniziativa promossa dal partito comunista cinese è necessaria una premessa. Il giornalismo in Cina è rinomato per i suoi “problemi”. Sono molto comuni i casi di reporter accusati di aver copiato una notizia o addirittura di essersela inventata e l’accuratezza degli articoli e la verifica dei fatti non sono il piatto forte dei quotidiani.
A titolo di esempio, nel suo libro “La Cina in dieci parole” lo scrittore Yu Hua per descrivere il suo paese sceglie anche i termini “taroccato” e “huyou”, fregatura. Più volte, scrive Hua, «mi sono ritrovato a leggere sui giornali cinesi mie interviste. Peccato che non le abbia mai rilasciate».

«PROIBITO CRITICARE IL PARTITO». Premesso questo, la decisione presa del nuovo presidente Xi Jinping per controllare i media è molto controversa. I giornalisti dovranno seguire lezioni di almeno 18 ore su tematiche quali i valori del marxismo e del socialismo con caratteristiche cinesi. Per passare l’esame, poi, dovranno conoscere a menadito un manuale di 700 pagine, che contiene direttive come questa: «È assolutamente proibito pubblicare notizie che contengono commenti contrari alla linea del partito». E ancora: «La relazione tra il partito e le notizie dei media è come quella tra colui che guida e colui che viene guidato».

LIBERTÀ DI STAMPA. L’obiettivo ufficiale dell’esame è quello di «aumentare la complessiva qualità del giornalismo in Cina e incoraggiare i reporter ad avere il socialismo al centro del loro sistema di valori», ma si può ragionevolmente nutrire qualche dubbio. La mossa di Xi Jinping arriva a due mesi dallo scandalo del New Express, quotidiano del Guangdong che aveva sfidato apertamente il partito a caratteri cubitali in prima pagina («Per piacere, liberatelo!») chiedendo la liberazione di un suo giornalista arrestato per aver pestato i piedi sbagliati.
Pochi giorni dopo, Chen è stato costretto a “confessare” le sue colpe e il giornale a chiedere scusa. Grave anche il caso avvenuto in gennaio del Southern Weekly, che in un articolo chiedeva «diritti costituzionali». La censura di partito è arrivata appena in tempo per sostituire l’articolo con un panegirico del partito e di Xi.

XI HA PIÙ POTERE DI MAO. Il tentativo di Xi Jinping di limitare ulteriormente la libertà di espressione dimostra sia l’ossessione del partito comunista per la «sicurezza» sia l’enorme potere, per alcuni superiore anche a quello che aveva Mao Zedong, che sta acquisendo il nuovo “imperatore” cinese XI.
Xi non è infatti solo il segretario generale del partito comunista, il presidente della Cina e il comandante in capo delle Forze armate. Dopo il Terzo Plenum, guiderà anche la nuova super commissione “sull’approfondimento complessivo delle riforme” e soprattutto la super commissione per la Sicurezza nazionale per coordinare meglio il lavoro dei dipartimenti che gestiscono compiti che vanno dal lavoro di polizia e controspionaggio fino ai media e agli affari esteri. Secondo Xia Yeliang, ex professore all’università di Pechino e famoso intellettuale, quest’ultima commissione «assomiglia al KGB di epoca sovietica». Nessuno in Cina aveva mai accentrato nelle sue mani così tanti poteri.

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