Il romanzone del caso Ilva, una catastrofe italiana. Ecco come abbiamo distrutto la più grande acciaieria d’Europa

Di Luigi Amicone
08 Febbraio 2014
Stanziamenti, tre leggi ad hoc, l’ingaggio di due governi, della Suprema Corte e della Corte Costituzionale. Niente da fare. L'Ilva chiude e riapre l'Iri. I magistrati sono scatenati, Enrico Letta ĆØ imbelle

Nei prossimi giorni il parlamento varerĆ  una serie di provvedimenti per rilanciare la commissariata Ilva. La più grande acciaieria d’Europa. Almeno fino a due anni fa. Dopo di che, nel biennio di massimo protagonismo della Procura di Taranto, tra il 26 luglio 2012 (data del primo sequestro degli impianti) e il 20 dicembre 2013 (pronuncia della Cassazione contro il sequestro del patrimonio della famiglia Riva, maggiore azionista dell’azienda), l’Ilva ha perso un terzo della sua produzione di acciaio, ha dimezzato i ricavi e nel 2014 attuerĆ  un massiccio piano di messa a ā€œcontratti di solidarietĆ ā€ di 3.579 lavoratori.

26 luglio 2012. 20 dicembre 2013. Segnatevi queste due date. Corrispondono all’arco temporale durante il quale due magistrati, il procuratore capo Franco Sebastio e il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, impegnati a perseguire per ā€œdisastro ambientaleā€ la proprietĆ  e gli amministratori dell’Ilva, hanno di fatto determinato la politica ambientale e industriale di un pezzo importante del sistema Italia (prerogative che, per legge, spetterebbero al governo e alle amministrazioni pubbliche). Non solo. Questa coppia di magistrati ĆØ stata sufficiente a polverizzare ogni record in materia di conflitto tra funzione giudiziaria e gli altri poteri dello Stato. Anticipato in rapide sequenze da trailer, il film ĆØ il seguente.

ilva-tempi-copertinaDopo aver ordinato le due prime e pesantissime raffiche di arresti e di sequestri all’Ilva (26 luglio e 26 novembre 2012), prima la procura e il gip di Taranto si oppongono con ricorso alla Corte costituzionale a una legge dello Stato del 3 dicembre 2012. Poi, alla sentenza (9 aprile 2013) che dichiara ā€œcostituzionaleā€ una legge dello Stato (la cosiddetta ā€œsalva Ilvaā€), la Procura attende un mese prima di predisporre il dissequestro, previsto per sentenza, di prodotti Ilva che la stessa Procura aveva impedito di commercializzare a partire dal 26 novembre 2012. Prodotti che in data 15 maggio 2013, giorno in cui il gip di Taranto firma il dissequestro, hanno perduto (per deperimento e caduta dei prezzi sul mercato dell’acciaio) oltre un terzo del loro valore di 1 miliardo di euro.

Ancora. Il 25 maggio 2013, cioĆØ dopo essere stati contraddetti dalla Corte costituzionale (sentenza del 9 aprile e deposito delle motivazioni del 10 maggio 2013), i magistrati di Taranto sequestrano altri 8,1 miliardi di patrimonio dei proprietari dell’Ilva e mantengono ferrignamente tale sequestro (col rischio di far collassare l’intera filiera aziendale dei Riva) fintanto che, sette mesi dopo, la Corte di Cassazione cancella senza rinvio tale provvedimento, dichiarandolo Ā«abnormeĀ» e Ā«fuori dall’ordinamentoĀ». Infine, dopo l’incredibile braccio di ferro tra Procura e leggi dello Stato, dopo che i più gravi e importanti provvedimenti assunti dai magistrati nei confronti dell’Ilva sono stati demoliti da ben due sentenze delle massime Corti, invece che chiedere conto di quanto siano costati allo Stato (e a Taranto) l’intransigenza e gli errori della Procura, Enrico Letta riesce nell’impresa di rinunciare a esercitare le prerogative di un primo ministro e di un governo.

