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L’assoluzione di Saladino e la condanna dell’Italia a una tragica fine greca

maggio 14, 2017 Luigi Amicone

La cosa della giustizia spettacolo che poi diventa un boomerang per la vera giustizia e un tritacarne per chi ci capita, l’abbiamo capita da tempo. Ma bisogna capirla di più

Era il 2007. L’anno dell’inchiesta Why Not e di celebrità del suo protagonista. Luigi De Magistris. Sostituto procuratore in quel di Catanzaro. Oggi siamo nel 2017. Il sostituto è diventato politico e il caso Why Not è chiuso, morto, seppellito, incenerito dalle sentenze dell’Alta Corte. Buon ultimo, la scorsa settimana si è trovato libero da ogni addebito uno dei principali accusati: il feroce Tonino Saladino. Undici anni dopo, finalmente libero. Dopo undici anni, sei gradi di giudizio (per via dei rinvii della Cassazione) e un’unica interminabile via crucis. Perdita del lavoro, massacro della reputazione, drammi familiari. «Mi hanno fatto a pezzi», dice il Saladino uscito dal tunnel. «Grazie a Dio ho la fede, una famiglia, degli amici». E grazie perché c’è la Cassazione. Ma ci volevano proprio Dio, patria, famiglia, amici e Cassazione per resistere allo tsunami di undici anni da presunto colpevole in 5.300 articoli di giornale e 4 puntate di AnnoZero.

Ricordate? È passata un’era geologica. Ma bisogna ricordare. Ricordare quelle ore e ore di trasmissioni televisive santoriane. Le paginate di giornali che – addirittura il Sole 24 Ore – descrivevano le inchieste di Giggino come il disvelamento di un mondo di corruttele di fronte al quale la Tangentopoli lombarda sarebbe impallidita. Ricordate? Emergenza nazionale. Corri corri della stampa internazionale. Già, perché il feroce Saladino fu descritto, tra l’altro, come cupola di loggia massonica che spuntava in seme a San Marino ma che poteva ben arrivare a fiorire, chessò, a Juneau, Alaska. Intanto centinaia di personalità, politici, imprenditori, militari, Guardia di Finanza, cadevano sotto il fuoco di questo qui che «io non guardo in faccia a nessuno». E così, per non guardare in faccia a nessuno, invece della normale paginetta solitaria, per giustificare anche solo un atto di perquisizione, questo qui produceva in chiaro montagne di carte e di intercettazioni. Buone naturalmente non per farci un processo in uno Stato di diritto. Ma per farci il sugo della stampa patria e internazionale, e poi andare in giro a televisionarlo. E così ciascuno dei partecipanti allo spettacolo di MasterChef, cucinava la celebrità e la carriera sua.

Ebbene, alla fine, via l’incriminazione di casa Mastella, allora Clemente ministro della Giustizia, è venuto giù tutto. Tutte le riforme. E il governo Prodi per primo. Poi che ebbe qualche giornata complicata anche lui (messo sotto inchiesta dal Csm rispose gridando al complotto), il cavaliere senza macchia e senza paura si indignò di tanta persecuzione giudiziaria nei suoi riguardi, depose la toga e se ne andò in politica svillaneggiando colleghi e detrattori. Dopo di che, la giustizia fece il suo corso. Ovvero, ha smontato le inchieste di questo qui. Restituendo l’onore alle tante vittime. E tramandando ai posteri il nulla mediatico-giudiziario del napolitaner che si autorappresentò come l’Hans Kelsen, offeso, perseguitato, incompreso, del diritto positivo italiano.

La confusione quotidiana
Ora, questa cosa della giustizia spettacolo che poi diventa un boomerang per la vera giustizia e un tritacarne per chi ci capita, l’abbiamo capita da tempo. Ma bisogna capirla di più. Perché o ce ne sbarazziamo una volta per tutte. O continueremo a raccontarci a vanvera questo cimitero sotto la più bella luna del mondo che è l’Italia. La cosiddetta “giustizia spettacolo” (e tanto più i giornali e le trasmissioni tv travestiti da tribunali) non rappresenta soltanto un’alterazione o un danno collaterale alle parti in causa e all’accertamento della verità processuale. Rappresenta semplicemente la morte del processo penale. L’esatto contrario della giustizia. Pubblicare, come usa in Italia, su giornali e tv i materiali processuali (intercettazioni, testimonianze, tesi dei pubblici ministeri), per subito discuterne e quindi condannare o assolvere, allorché si ha notizia di un avviso di garanzia e comunque quando non si è ancora svolta la fase processuale dibattimentale, non è democratica e doverosa e innocente informazione. È impresa frenetica, non sempre svolta in buona fede ma sempre politicamente orientata, per propagandare e cristallizzare nella mente dei cittadini esposti a questo clima – che è il clima dell’informazione quotidiana da oltre vent’anni – un certo magma di confusione, pre-giudizi, ideologia, che alimentano grandi odi reciproci e grandi faziosità di parte.

