Una nuova Tangentopoli o l’antico vizio di don Abbondio?

In un certo senso, Di Maio ha ragione. La scelta è tra chi usa l’eco mediatico delle inchieste per far fuori gli avversari politici e chi crede nella presunzione di innocenza

Quel leone di Luigi Amicone, intervenendo l’altro giorno in consiglio comunale a Milano, ha dovuto ribadire l’ovvio e cioè «che si è innocenti fino a prova contraria», così come dice la Costituzione all’articolo 27, e che le prove di colpevolezza vanno verificate in tribunale, non sui giornali. Ci vuole un coraggio leonino, di questi tempi, a dire cose così e purtroppo è un coraggio che uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

O noi o Tangentopoli

E infatti non ce l’ha quasi nessuno, piegati come si è tutti alla narrazione travagliesca del “carta canta” (e pazienza se è sempre e solo la carta dell’accusa e delle intercettazioni sapientemente ricicciate sui giornali). I due consiglieri di Milano (Fi), il sindaco Sala (Pd), il governatore lombardo (Lega), il sindaco di Legnano (Lega), ora anche l’europarlamentare Comi (Fi) e il «fascicolo aperto dalla Corte dei Conti dopo l‘inchiesta di Repubblica sui voli di Stato Matteo Salvini». Storie molto diverse per (presunti) reati diversi, tutte accomunate dal colpire una Regione (la Lombardia) e una certa parte politica. Tanto che Luigi di Maio – quello che «avevo sbagliato a leggere le email» sul caso Muraro – ha detto che alle Europee del 26 maggio «la scelta sarà tra noi e questa nuova Tangentopoli».

Tutto sensato?

In un certo senso, Di Maio ha ragione. La scelta è tra chi usa l’eco mediatico delle inchieste per far fuori gli avversari politici e chi crede nella presunzione di innocenza, nell’uso della custodia cautelare solo come extrema ratio, nelle garanzie a favore dell’indagato. Ed è inevitabile porsi la stessa domanda che ieri sul Foglio si è posto Maurizio Crippa:

«Il riflesso mediatico dell’inchiesta (non si dirà dell’inchiesta in sé) sembra quello di indebolire o intimidire un governo regionale Lega-Forza Italia che non è esattamente lo specchio del salvinismo, né tantomeno il governo populista grillino, ma è il miglior governo di centrodestra moderato disponibile al momento in Italia. Tutto sensato?».

Tutto sensato no. Perché è certo che esiste la corruzione e il malaffare, ma è altrettanto certo che combatterlo col piede di porco dei giornali e i mezzucci pentastellati è un boomerang. Chi dopo trent’anni di Mani Pulite non vuole ammetterlo è, semplicemente, in mala fede.

L’inchiesta in Abruzzo

Proprio ieri, nel giorno stesso in cui sulle prime pagine campeggiava la foto di Lara Comi, il Giornale s’è preso la briga di raccontare come è finita un’inchiesta che, otto anni fa, colpì alcuni dirigenti del Pdl in Abruzzo e il vescovo ausiliare dell’Aquila Giovanni D’Ercole.

Era il 2011 quando Gianfranco Cavaliere, un politico dell’allora Pdl molto noto in città, fu arrestato insieme al funzionario di Palazzo Chigi Luigi Traversi, con l’accusa di essersi appropriato dei fondi messi a disposizione dalla presidenza del Consiglio attraverso il sottosegretario Carlo Giovanardi. «Io – racconta Giovanardi – avevo subito detto che non c’era niente di irregolare, anzi Cavaliere si era dato da fare per attivare progetti nel sociale utilizzando quei 12 milioni che il Dipartimento per la famiglia da me guidato aveva deciso di spendere per opere nel sociale».
Niente da fare. Otto anni dopo ecco finalmente l’assoluzione con formula piena per Cavaliere, ma il verdetto arriva troppo tardi per l’altro imputato: Traversi è morto prima di essere riabilitato, come spesso è accaduto in questo Paese. Terra di malaffare, ma anche di processi che si stenta a comprendere nella loro genesi.

Tre anni, 10 mesi, 5 giorni

Una sorte toccata anche all’ex parlamentare (Pds, Ds e Ulivo) Lorenzo Diana che, quattro giorni fa, dopo quattro anni di indagini e l’accusa pesante di concorso esterno in associazione camorristica, è uscito pulito ma distrutto dalla vicenda.

«Ero sicuro che sarebbe finita così – commenta Diana – mi ha fatto piacere leggere che non solo non ero stato compiacente con la camorra, ma anzi mi ero sempre impegnato contro di essa. Ma la soddisfazione per l’esito dell’inchiesta, dopo tre anni, 10 mesi e 5 giorni dall’avviso di garanzia, non cancella l’amarezza e il dolore per disfunzioni e la lunghezza della giustizia».
Durante la sua lunga attività politica, Diana ha sempre sostenuto l’operato della magistratura e, sottolinea, «continuerò a farlo. Difenderò sempre il diritto-dovere di indagare. Ma le indagini vanno svolte presto e bene. Questi ritardi, che non attengono alle singole persone, non possono essere accettati. E non lo dico per me, che ho le spalle larghe. Restare quattro anni sotto inchiesta – aggiunge Lorenzo Diana – rappresenta un calvario durissimo. Così si annullano la persona, il suo ruolo, il suo impegno, la sua storia. Nel mio caso, anche un impegno antimafia scelto con una dichiarata scelta di vita, quando nel regno del clan dei Casalesi non c’erano né lo Stato né l’attenzione dei media, quindi in piena solitudine e in prima linea».

Saviano e de Magistris

La vicenda Diana è particolarmente significativa: originario di Casal di Principe, è l’unico politico citato nel best seller Gomorra di Roberto Saviano: un’icona dell’antimafia, un emblema della politica buona che non si china agli affari dei clan, che poi passa dalla sinistra nell’orbita del movimento di Luigi de Magistris. Solo che poi, con l’inchiesta e il suo nome stampato sulle pagine dei giornali, spariscono tutti: de Magistris e Saviano in primis.

«L’indagato – ha detto in un’intervista – diventa un mostro senza possibilità di difesa. I giornali sono megafoni dell’accusa, che diventa l’unica presenza sui media, ma così si crea una ferita nel diritto». Gli stessi metodi che usava anche lei con gli avversari. «Sono stato duro nel giudizio politico, ma sempre cauto sulle persone. Comunque penso che le associazioni antimafia, la politica e gli intellettuali dovrebbero avere più coraggio ad affrontare le storture che fanno nascere mostri mediatici senza diritto alla difesa. (…) Il fatto è che di fronte ad accuse che hanno uno spazio mediatico devastante, molti sono portati alla prudenza, altri all’antico vizio di don Abbondio».

Foto Ansa