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Amnistia. Così si interrompe la flagranza di reato

agosto 23, 2012 Andrea Pugiotto

Il 17 luglio scorso ennesima condanna Ue del sistema italiano di detenzione. Parla il giurista promotore dell’appello dei 120 costituzionalisti in favore dell’amnistia

Assodato lo stato delle cose, tentare il possibile contro il probabile: è ciò che va fatto, per recuperare alla legalità costituzionale giustizia e carcere. Lo stato delle cose è noto. Non è un retroscena o un’opinione, ma un fatto certo. Oggi, in Italia, la detenzione è trattamento inumano e degradante: lo attesta la sentenza della Corte Edu, Scoppola c. Italia, del 17 luglio scorso (quarta condanna per violazione dell’art 3 Cedu, e ancora pendono 1.200 ricorsi analoghi a Strasburgo). Ne sono indizi il sovraffollamento carcerario, i suicidi dietro le sbarre e tra gli agenti penitenziari, l’invenzione di una verticalizzazione della pena con brande a castello a rimedio dell’asfittico spazio vitale (e pazienza se per stare in piedi si fa a turno), i diritti alla salute e al lavoro risocializzante negati, la parvenza di percorsi riabilitativi pure imposti dalla finalità costituzionale della pena (che alla rieducazione del condannato deve tendere). Proviamo, per un solo istante, a entrare nelle vite degli altri: «Immaginate gli urli, i silenzi attoniti, le agonie, l’astinenza, i cessi a vista, l’acqua che manca, il sangue che corre, quelli che sono pazzi e quelli che diventano pazzi, che aggrediscono e che si feriscono, quelli che sniffano la bomboletta per morire o muoiono per sniffare (…), quelli che pregano rivolti alla Mecca e non gli basta lo spazio e quelli che non pregano, quelli che si masturbano a sangue e tossiscono a morte e ingoiano lamette e batterie e gridano nel sonno» (Adriano Sofri).

Accontentiamoci del possibile
Il paradosso è che a denunciare l’illegalità di Stato è lo Stato stesso. Attraverso le circolari del Dap. Reiterando, anno dopo anno, decreti del Governo dichiaranti lo stato di emergenza nazionale (ora fino a dicembre 2013). Con esternazioni ufficiali provenienti dai colli più alti, Quirinale compreso. Mediante sessioni parlamentari straordinarie autoconvocate. Attraverso gli atti di sindacato ispettivo di deputati e senatori e le risposte ministeriali. È una realtà che si avvita su se stessa: lo Stato che punisce chi vìola le sue leggi attesta di violare la Costituzione, la Cedu, l’ordinamento penitenziario, il suo regolamento di attuazione. Non di un problema umanitario stiamo parlando, dunque, ma di legalità violata.

Siamo realisti, vogliamo l’impossibile, si sarebbe detto un tempo. Oggi ci si accontenterebbe del possibile. Perché è possibile uscire da questa condizione di illegalità. E presto, come la «persistente urgenza» denunciata impone, se alle parole del presidente Napolitano diamo il loro autentico significato.

La violazione costituzionale è così acclarata, sistematica, duratura che il recupero della legalità si pone come priorità assoluta: amnistia e indulto sono i soli strumenti idonei al fine. Non si tratterebbe di atti di clemenza per i detenuti (condannati o in attesa di giudizio). Semmai di una scelta di politica del diritto che a essi ricorrerebbe nel quadro costituzionale di un diritto penale ricostruito a partire dagli scopi della pena: dunque, un’amnistia e un indulto per la Repubblica. Il diritto è, infatti, violenza domata attraverso il monopolio della forza legittima riservata allo Stato a tutela dell’incolumità dei cittadini, sottoposta a limiti e regole per impedirne l’abuso. E avere in custodia una persona significa – anzitutto – custodirla. Se viene meno a tale funzione, la Repubblica perde la sua legittimazione.

Interrotta così la flagranza di reati collegati al sovraffollamento carcerario (maltrattamenti, omissioni di soccorso, lesioni personali, violenze private, abusi d’ufficio, abusi d’autorità, falso ideologico), si passi poi ad aggredirne le cause. Che hanno nome e cognome: legge Bossi-Fini sull’immigrazione, legge Fini-Giovanardi in tema di stupefacenti e tossicodipendenza, legge Cirielli che reintroduce la recidiva obbligatoria e limita l’ammissione alle pene alternative. Vere e proprie leggi “carcerogene”: le prime due aprono le porte della galera, la terza le chiude a chiave. Si dovrà pure intervenire sulla disciplina codicistica della custodia cautelare, troppo lunga perché troppo lunghi si rivelano i tempi del processo penale, e sul suo (ab)uso, perché spesso adoperata come espiazione anticipata di una pena che non ci sarà. Tutto ciò è possibile, ma non probabile. Le fughe da Alcatraz indicate dalle forze parlamentari e dal governo seguono altre mappe. Aumentare la cubatura delle carceri e costruirne di nuove, reclutare più agenti penitenziari, ammettere il condannato a scontare il residuo di pena ai domiciliari, depenalizzare e incrementare l’uso di pene alternative: questo è il mix tra “piano carcere” e “pacchetto Severino”.

In teoria cose buone, se complementari (e non alternative) a quelle possibili. In pratica, tutte di là da venire. I tagli agli organici della spending review riguardano anche il personale penitenziario. La legge svuota carceri, già in vigore dal 2010, ha dato risultati ben al di sotto delle previsioni ministeriali. Le misure di depenalizzazione e decarcerizzazione sono state stralciate dal disegno di legge delega all’esame della Commissione Giustizia. Quanto all’edilizia penitenziaria, se nel carcere si specchia l’idea di detenzione, allarma l’obiettivo dichiarato esclusivamente quantitativo, privo di una seria riflessione sullo spazio della pena (e del tempo e del corpo dietro le sbarre).

Il monito di Aldo Moro
Torna alla mente Aldo Moro e la sua tragica parabola “carceraria”. Da costituente concepì due norme (l’articolo 2 e il 2° comma dell’articolo 32) che antepongono alle esigenze di sicurezza dello Stato i diritti inviolabili della persona. Da guardasigilli molto coltivò la buona pratica delle ispezioni nelle carceri. Ed è in un “carcere del popolo” che è finita la sua vita: «Io comincio a capire che cos’è la detenzione», scrive in una delle sue lettere. Per lui, da giurista, la pena «è soltanto privazione della libertà, non più di questo: è soltanto privazione della libertà». Anche in ciò, il suo ricordo resta di monito per tutti.

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