CosƬ, con l’alibi che nel giugno 2013 la proprietĆ  Ilva (con tutto quello che aveva addosso) non era ancora riuscita a mettersi completamente a norma rispetto alle severe regole ambientali approvate nel decreto ā€œsalva Ilvaā€, il governo vara un ennesimo decreto legge che, a partire dall’agosto 2013, sancisce il ā€œcommissariamento straordinarioā€ dell’Ilva. Azienda privata che viene in questo modo trasformata in azienda parastatale per almeno i prossimi 36 mesi. E ora, secondo le richieste del commissario Enrico Bondi, l’Ilva dovrebbe essere ricapitalizzata con i soldi (1,2 miliardi di euro) che i Riva si sono visti porre sotto ā€œsequestro cautelativoā€ dalla Procura di Milano. Non per violazioni all’Ilva, ma su tutt’altra partita di una (ad oggi presunta) Ā«maxi-evasione fiscaleĀ».

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Vendite in picchiata
E ora godiamoci il film (si fa per dire), distesamente. Il 27 novembre 2012, Stefano Saglia, vicepresidente della commissione Camera per le AttivitĆ  produttive ĆØ ancora ottimista. Il giorno prima era scattata una seconda retata, dopo quella del 26 luglio con cui il gip di Taranto, Patrizia Todisco, aveva sequestrato sei impianti dell’area a caldo dell’Ilva, emesso otto mandati di arresto cautelare per manager dell’acciaieria (compreso l’allora 87enne Emilio Riva, ex patron dell’Ilva) e nominato quattro custodi giudiziari. Dunque, il 26 novembre 2012 una seconda ondata di arresti aveva portato in carcere altre sei persone e posto sotto sequestro 1,8 milioni di tonnellate di prodotti Ilva del valore commerciale di 1 miliardo di euro. Nonostante queste notizie, per Saglia l’acciaieria di Taranto resta Ā«una grande realtĆ  siderurgica di cui il paese non può privarsi. L’Ilva vale lo 0,5 per cento di Pil nazionaleĀ». E poi naturalmente ci sono in ballo migliaia di posti di lavoro. Per la precisione: 11.611 impiegati nelle acciaierie di Taranto più gli addetti in societĆ  strettamente collegate all’Ilva. In totale, senza contare l’indotto del Nord, nel novembre 2012 Ilva occupa ancora 15.358 persone e il suo fatturato consolidato (oltre 6 miliardi di euro nel 2011) ĆØ in netta ripresa rispetto al biennio 2009-2010.

Ed ecco una fotografia dell’azienda esattamente un anno dopo, dicembre 2013, quando il commissario straordinario Bondi scrive nella sua relazione che le vendite sono in picchiata, costi e perdite in paurosa ascesa. Colpisce il brusco calo di produzione. L’Ilva perde due milioni di tonnellate d’acciaio, un terzo della produzione, in un solo anno. Nel 2013Ā  produce 6 milioni e 300 mila tonnellate, contro gli 8 milioni e 300 mila del 2012. Rispetto al 2011, quando a bilancio risultavano ricavi superiori a 6 miliardi di euro, in aumento del 30,4 per cento rispetto al 2010, la relazione di Bondi prevede per il 2013 ricavi quasi dimezzati, 3,65 miliardi, oltre il 40 per cento in meno rispetto al 2011, anno che precede gli interventi della Procura.

Insomma, benchĆ© goda della speciale rete di protezione messa a disposizione dai governi Monti e Letta (che nell’ultimo biennio hanno approvato ben tre decreti legge ad hoc e cospicue risorse economiche per interventi emergenziali, a cominciare dai 336 milioni di euro resi disponibili fin dall’agosto 2012) l’Ilva ĆØ inchiodata. Si deve procedere alla sua ricapitalizzazione.

Ā«All’Ilva servono 3 miliardiĀ», dichiara Bondi al vertice ministeriale del 9 gennaio scorso. E la legge sull’emergenza ambientale, la cosiddetta ā€œTerra dei fuochi-Ilvaā€ in corso di definitiva approvazione in Senato, dovrebbe servire a procurarli. Come? In parte utilizzando il miliardo e rotti di euro sequestrati ai Riva dal procuratore di Milano (e attualmente anche consulente di Palazzo Chigi) Francesco Greco. In parte provando a convincere banche e investitori a entrare nella partita Ilva.

