Il romanzone del caso Ilva, una catastrofe italiana. Ecco come abbiamo distrutto la più grande acciaieria d’Europa
Nei prossimi giorni il parlamento varerĆ una serie di provvedimenti per rilanciare la commissariata Ilva. La più grande acciaieria dāEuropa. Almeno fino a due anni fa. Dopo di che, nel biennio di massimo protagonismo della Procura di Taranto, tra il 26 luglio 2012 (data del primo sequestro degli impianti) e il 20 dicembre 2013 (pronuncia della Cassazione contro il sequestro del patrimonio della famiglia Riva, maggiore azionista dellāazienda), lāIlva ha perso un terzo della sua produzione di acciaio, ha dimezzato i ricavi e nel 2014 attuerĆ un massiccio piano di messa a ācontratti di solidarietĆ ā di 3.579 lavoratori.
26 luglio 2012. 20 dicembre 2013. Segnatevi queste due date. Corrispondono allāarco temporale durante il quale due magistrati, il procuratore capo Franco Sebastio e il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, impegnati a perseguire per ādisastro ambientaleā la proprietĆ e gli amministratori dellāIlva, hanno di fatto determinato la politica ambientale e industriale di un pezzo importante del sistema Italia (prerogative che, per legge, spetterebbero al governo e alle amministrazioni pubbliche). Non solo. Questa coppia di magistrati ĆØ stata sufficiente a polverizzare ogni record in materia di conflitto tra funzione giudiziaria e gli altri poteri dello Stato. Anticipato in rapide sequenze da trailer, il film ĆØ il seguente.
Dopo aver ordinato le due prime e pesantissime raffiche di arresti e di sequestri allāIlva (26 luglio e 26 novembre 2012), prima la procura e il gip di Taranto si oppongono con ricorso alla Corte costituzionale a una legge dello Stato del 3 dicembre 2012. Poi, alla sentenza (9 aprile 2013) che dichiara ācostituzionaleā una legge dello Stato (la cosiddetta āsalva Ilvaā), la Procura attende un mese prima di predisporre il dissequestro, previsto per sentenza, di prodotti Ilva che la stessa Procura aveva impedito di commercializzare a partire dal 26 novembre 2012. Prodotti che in data 15 maggio 2013, giorno in cui il gip di Taranto firma il dissequestro, hanno perduto (per deperimento e caduta dei prezzi sul mercato dellāacciaio) oltre un terzo del loro valore di 1 miliardo di euro.
Ancora. Il 25 maggio 2013, cioĆØ dopo essere stati contraddetti dalla Corte costituzionale (sentenza del 9 aprile e deposito delle motivazioni del 10 maggio 2013), i magistrati di Taranto sequestrano altri 8,1 miliardi di patrimonio dei proprietari dellāIlva e mantengono ferrignamente tale sequestro (col rischio di far collassare lāintera filiera aziendale dei Riva) fintanto che, sette mesi dopo, la Corte di Cassazione cancella senza rinvio tale provvedimento, dichiarandolo Ā«abnormeĀ» e Ā«fuori dallāordinamentoĀ». Infine, dopo lāincredibile braccio di ferro tra Procura e leggi dello Stato, dopo che i più gravi e importanti provvedimenti assunti dai magistrati nei confronti dellāIlva sono stati demoliti da ben due sentenze delle massime Corti, invece che chiedere conto di quanto siano costati allo Stato (e a Taranto) lāintransigenza e gli errori della Procura, Enrico Letta riesce nellāimpresa di rinunciare a esercitare le prerogative di un primo ministro e di un governo.
CosƬ, con lāalibi che nel giugno 2013 la proprietĆ Ilva (con tutto quello che aveva addosso) non era ancora riuscita a mettersi completamente a norma rispetto alle severe regole ambientali approvate nel decreto āsalva Ilvaā, il governo vara un ennesimo decreto legge che, a partire dallāagosto 2013, sancisce il ācommissariamento straordinarioā dellāIlva. Azienda privata che viene in questo modo trasformata in azienda parastatale per almeno i prossimi 36 mesi. E ora, secondo le richieste del commissario Enrico Bondi, lāIlva dovrebbe essere ricapitalizzata con i soldi (1,2 miliardi di euro) che i Riva si sono visti porre sotto āsequestro cautelativoā dalla Procura di Milano. Non per violazioni allāIlva, ma su tuttāaltra partita di una (ad oggi presunta) Ā«maxi-evasione fiscaleĀ».