L’antipolitica italiana è stata creata così. Ad arte. Giudiziaria. E non importa che i cambiamenti climatici – da colpevolisti a innocentisti o viceversa – dipendano dalle stagioni che non sono più quelle di una volta. Importa che in questo modo la giustizia è compromessa irrimediabilmente. Perché se i tempi del processo dibattimentale sono lunghi, spesso troppo lunghi, i tempi dell’informazione sono istantanei. Se pretendi di vestire il lottatore di sumo Giuliano Ferrara con la camicia del bastone di scopa Marco Travaglio, capisci che non funziona. Ma insomma, rimani nel grottesco. Però, se sali sul treno a vapore della giustizia e l’informazione alla velocità della luce ti considera già arrivato a destinazione, capisci che il grottesco si tramuta in tragedia. Nella tragedia dei Saladino qualsiasi. Innocenti o colpevoli che siano.

La formula dell’antipolitica
Giova perciò ricordare che quello che da venticinque anni a questa parte è stato distrutto e calpestato in Italia, deriso ed esibito come scalpo di un supposto superiore “diritto all’informazione”, è stato semplicemente lo Stato di diritto. Infatti, lo Stato di diritto nel processo penale dice semplicemente che «la prova si forma in dibattimento nel contraddittorio delle parti davanti a un giudice terzo e imparziale». E precisa, lo Stato di diritto, che «gli elementi di prova sono raccolti dal pubblico ministero durante le indagini preliminari, ma non hanno qualità probatoria» (salvo nelle ipotesi, tassativamente elencate dalla legge, di incidente probatorio, istituto che anticipa la fase di formazione della prova, ma che prevede, sempre e comunque, tanto per ribadire il principio che la prova si forma in dibattimento, l’udienza di pm, avvocati, imputati e testimoni, davanti a un giudice terzo e imparziale).

Adesso fate mente locale e moltiplicate per dieci, cento, mille i casi Saladino, che già per suo conto è servito a buttar giù cosette come un giro di riforme e un governo. Fate questa moltiplicazione e avrete come risultato parziale l’eliminazione per via giudiziaria di Berlusconi e dei suoi 13 milioni di voti (2008). Una certa continuità egemonica della sinistra (sia essa andata al governo col voto popolare o nominata da Napolitano dopo l’eliminazione per via giudiziaria dell’avversario di Arcore). Ma soprattutto avrete gli 8 milioni e passa di voti a Grillo che spuntano nel 2013 e cominciano a mangiar via una buona fetta di consenso alla sinistra che si credeva autorizzata a lucrare a vita sull’antiberlusconismo giudiziario e si è impedita ogni pensiero di vera riforma della giustizia.

Come risultato finale – primavera 2017 – avrete invece il panorama di fuggi fuggi del capitale economico e umano dal paese, di distruzione della libertà di impresa, di paralisi della decisione politica, di autocastrazione a muovere un solo spillo che non sia autorizzato da un’Anac di Raffele Cantone (altro che i politici: non è piuttosto questa la casta che oggi comanda l’Italia?), di flussi migratori incontrollati. (Perché, senza scomodare la “politica estera” o Minniti “Cattivissimo me”, chi sei tu, politica, parlamento, governo o anche solo elementare buon senso, per giudicare, se non c’è un’inchiesta della magistratura e un procuratore che dicono “sono troppi” e “non è troppo chiaro il ruolo di certe Ong”?). Per finire, siccome non ci vogliamo fare mancare nemmeno un soffio di ghibli del deserto, eccoci al possibile trionfo di 13 milioni di Cinque Stelle alle prossime elezioni.

La madre di tutte le riforme
Dov’è il busillis? È nel manico. È nel fatto che non esiste che una madre di tutte le riforme e una, una sola ragione per cui l’Italia è a tutt’oggi un paese irriformabile. Lo sanno tutti, anche i pavidi e, anzi, collaborazionisti editori di giornali, commentatori, romanzieri, economisti, ecclesiastici, politici, insomma, l’insieme borghese della “vil razza padrona”: se non si ristabilisce lo Stato di diritto e il tempo di una giustizia decente, all’agonia italiana seguirà la morte. Alla greca.
Può darsi che questo panorama sia bello a vedersi dagli stranieri che ci vedono in prospettiva camerieri della Cina e colonia della Germania. Ma come cittadini deideologizzati e, quel che conta, affamati di lavoro e di meno tasse, di occupazione e di educazione per i nostri figli, se non interveniamo sul cancro giustizialista e non riportiamo i magistrati sotto il trono della politica, come da un po’ di tempo dice Luciano Violante (uno che se ne intende), siamo destinati a fare una brutta fine. Chi tocca il filo “giustizia” muore? Sarà ben l’ora di morire per una buona ragione invece che per un selfie.

Foto Ansa

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