I due errori dei Riva
E veniamo al ā€œdisastro ambientaleā€ di cui sono accusati imprenditori, manager, funzionari pubblici, che hanno gestito l’Ilva negli ultimi 15 anni. Prima, però, facciamo un bel passo indietro. Il 13 aprile 1972, in un elzeviro di pagina 3 sul Corriere della Sera, Antonio Cederna, fondatore di Italia Nostra, descrive cosƬ la Taranto dell’Ilva-Italsider a gestione statale: Ā«Una cittĆ  disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio. Mille camion al giorno scaricano a mare il materiale sbancato a monte e i velenosi residui degli altiforni: un’enorme distesa di mare ĆØ giĆ  colmata e i lavori procedono senza treguaĀ». Cederna annota sgomento: Ā«Un’impresa industriale a partecipazione statale, con un investimento di quasi duemila miliardi, non ha ancora pensato alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non ha nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sottoventoĀ». Il riferimento ĆØ al quartiere Tamburi, quello che nel 2013 ĆØ stato segnalato per l’alta incidenza di tumori.

A distanza di oltre quarant’anni, 3 febbraio 2014, ĆØ Adriano Sofri a raccontare la visita e il ritorno da Taranto con animo Ā«desolatoĀ». La magnifica penna di Repubblica non si lascia tentare dagli sforzi compiuti da ben due governi, dalle istituzioni locali e dalla stessa Corte costituzionale che il 9 aprile 2013 aveva richiamato la necessitĆ  di contemperare le esigenze del lavoro, della salute e del rispetto dell’ambiente, spettando al governo e alla pubblica amministrazione, non alla magistratura, dettare indirizzi e scelte in questi ambiti. Si ha l’impressione che per giustizia Sofri intenda questo: Ā«Poi, nella notte fra l’11 e il 12 gennaio i custodi giudiziari hanno compiuto un’ispezione a sorpresa senza preavviso nell’Ilva e hanno trovato gli impianti (quelli che dovrebbero funzionare a ritmo ridotto) ā€œtirati al massimoā€. Anomale accensioni delle torce dell’acciaieria…» e via di altre illegalitĆ .

Bene. Dai primi anni Settanta, quando Cederna descriveva lo sversamento e inquinamento a cielo aperto dell’Ilva statale, pare che non sia successo niente. Poi, dai primi mesi del 2012, per la procura, i suoi periti e, a seguire, ambientalisti e dipietristi 2.0, l’Ilva diventa ā€œil mostro di Tarantoā€. E i Riva – che pure hanno documentato investimenti a Taranto per 3 miliardi in tecnologia e 1,5 miliardi per l’ambiente – gli emblemi di un capitalismo selvaggio, feroce sfruttatore dei lavoratori, dell’ambiente e della salute.

In effetti, sussurrano i collaboratori degli (ex) patron dell’Ilva, i Riva hanno commesso due gravi errori. Primo: sono scesi a Taranto col piglio bauscia del ā€œsciur parunā€ del Nord. Secondo: il 17 febbraio 2012 non si sono presentati all’incidente probatorio dove avrebbero potuto giocarsi una sentenza del Tar di Lecce che aveva dato loro ragione in tema di emissioni di diossina. Detto ciò, sembra veramente arduo che l’accusa riesca a dimostrare in sede processuale che Ā«in 13 anniĀ» (13 anni? E i precedenti 50?) l’Ilva dei Riva ĆØ stata l’unica ed esclusiva responsabile di ā€œdisastro ambientaleā€. Tanto più che, oltre alla siderurgia, il sito industriale di Taranto comprende una grande raffineria, una grande centrale elettrica, un grande cementificio, un grande arsenale militare pieno di amianto.

Non solo. A complicare le cose a quelli che vedono nei Riva il diavolo e nell’Ilva l’inferno, c’è un particolare rivelato da Corrado Clini, ex ministro dell’Ambiente del governo Monti che conosce ogni piega del caso e se ne ĆØ occupato personalmente fino al passaggio di testimone al suo omologo ministro Orlando del governo Letta.