Vendite in picchiata
E ora godiamoci il film (si fa per dire), distesamente. Il 27 novembre 2012, Stefano Saglia, vicepresidente della commissione Camera per le AttivitĆ produttive ĆØ ancora ottimista. Il giorno prima era scattata una seconda retata, dopo quella del 26 luglio con cui il gip di Taranto, Patrizia Todisco, aveva sequestrato sei impianti dellāarea a caldo dellāIlva, emesso otto mandati di arresto cautelare per manager dellāacciaieria (compreso lāallora 87enne Emilio Riva, ex patron dellāIlva) e nominato quattro custodi giudiziari. Dunque, il 26 novembre 2012 una seconda ondata di arresti aveva portato in carcere altre sei persone e posto sotto sequestro 1,8 milioni di tonnellate di prodotti Ilva del valore commerciale di 1 miliardo di euro. Nonostante queste notizie, per Saglia lāacciaieria di Taranto resta Ā«una grande realtĆ siderurgica di cui il paese non può privarsi. LāIlva vale lo 0,5 per cento di Pil nazionaleĀ». E poi naturalmente ci sono in ballo migliaia di posti di lavoro. Per la precisione: 11.611 impiegati nelle acciaierie di Taranto più gli addetti in societĆ strettamente collegate allāIlva. In totale, senza contare lāindotto del Nord, nel novembre 2012 Ilva occupa ancora 15.358 persone e il suo fatturato consolidato (oltre 6 miliardi di euro nel 2011) ĆØ in netta ripresa rispetto al biennio 2009-2010.
Ed ecco una fotografia dellāazienda esattamente un anno dopo, dicembre 2013, quando il commissario straordinario Bondi scrive nella sua relazione che le vendite sono in picchiata, costi e perdite in paurosa ascesa. Colpisce il brusco calo di produzione. LāIlva perde due milioni di tonnellate dāacciaio, un terzo della produzione, in un solo anno. Nel 2013Ā produce 6 milioni e 300 mila tonnellate, contro gli 8 milioni e 300 mila del 2012. Rispetto al 2011, quando a bilancio risultavano ricavi superiori a 6 miliardi di euro, in aumento del 30,4 per cento rispetto al 2010, la relazione di Bondi prevede per il 2013 ricavi quasi dimezzati, 3,65 miliardi, oltre il 40 per cento in meno rispetto al 2011, anno che precede gli interventi della Procura.
Insomma, benchĆ© goda della speciale rete di protezione messa a disposizione dai governi Monti e Letta (che nellāultimo biennio hanno approvato ben tre decreti legge ad hoc e cospicue risorse economiche per interventi emergenziali, a cominciare dai 336 milioni di euro resi disponibili fin dallāagosto 2012) lāIlva ĆØ inchiodata. Si deve procedere alla sua ricapitalizzazione.
Ā«AllāIlva servono 3 miliardiĀ», dichiara Bondi al vertice ministeriale del 9 gennaio scorso. E la legge sullāemergenza ambientale, la cosiddetta āTerra dei fuochi-Ilvaā in corso di definitiva approvazione in Senato, dovrebbe servire a procurarli. Come? In parte utilizzando il miliardo e rotti di euro sequestrati ai Riva dal procuratore di Milano (e attualmente anche consulente di Palazzo Chigi) Francesco Greco. In parte provando a convincere banche e investitori a entrare nella partita Ilva.
