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Il caso Ilva distrugge Taranto: in centro chiude un negozio su due, il porto arranca, «manca anche il pane»

ottobre 21, 2015 Redazione

Gli industriali si lamentano della distruzione giudiziaria dell’Ilva: «Quando cercavamo di spiegare che il disastro della fabbrica si sarebbe abbattuto su tutti, non siamo stati ascoltati»

L’Ilva in profonda crisi porta a fondo un’intera città. Ma non c’è da meravigliarsi, qualcuno lo aveva detto chiaro e tondo fin dall’inizio: «Quando cercavamo di spiegare ai commercianti che il disastro della fabbrica si sarebbe abbattuto sui consumi e su tutti, non siamo stati ascoltati», ha dichiarato al Corriere della Sera Vincenzo Cesareo, presidente degli industriali. Più volte vi abbiamo raccontato il romanzo del caso Ilva, di come i giudici siano seriamente responsabili della distruzione di una delle sue più industrie nostrane. E vi abbiamo anche riportato i dubbi di uno dei più noti epidemiologi dei tumori, Diego Serraino, sull’affidabilità e scientificità delle maxiperizie che hanno dato il via al processo “Ambiente Svenduto”, che la Corte d’assise di Taranto ha aperto e rinviato al primo dicembre.

UN NEGOZIO SU DUE CHIUDE. Il più grande processo per disastro ambientale della storia italiana conta 47 imputati, mille parti civili, 30 miliardi di euro di richiesta di risarcimenti che se dovessero essere confermati confermerebbero la definitiva chiusura della (ex) più grande acciaieria d’Europa. In attesa che la giustizia faccia il suo corso (lentissimo), il rinvio del processo non rallenterà la terribile agonia di Taranto: «Un negozio su due in centro ha abbassato le saracinesche», ha detto ancora Cesareo. E non si riferisce solo a boutique: il porto arranca, spariscono marchi storici, i call center rischiano di buttare per strada tremila addetti.

TRE MILIARDI IN 30 MESI. A inizio anno si erano registrati tre miliardi di perdite nel giro di 30 mesi. Cento milioni al mese “bruciati”. Per trenta mesi. “Bruciati” dalle inchieste, dai provvedimenti giudiziari di sequestro, dagli asfissianti controlli sugli impianti (per due terzi ancora sotto sequestro), dalla impossibilità di rimettere in moto il ciclo produttivo, stendere un piano industriale eccetera eccetera. Tre miliardi in 30 mesi. Eppure qualche idea per salvare un’industria che valeva l’1 per cento del Pil italiano c’era. Anche se, la condizione perché si riuscisse a evitare il disastro, era che la procura di Taranto mollasse la presa sui sequestri e consentisse all’azienda di tornare sul mercato producendo e vendendo acciaio e non avvisi di garanzia. Comunque, nonostante gli sforzi dei governi, i decreti salva Ilva fatti di promesse e pure qualche miliardo, il risultato per ora non sta cambiando: Taranto, in ogni caso, sta morendo.

IL REBUS. Il rebus è semplice da capire, non certo da risolvere: a produzione piena l’Ilva inquina troppo, a produzione ridotta non campa più. E così crolla l’indotto, anzi di più, e in una città da sempre votata all’acciaio succede che «chiudono anche le panetterie, nemmeno il pane riesce a comprare la gente».

Foto Ansa


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9 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI scrive:

    Non ho letto, ma gli italiani non devono sentirsi traditi dalla patria, sennò che razza di patria è!

    • Martino scrive:

      La nostra Patria è nei cieli.

      La nostra patria terrestre non ha esitato a distruggere anche altri territori.
      Per ragioni differenti, a Carbonia e a Iglesias sono state condannate a chiudere le industrie dell’alluminio. ….
      Taranto non è migliore di Carbonia. .. purtroppo per tutti.

  2. Tempi scrive:

    Bel rebus! Massima produzione e inquinamento mortale o fallimento? La costituzione non ha dubbi: Su tutto prevale la salute e dignità umana

    • Tommasodaquino scrive:

      mi scusi “Tempi” se non ha un lavoro mi spiega come ottiene dignità umana e salute?

      • tempi scrive:

        Mi scusi, Tommaso, ma dovrebbe chiederlo a chi ha scritto la costituzione, non a me. Sono loro che hanno fissato che il lavoro non può e n non deve pregiudicare la salute. Hanno sbagliato? Mi dica lei. Grazie

        • Tommasodaquino scrive:

          Mi risulta che in costituzione sia scritto che la repubblica italiana si FONDA SUL LAVORO. almeno questo è quello che c’è scritto

          • tempi scrive:

            Si. Su un lavoro rispettoso della salute e dignità di tutti. O lei disapprova la costituzione e crede che purché si produca reddito ogni lavoro e’ giusto? Mi faccia sapere. Sono davvero curioso. Grazie

  3. francesco scrive:

    Buonasera, questo articolo a dir poco fuorviante ed è solo l’ultima conferma di come la realtà può essere raccontata come piace a se stessi.
    I negozi chiusi,la crisi, il pane che manca..sono esempi a dir poco frettolosi dell’evolversi della città.
    La magistratura ha solo sollevato il tappeto da un enorme polverone costituitosi negli anni dalla corruzione e dalla politica che non ha mai pensato a un progetto o a un futuro della città. E quale città senza futuro ha un commercio fiorente e un benessere economico.
    Gli sforzi dei governi??miliardi arrivati?? Scommetto che quest’articolo l’ha scritto attraverso il racconto di un suo fantomatico cugino che conosce il fratello di un amico ecc ecc..come quando da ragazzino si voleva raccontare storie completamente inventate..

    • giorgio scrive:

      In realtà l’articolo racconta il vero: Senza l’ Ilva Taranto e’ morta. Dove invece e’ mendace e’ nell’attribuzione di responsabilità: Non la magistratura ha creato la catastrofe, ma una classe politica e religiosa(non dimentichiamo che ad essere indagato e’ anche il segretario del vescovo) corrotta e irresponsabile. Ma … Conoscendo l’orientamento politico religioso di questo giornale, la cosa non mi meraviglia affatto. E che ci vuoi fare, Francesco? E’ l’Italia

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