Dice Clini: Ā«Il 4 agosto 2011 ĆØ stata data l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) per Ilva di Taranto, dopo un’istruttoria di 5 anni, con 462 prescrizioni. 5 anni ĆØ un tempo superiore 10 volte a quanto prevede la legge. E le 462 prescrizioni erano in gran parte in contraddizione tra loro e non applicabili, perchĆ© espressione di un compromesso ā€œpoliticoā€ tra la resistenza dell’impresa ad assumere impegni in linea con le migliori tecnologie disponibili e le istanze della Regione e degli enti locali in gran parte non sostenibili sul piano della fattibilitĆ  tecnica e giuridica. Ilva ricorre al Tar contro gran parte delle prescrizioni, ritenute in contrasto tra di loro e nei confronti delle norme vigenti. Il Tar riconosce la fondatezza del ricorso di Ilva e disapplica una parte rilevante delle prescrizioni. Nello stesso tempo, con valutazioni opposte a quelle del Tar, la procura della Repubblica di Taranto rileva che l’Aia non ĆØ adeguata per risolvere le molte problematiche ambientali e per la salute causate dallo stabilimento IlvaĀ».

La telefonata al capo procuratore
Giusi Fasano, giornalista del Corriere della Sera, ĆØ a Taranto nei giorni dei sequestri e arresti che mettono a rischio quasi 12 mila posti di lavoro. Il 17 agosto 2012 l’inviato del Corriere segue il vertice che si svolge in cittĆ  tra le istituzioni e le parti coinvolte nella crisi delle acciaierie. Il governo Monti ĆØ presente con due carichi da novanta, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini e il ministro per lo Sviluppo economico e le infrastrutture Corrado Passera. Manca qualcuno? SƬ. Manca il procuratore capo Franco Sebastio che pure ĆØ l’artefice, diciamo cosƬ, di tutto il can can.

Giusi Fasano ha il suo cellulare, chiama, lasciamoli chiacchierare. Ā«Sebastio risponde da Soverato, Calabria, ā€œdove vengo in vacanza da 35 anniā€, dice. Ma come? ƈ a tre ore di distanza, arrivano i ministri a Taranto perchĆ© una sua inchiesta ha fatto dell’Ilva un caso nazionale e lei non torna nemmeno per una stretta di mano? ā€œL’ho detto anche a loro in una telefonata, cordialissima: vedrete che non mancherĆ  l’occasioneā€. Più che una promessa sembra una minaccia. ā€œNon mancherĆ  occasione nel senso che c’è sempre tempo per farlo. Presentarmi nell’incontro di venerdƬ non mi ĆØ sembrato opportuno. LƬ c’era spazio per politici, amministratori, sindacalisti… che c’entrava un magistrato?ā€Ā».

Ecco, bisogna aggiungere altro? SƬ, bisogna aggiungere che alla fine del 2012 il procuratore Sebastio metterĆ  in un libro-intervista le sue riflessioni. Ā«Quando arriva a Taranto con la toga sulle spalle? ā€œVengo trasferito nella mia cittĆ  sempre da pretore nel ’76ā€. Che situazione trova? ā€œUna situazione non certo facile. L’emergenza ambientale c’era tutta, ma non era agevole rendersene conto e, soprattutto, documentarlaā€. Ostacoli? ā€œDiciamo che non mancavano ostacoli oggettiviā€. In che senso? ā€œBeh, in generale l’inquinamento ambientale non sempre provoca danni immediati. In alcuni casi, come per l’amianto, occorre aspettare anche decenni per rilevare le conseguenze sulla salute delle persone. E poi non c’era una sensibilitĆ  diffusa sulla qualitĆ  del lavoro e la tutela dell’ambiente. Naturalmente, anche la Giustizia soffriva della stessa miopiaā€Ā». (Il mio Salento, la mia Puglia, dicembre 2012, edizione Affari Italiani). Dunque, alla fine del 2012 apprendiamo dal pm accusatore degli ultimi quindici anni di Ilva che dei 40 anni precedenti in cui lo stesso pm era a Taranto c’è ben poco da ricordare.Ā Eppure, giĆ  all’inizio degli anni Settanta Antonio Cederna scriveva quel che scriveva sulla Iri-Italsider-Ilva di Stato. Ma certo, sono anni in cui Ā«ostacoli oggettiviĀ» non consentivano interventi come quelli odierni.