I due errori dei Riva
E veniamo al ādisastro ambientaleā di cui sono accusati imprenditori, manager, funzionari pubblici, che hanno gestito lāIlva negli ultimi 15 anni. Prima, però, facciamo un bel passo indietro. Il 13 aprile 1972, in un elzeviro di pagina 3 sul Corriere della Sera, Antonio Cederna, fondatore di Italia Nostra, descrive cosƬ la Taranto dellāIlva-Italsider a gestione statale: Ā«Una cittĆ disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dellāabuso edilizio. Mille camion al giorno scaricano a mare il materiale sbancato a monte e i velenosi residui degli altiforni: unāenorme distesa di mare ĆØ giĆ colmata e i lavori procedono senza treguaĀ». Cederna annota sgomento: Ā«Unāimpresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi duemila miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro lāinquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sottoventoĀ». Il riferimento ĆØ al quartiere Tamburi, quello che nel 2013 ĆØ stato segnalato per lāalta incidenza di tumori.
A distanza di oltre quarantāanni, 3 febbraio 2014, ĆØ Adriano Sofri a raccontare la visita e il ritorno da Taranto con animo Ā«desolatoĀ». La magnifica penna di Repubblica non si lascia tentare dagli sforzi compiuti da ben due governi, dalle istituzioni locali e dalla stessa Corte costituzionale che il 9 aprile 2013 aveva richiamato la necessitĆ di contemperare le esigenze del lavoro, della salute e del rispetto dellāambiente, spettando al governo e alla pubblica amministrazione, non alla magistratura, dettare indirizzi e scelte in questi ambiti. Si ha lāimpressione che per giustizia Sofri intenda questo: Ā«Poi, nella notte fra lā11 e il 12 gennaio i custodi giudiziari hanno compiuto unāispezione a sorpresa senza preavviso nellāIlva e hanno trovato gli impianti (quelli che dovrebbero funzionare a ritmo ridotto) ātirati al massimoā. Anomale accensioni delle torce dellāacciaieriaā¦Ā» e via di altre illegalitĆ .
Bene. Dai primi anni Settanta, quando Cederna descriveva lo sversamento e inquinamento a cielo aperto dellāIlva statale, pare che non sia successo niente. Poi, dai primi mesi del 2012, per la procura, i suoi periti e, a seguire, ambientalisti e dipietristi 2.0, lāIlva diventa āil mostro di Tarantoā. E i Riva ā che pure hanno documentato investimenti a Taranto per 3 miliardi in tecnologia e 1,5 miliardi per lāambiente ā gli emblemi di un capitalismo selvaggio, feroce sfruttatore dei lavoratori, dellāambiente e della salute.
In effetti, sussurrano i collaboratori degli (ex) patron dellāIlva, i Riva hanno commesso due gravi errori. Primo: sono scesi a Taranto col piglio bauscia del āsciur parunā del Nord. Secondo: il 17 febbraio 2012 non si sono presentati allāincidente probatorio dove avrebbero potuto giocarsi una sentenza del Tar di Lecce che aveva dato loro ragione in tema di emissioni di diossina. Detto ciò, sembra veramente arduo che lāaccusa riesca a dimostrare in sede processuale che Ā«in 13 anniĀ» (13 anni? E i precedenti 50?) lāIlva dei Riva ĆØ stata lāunica ed esclusiva responsabile di ādisastro ambientaleā. Tanto più che, oltre alla siderurgia, il sito industriale di Taranto comprende una grande raffineria, una grande centrale elettrica, un grande cementificio, un grande arsenale militare pieno di amianto.
Non solo. A complicare le cose a quelli che vedono nei Riva il diavolo e nellāIlva lāinferno, cāĆØ un particolare rivelato da Corrado Clini, ex ministro dellāAmbiente del governo Monti che conosce ogni piega del caso e se ne ĆØ occupato personalmente fino al passaggio di testimone al suo omologo ministro Orlando del governo Letta.
