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Le nostre banche sono in “sofferenza” (ed è un guaio per tutti)

agosto 1, 2013 Massimo Giardina

Banca d’Italia guarda preoccupata l’aumento dei crediti in sofferenza degli istituti e non risparmia le critiche. Il risultato? Meno crediti nel Paese

Giro di vite di Banca d’Italia verso il sistema bancario sul tema delle sofferenze. Palazzo Koch è sempre più con il fiato sul collo delle aziende di credito nei controlli sulla bontà del loro operato, richiedendo maggiori coperture rispetto alle previsioni di perdita.
In poche parole, le banche fanno sempre più fatica a portare a case i capitali prestati, Banca d’Italia chiede alle aziende di credito che queste perdite potenziali abbiano prudenzialmente dei capitali a copertura, ma questi capitali una volta utilizzati a garanzia non possono essere impiegati in altri prestiti. Ne consegue che il sistema bancario si ritrova senza la possibilità di dar luogo alla sua naturale attività: l’intermediazione creditizia.

COSA SONO LE SOFFERENZE? Le classificazioni della rischiosità dei crediti sono differenti e con il termine “sofferenza” Bankitalia intende «l’esposizione verso una controparte in stato di insolvenza (anche se non accertato giudizialmente) o in situazione comparabile, indipendentemente dalla previsione di perdita formulata dalla banca e dalla presenza di garanzie». Affinché un credito sia classificato come sofferenza non basta la semplice scadenza dello stesso, ma delle motivazioni che facciano presumere la potenziale non restituzione dei capitali prestati.

La sofferenza è dunque un passaggio prudenziale fra la semplice scadenza e la perdita certa di un credito che implica la svalutazione in bilancio con problemi per la banca anche dal punto di vista fiscale a causa dei penalizzanti criteri di deducibilità – su quest’ultimo tema il ministro Saccomanni ha recentemente affermato che il problema «è all’attenzione del governo».

IL GIUDIZIO “PREOCCUPATO” DEGLI ISPETTORI. L’attuale grattacapo del sistema bancario causato dalla crisi congiunturale è l’aumento del deterioramento dei crediti è la conseguente impossibilità a generarne altri. Banca d’Italia ha verificato che il problema, rispetto al totale degli impieghi è cresciuto in modo preoccupante nell’ultimo lustro. Infatti tale rapporto nel 2007 era al 4,5 per cento e nel giugno 2012 si attestava al 12,3 per cento.
Ciò che preoccupa e che sta muovendo i funzionari dell’organismo di vigilanza bancaria nostrana è il livello di copertura di tali squilibri: nel quinquennio appena citato, il tasso di copertura dei crediti deteriorati è passato dal 49,4 per cento al 37,7 per cento.
Negli ultimi controlli di Banca d’Italia, per effetto delle revisioni operate, sono aumentati gli accantonamenti e di conseguenza i tassi di copertura, come riportato nella tavola 2. Importante il giudizio espresso dai controlli degli ispettori: «Dalle verifiche sono emerse carenze nelle politiche e nelle prassi seguite da parte di diverse banche in materia di definizione dei criteri per la valutazione dei beni in garanzia e dei parametri per l’attualizzazione».

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2 Commenti

  1. marco scrive:

    Allora ripeto per l’ennesima volta che non sono vere le analisi fatte in quanto manca sempre di considerare un fattore importante: dare a Cesare quel che è di Cesare cioè? la propietà della moneta stessa. Tradotto significa che torni una moneta nazionale, che lo Stato garantisca sia i risparmi sia i titoli di stato invenduti o il pagamento dei titoli qualora ci sia insolvenza (ciò risolverebbe problemi quali lo spread la speculazione selvaggia o emorragia di soldi andati via o rubati persi grazie all’euro)

  2. Cisco scrive:

    Finalmente qualcuno chiarisce che le banche italiane sono tecnicamente fallite, grazie alla loro totale incompetenza nel valutare le potenzialità dei loro clienti, piccole aziende spesso incapaci di gestire la complessità del mercato globale. Inoltre le banche sono spesso usate a scopo politico-clientelare, basta vedere quello che e’ successo con Unipol e Mps: qualcuno dimentica che anche le banche sono imprese che devono essere redditizie per sopravvivere, non si puo’ chiedere allo stato di gatantirle. Se si vuole garantire qualcosa bisogna farlo tramite assicurazioni private, altrimenti se le banche già fallite venissero anche costrette dallo stato a comprare titoli – o a subire un aumento della pressione fiscale a causa dell’acquisto di titolo invenduti da parte dello stato – aggraverebbero il circolo vizioso. Ricordiamoci che neanche la Grecia, uno stato fallito, ha deciso di abbandonare l’euro: la cosiddetta sovranità monetaria nazionale sarebbe molto peggio per un paese allo sbando, perché porterebbe di fatto a una sorta di autarchia.

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