E dal 1982 al 2012? Sempre in prima linea. Però Ā«diciamo che la societĆ  civile non era consapevole del problemaĀ». La societĆ  civile? Ascoltiamo in proposito l’ex ministro Corrado Clini. Ā«Nel marzo 2012, per superare le contraddizioni ed uscire dalla situazione di stallo che si era venuta a creare, sulla base di gran parte delle valutazioni della procura della Repubblica di Taranto ho disposto la revisione dell’Aia. Contestualmente al riesame dell’Aia, ho avviato una ricognizione sullo stato dell’ambiente nel territorio di Taranto. ƈ stato messo in evidenza che molte iniziative strategiche per il risanamento ambientale di Taranto, programmate e finanziate a partire dalla fine degli anni ’90, non erano state avviate o completate. E straordinariamente, nessuno aveva avuto nulla da ridire. In particolare. Primo, il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto, finanziato nel 1998 con 50 milioni euro, era stato in gran parte disatteso. Secondo, le risorse destinate al risanamento ambientale del Mar Piccolo nel 2005 (26 milioni euro) erano state successivamente destinate ad altri interventi nella regione Puglia. Terzo, le risorse stanziate per il risanamento del quartiere Tamburi di Taranto (49,4 milioni di euro) il 3 luglio 2007 erano state successivamente destinate ad altri progettiĀ».

Ormai il danno ĆØ fatto
E adesso occhio alle date. Clini spiega: Ā«Il 26 ottobre 2012, dopo una procedura di sei mesi ho rilasciato la nuova Aia, con la prescrizione dell’adeguamento degli impianti agli standard europei più severi e avanzati e che imponeĀ  investimenti per 3 miliardi di euroĀ». ƈ un’Aia draconiana. Impone all’Ilva standard che in Europa si devono adottare entro il 2016 (mentre i tedeschi hanno ottenuto un posticipo al 2018). L’Ilva deve adottarli entro il 2014. I primi due interventi prevedono la copertura di 65 ettari – l’equivalente di circa settanta campi di calcio di serie A – di parchi minerali. Il secondo, l’intubamento di novanta chilometri di nastri trasportatori.

Ā«Il 15 novembre 2012 – spiega Clini – Ilva accettaĀ  le prescrizioni e presenta il piano degli interventi per dare attuazione alla nuova Aia. Nello stesso tempo Ilva ritira tutti i contenziosi aperti nel 2011 e 2012 dall’azienda contro l’Amministrazione. Insomma, Ilva aveva finalmente deciso di allinearsi alle direttive europee, voltando paginaĀ». Con la retata del 26 novembre, naturalmente tutto cambia. Si era creata una via d’uscita rispettosa di tutte le esigenze (salute, lavoro, ambiente) al dramma di Taranto. Ma ā€œla legge ĆØ leggeā€.

Stessa storia accade il 24 maggio 2013, dopo la sentenza del 9 aprile con cui la Corte Costituzionale aveva sbloccato i sequestri e confermato la legitimitĆ  del ā€œsalva Ilvaā€ di Monti. Il gip di Taranto passa a sequestrare l’intero patrimonio dei Riva. ƈ la mazzata finale. Vero che alla procura di Taranto non basterĆ  il bel servizio di Report del 18 novembre scorso, completamente allineato con le tesi della Procura degli 8,1 miliardi sequestrati perchĆ© questa, dicono i periti del gip, «è la cifra da noi stimata delle risorse sottratte dai Riva al risanamento ambientale IlvaĀ». Vero che, 7 mesi dopo il teorema della procura e dell’affetto sostenitore di Report, arriverĆ  la sentenza della Cassazione che disintegra l’ordinanza del gip di Taranto e ordina la restituzione degli 8,1 miliardi di patrimonio sequestrati ai Riva. Ma ormai il danno ĆØ fatto, l’Ilva ĆØ a pezzi, l’aria che tira a Taranto ĆØ di scontro permanente, insormontabile.

E il governo Letta che fa? Invece di affrontare di petto l’incredibile anomalia di una procura che ha sbagliato pesantemente e che ĆØ stata due volte sonoramente stroncata nei suoi atti dagli stessi vertici del potere togato (Corte costituzionale e Suprema corte), ecco, invece di affrontare due magistrati, il governo batte in ritirata e si inventa una legge di ā€œcommissariamento straordinarioā€. Il resto ĆØ storia di questi giorni. Le acciaierie di Taranto sono tornate sotto amministrazione parastatale. E forse, chissĆ , invece che Ilva domani si chiameranno Iri.