Dice Clini: Ā«Il 4 agosto 2011 ĆØ stata data lāAutorizzazione integrata ambientale (Aia) per Ilva di Taranto, dopo unāistruttoria di 5 anni, con 462 prescrizioni. 5 anni ĆØ un tempo superiore 10 volte a quanto prevede la legge. E le 462 prescrizioni erano in gran parte in contraddizione tra loro e non applicabili, perchĆ© espressione di un compromesso āpoliticoā tra la resistenza dellāimpresa ad assumere impegni in linea con le migliori tecnologie disponibili e le istanze della Regione e degli enti locali in gran parte non sostenibili sul piano della fattibilitĆ tecnica e giuridica. Ilva ricorre al Tar contro gran parte delle prescrizioni, ritenute in contrasto tra di loro e nei confronti delle norme vigenti. Il Tar riconosce la fondatezza del ricorso di Ilva e disapplica una parte rilevante delle prescrizioni. Nello stesso tempo, con valutazioni opposte a quelle del Tar, la procura della Repubblica di Taranto rileva che lāAia non ĆØ adeguata per risolvere le molte problematiche ambientali e per la salute causate dallo stabilimento IlvaĀ».
La telefonata al capo procuratore
Giusi Fasano, giornalista del Corriere della Sera, ĆØ a Taranto nei giorni dei sequestri e arresti che mettono a rischio quasi 12 mila posti di lavoro. Il 17 agosto 2012 lāinviato del Corriere segue il vertice che si svolge in cittĆ tra le istituzioni e le parti coinvolte nella crisi delle acciaierie. Il governo Monti ĆØ presente con due carichi da novanta, il ministro dellāAmbiente Corrado Clini e il ministro per lo Sviluppo economico e le infrastrutture Corrado Passera. Manca qualcuno? SƬ. Manca il procuratore capo Franco Sebastio che pure ĆØ lāartefice, diciamo cosƬ, di tutto il can can.
Giusi Fasano ha il suo cellulare, chiama, lasciamoli chiacchierare. Ā«Sebastio risponde da Soverato, Calabria, ādove vengo in vacanza da 35 anniā, dice. Ma come? Ć a tre ore di distanza, arrivano i ministri a Taranto perchĆ© una sua inchiesta ha fatto dellāIlva un caso nazionale e lei non torna nemmeno per una stretta di mano? āLāho detto anche a loro in una telefonata, cordialissima: vedrete che non mancherĆ lāoccasioneā. Più che una promessa sembra una minaccia. āNon mancherĆ occasione nel senso che cāĆØ sempre tempo per farlo. Presentarmi nellāincontro di venerdƬ non mi ĆØ sembrato opportuno. LƬ cāera spazio per politici, amministratori, sindacalisti⦠che cāentrava un magistrato?āĀ».
Ecco, bisogna aggiungere altro? SƬ, bisogna aggiungere che alla fine del 2012 il procuratore Sebastio metterĆ in un libro-intervista le sue riflessioni. Ā«Quando arriva a Taranto con la toga sulle spalle? āVengo trasferito nella mia cittĆ sempre da pretore nel ā76ā. Che situazione trova? āUna situazione non certo facile. Lāemergenza ambientale cāera tutta, ma non era agevole rendersene conto e, soprattutto, documentarlaā. Ostacoli? āDiciamo che non mancavano ostacoli oggettiviā. In che senso? āBeh, in generale lāinquinamento ambientale non sempre provoca danni immediati. In alcuni casi, come per lāamianto, occorre aspettare anche decenni per rilevare le conseguenze sulla salute delle persone. E poi non cāera una sensibilitĆ diffusa sulla qualitĆ del lavoro e la tutela dellāambiente. Naturalmente, anche la Giustizia soffriva della stessa miopiaāĀ». (Il mio Salento, la mia Puglia, dicembre 2012, edizione Affari Italiani). Dunque, alla fine del 2012 apprendiamo dal pm accusatore degli ultimi quindici anni di Ilva che dei 40 anni precedenti in cui lo stesso pm era a Taranto cāĆØ ben poco da ricordare.Ā Eppure, giĆ allāinizio degli anni Settanta Antonio Cederna scriveva quel che scriveva sulla Iri-Italsider-Ilva di Stato. Ma certo, sono anni in cui Ā«ostacoli oggettiviĀ» non consentivano interventi come quelli odierni.