@LuigiAmicone

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12 commenti

  1. mariobon489

    Carissimo #TARANTO, le rendo noto, per sua informazione e conoscenza, che le Procure, nĆ© di Taranto nĆ© di alcun altro luogo, emettono sentenze di nessun tipo, che vengono lasciate (con il suo autorevole permesso), ai tribunali. Tutto ciò che possono fare le Procure ĆØ stilare degli atti di accusa, che però vanno provati in dibattimento. Quanto al Dr. Sebastio, mi pare che in tutta la vicenda non ne esca in maniera molto brillante, tenuto conto che in tutti gli anni di permanenza a Taranto, e sono parole sue, non si ĆØ mai “accorto di niente”.

  2. Umberto

    Amicone vergognati, vieni a Taranto e renditi conto della situazione…

  3. marco

    Gentile dott. Amicone, lei forse dal venerdì alla domenica potrebbe smettere di cercare Gesù sulle piste da sci. Potrebbe cominciare a cercarlo nelle periferie devastate di Taranto.

    Poi onestamente questa storia di dare sempre la colpa alla magistratura non la capisco.

    Tutti i problemi a ben vedere vengono sempre dai cuori corrotti dal peccato

    Tommaso d’Aquino nel De Regno al capitolo 7 scrive:
    Sed ut hoc beneficium populus a Deo consequi mereatur, debet a peccatis cessare, quia in ultionem peccati divina permissione impii accipiunt principatum, dicente domino per Oseam: dabo tibi regem in furore meo; et in Iob dicitur quod regnare facit hominem hypocritam propter peccata populi. Tollenda est igitur culpa, ut cesset a tyrannorum plaga.

  4. angelo41

    Con tutto il rispetto verso l’estensore dell’articolo, una domanda sorge spontanea:
    Come avrebbe risolto, lui, l’annoso problema dell’ILVA?
    La magistratura, non ĆØ la prima volta, interviene lĆ  dove la politica dimostra infingardaggine ed assenza totale. Come se ne esce?
    Letta, come prima Monti, ha dimostrato limiti inconcepibili per un presidente del consiglio.
    A Taranto, oltre i politici, hanno fallito (nell’arco di 50 anni) le autoritĆ  locali, i sindacati, il clero e gran parte della stampa.
    A questo punto cos’altro aggiungere?

  5. taranto

    Leggere le sentenze di condanna definitiva emesse dalla Procura di Taranto a partire dal 1982, sia a carico dei dirigenti dell’Italsider pubblica che dell’ILVA privata, e ascoltare l’audizione tenuta dal dott. Sebastio lo scorso anno in Commissione Ambiente Senato, non avrebbe fatto poi tanto male ad un giornalismo serio ed obiettivo, vero direttore Luigi Amicone?

    1. Giulio Dante Guerra

      Ti domando, da chimico, come ĆØ possibile che, lavorando sostanze completamente inorganiche come carbone, ferro ed altri metalli di transizione – unici elementi componenti l’acciaio – si possano produrre sostanze come le diossine, di solito prodotti della combustione di rifiuti organici: non ci saranno, piuttosto, state di mezzo discariche di rifiuti solidi urbani?

      1. Marco

        Caro Giulio Dante Guerra, lei mi sembra molto chimicamente confuso.
        A parte che definire il carbonio una sostanza inorganica…mah…roba da matti.
        Nel processo di produzione dell’agglomerato (uno degli ingredienti per la produzione di ghisa d’altoforno) si sviluppano diossine.
        Saluti

    2. Pascal

      Quelli come te proprio non ce la fanno, vero?

  6. giuliano

    i rosso ambientalisti e animalisti stanno precipitando nel burrone questa nazione. Hanno iniziato nel ’68 e tuttora sono all’opera con volenterosa tenacia. Hammo molti seguaci a c’ĆØ un 50% circa di popolazione che li appoggia regolarmente con il voto. Amen

    1. ftax

      Rosso ambientalisti/animalisti che sono incoraggiati dai rosso magistrati…

    2. max

      fossi in lei diventerei rosso dalla vergogna per quello che scrive …mi auguro che la sua famiglia venga trasferita ai tamburi!

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