E dal 1982 al 2012? Sempre in prima linea. Però Ā«diciamo che la societĆ civile non era consapevole del problemaĀ». La societĆ civile? Ascoltiamo in proposito lāex ministro Corrado Clini. Ā«Nel marzo 2012, per superare le contraddizioni ed uscire dalla situazione di stallo che si era venuta a creare, sulla base di gran parte delle valutazioni della procura della Repubblica di Taranto ho disposto la revisione dellāAia. Contestualmente al riesame dellāAia, ho avviato una ricognizione sullo stato dellāambiente nel territorio di Taranto. Ć stato messo in evidenza che molte iniziative strategiche per il risanamento ambientale di Taranto, programmate e finanziate a partire dalla fine degli anni ā90, non erano state avviate o completate. E straordinariamente, nessuno aveva avuto nulla da ridire. In particolare. Primo, il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto, finanziato nel 1998 con 50 milioni euro, era stato in gran parte disatteso. Secondo, le risorse destinate al risanamento ambientale del Mar Piccolo nel 2005 (26 milioni euro) erano state successivamente destinate ad altri interventi nella regione Puglia. Terzo, le risorse stanziate per il risanamento del quartiere Tamburi di Taranto (49,4 milioni di euro) il 3 luglio 2007 erano state successivamente destinate ad altri progettiĀ».
Ormai il danno ĆØ fatto
E adesso occhio alle date. Clini spiega: Ā«Il 26 ottobre 2012, dopo una procedura di sei mesi ho rilasciato la nuova Aia, con la prescrizione dellāadeguamento degli impianti agli standard europei più severi e avanzati e che imponeĀ investimenti per 3 miliardi di euroĀ». Ć unāAia draconiana. Impone allāIlva standard che in Europa si devono adottare entro il 2016 (mentre i tedeschi hanno ottenuto un posticipo al 2018). LāIlva deve adottarli entro il 2014. I primi due interventi prevedono la copertura di 65 ettari ā lāequivalente di circa settanta campi di calcio di serie A ā di parchi minerali. Il secondo, lāintubamento di novanta chilometri di nastri trasportatori.
Ā«Il 15 novembre 2012 ā spiega Clini ā Ilva accettaĀ le prescrizioni e presenta il piano degli interventi per dare attuazione alla nuova Aia. Nello stesso tempo Ilva ritira tutti i contenziosi aperti nel 2011 e 2012 dallāazienda contro lāAmministrazione. Insomma, Ilva aveva finalmente deciso di allinearsi alle direttive europee, voltando paginaĀ». Con la retata del 26 novembre, naturalmente tutto cambia. Si era creata una via dāuscita rispettosa di tutte le esigenze (salute, lavoro, ambiente) al dramma di Taranto. Ma āla legge ĆØ leggeā.
Stessa storia accade il 24 maggio 2013, dopo la sentenza del 9 aprile con cui la Corte Costituzionale aveva sbloccato i sequestri e confermato la legitimitĆ del āsalva Ilvaā di Monti. Il gip di Taranto passa a sequestrare lāintero patrimonio dei Riva. Ć la mazzata finale. Vero che alla procura di Taranto non basterĆ il bel servizio di Report del 18 novembre scorso, completamente allineato con le tesi della Procura degli 8,1 miliardi sequestrati perchĆ© questa, dicono i periti del gip, «è la cifra da noi stimata delle risorse sottratte dai Riva al risanamento ambientale IlvaĀ». Vero che, 7 mesi dopo il teorema della procura e dellāaffetto sostenitore di Report, arriverĆ la sentenza della Cassazione che disintegra lāordinanza del gip di Taranto e ordina la restituzione degli 8,1 miliardi di patrimonio sequestrati ai Riva. Ma ormai il danno ĆØ fatto, lāIlva ĆØ a pezzi, lāaria che tira a Taranto ĆØ di scontro permanente, insormontabile.
E il governo Letta che fa? Invece di affrontare di petto lāincredibile anomalia di una procura che ha sbagliato pesantemente e che ĆØ stata due volte sonoramente stroncata nei suoi atti dagli stessi vertici del potere togato (Corte costituzionale e Suprema corte), ecco, invece di affrontare due magistrati, il governo batte in ritirata e si inventa una legge di ācommissariamento straordinarioā. Il resto ĆØ storia di questi giorni. Le acciaierie di Taranto sono tornate sotto amministrazione parastatale. E forse, chissĆ , invece che Ilva domani si chiameranno Iri.
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Carissimo #TARANTO, le rendo noto, per sua informazione e conoscenza, che le Procure, nĆ© di Taranto nĆ© di alcun altro luogo, emettono sentenze di nessun tipo, che vengono lasciate (con il suo autorevole permesso), ai tribunali. Tutto ciò che possono fare le Procure ĆØ stilare degli atti di accusa, che però vanno provati in dibattimento. Quanto al Dr. Sebastio, mi pare che in tutta la vicenda non ne esca in maniera molto brillante, tenuto conto che in tutti gli anni di permanenza a Taranto, e sono parole sue, non si ĆØ mai “accorto di niente”.
Amicone vergognati, vieni a Taranto e renditi conto della situazione…
Gentile dott. Amicone, lei forse dal venerdì alla domenica potrebbe smettere di cercare Gesù sulle piste da sci. Potrebbe cominciare a cercarlo nelle periferie devastate di Taranto.
Poi onestamente questa storia di dare sempre la colpa alla magistratura non la capisco.
Tutti i problemi a ben vedere vengono sempre dai cuori corrotti dal peccato
Tommaso d’Aquino nel De Regno al capitolo 7 scrive:
Sed ut hoc beneficium populus a Deo consequi mereatur, debet a peccatis cessare, quia in ultionem peccati divina permissione impii accipiunt principatum, dicente domino per Oseam: dabo tibi regem in furore meo; et in Iob dicitur quod regnare facit hominem hypocritam propter peccata populi. Tollenda est igitur culpa, ut cesset a tyrannorum plaga.
Con tutto il rispetto verso l’estensore dell’articolo, una domanda sorge spontanea:
Come avrebbe risolto, lui, l’annoso problema dell’ILVA?
La magistratura, non ĆØ la prima volta, interviene lĆ dove la politica dimostra infingardaggine ed assenza totale. Come se ne esce?
Letta, come prima Monti, ha dimostrato limiti inconcepibili per un presidente del consiglio.
A Taranto, oltre i politici, hanno fallito (nell’arco di 50 anni) le autoritĆ locali, i sindacati, il clero e gran parte della stampa.
A questo punto cos’altro aggiungere?
Leggere le sentenze di condanna definitiva emesse dalla Procura di Taranto a partire dal 1982, sia a carico dei dirigenti dell’Italsider pubblica che dell’ILVA privata, e ascoltare l’audizione tenuta dal dott. Sebastio lo scorso anno in Commissione Ambiente Senato, non avrebbe fatto poi tanto male ad un giornalismo serio ed obiettivo, vero direttore Luigi Amicone?
Ti domando, da chimico, come ĆØ possibile che, lavorando sostanze completamente inorganiche come carbone, ferro ed altri metalli di transizione – unici elementi componenti l’acciaio – si possano produrre sostanze come le diossine, di solito prodotti della combustione di rifiuti organici: non ci saranno, piuttosto, state di mezzo discariche di rifiuti solidi urbani?
Caro Giulio Dante Guerra, lei mi sembra molto chimicamente confuso.
A parte che definire il carbonio una sostanza inorganica…mah…roba da matti.
Nel processo di produzione dell’agglomerato (uno degli ingredienti per la produzione di ghisa d’altoforno) si sviluppano diossine.
Saluti
Quelli come te proprio non ce la fanno, vero?
i rosso ambientalisti e animalisti stanno precipitando nel burrone questa nazione. Hanno iniziato nel ’68 e tuttora sono all’opera con volenterosa tenacia. Hammo molti seguaci a c’ĆØ un 50% circa di popolazione che li appoggia regolarmente con il voto. Amen
Rosso ambientalisti/animalisti che sono incoraggiati dai rosso magistrati…
fossi in lei diventerei rosso dalla vergogna per quello che scrive …mi auguro che la sua famiglia venga trasferita ai tamburi!