Caro Mari, dai retta, al prossimo Premio Strega fai l’autostop
I pulmini, da sempre, sono forieri di nefandezze. Da Non aprite quella porta a Bloodride, passando per una crudelissima e iconica scena contenuta in Nightmare II, senza dimenticare Jeepers Creepers II, quando su schermo vedete apparire un van, cominciate pure ad urlare. Se poi quel van è pieno di intellettuali e scrittori, bè altro che Freddy Krueger, datevela a gambe correndo come se non ci fosse un domani.
La surreale, grottesca e lancinante vicenda ascesa al vertice delle cronache, e che ha pure ormai superato gli affanni geopolitici che dividono Donald Trump e Giorgia Meloni in modalità Temptation Island, riguarda proprio il famigerato van del Premio Strega che scarrozza la pattuglia di scrittrici, lo scrivo prima come melliflua captatio benevolentiae, e di scrittori candidati al premio. Non riesco nemmeno a immaginarmelo questo pulmino, se modello nero scurito da NCC periferico o VW di quelli usati da hippie, serial killer e commedie italiane di quelle con comici di serie Z.
La gogna pubblica contro il reprobo Mari (ma per cosa?)
Forse il caldo, forse la compagnia, immaginate che rottura stare nello stesso spazio fisico con degli scrittori, forse la noia di panorami arsi dal caldo e l’illusione di essere ospiti di 4 Ristoranti con Alessandro Borghese, ma al povero Michele Mari, solitario e geniale scrittore che ci ha regalato diversi eccellenti romanzi, alcuni dei quali lambenti il capolavoro, è venuta la pessima idea, tipica di chi coltiva poche relazioni sociali, di esprimere un giudizio severo su Michela Murgia, riferendolo a una delle migliori amiche della Murgia stessa, Teresa Ciabatti.
Quel genere di roba che alle medie veniva risolta con due schiaffoni all’uscita, è diventata invece una tragedia maoista, con tanto di ardimentoso autodafé e di pubblica gogna contro il reprobo Mari, processato a reti unificate in assenza del corpo del delitto visto che nessuno ha ancora capito cosa davvero abbia detto. Infatti non conosceremo mai le autentiche parole usate sulla Murgia, e così ci dobbiamo sorseggiare un telefono senza fili di ricostruzioni, di si dice, di sussurri e refoli spionistici.
Ma questa, in certa misura, è persino la parte meno interessante e meno incresciosa. Perché in perfetta coerenza con la sostanza nulla del dibattito culturale italiano, la broda paludosa e micragnosa di menti che sono piccine, invidiose, d’altronde per quale motivo divulgare certe parole che si sapeva bene si sarebbero ritorte contro il favorito al premio se non per capitalizzare qualche punto in più e aspirare così al podio o allo scettro, è montata come maionese impazzita e gli schizzi ci sono finiti addosso in ogni dove e in ogni come.
Pure Einaudi come la Farnesina
Siamo arrivati al punto persino di dover leggere su prestigiosi giornali di ipotetiche soluzioni, sospese tra Pol Pot e maoismo purissimo: a Mari saranno imposte scuse pubbliche, oppure dovrà ritirarsi dal premio o verrà escluso ex officio. Quando rimbalzano queste soluzioni che richiamano la memoria di Tuol Sleng, si dice che l’unità di crisi della Einaudi, casa editrice di Mari, si sia attivata come farebbe la Farnesina per italiani prigionieri di ribelli africani. E uno si immagina le concitate telefonate, gli incontri, la diplomazia da succo di frutta, la ricostruzione filologica delle esatte parole e il confronto sinottico delle testimonianze.
Alla fine l’organizzazione del Premio sancisce che Mari non verrà punito in alcun modo perché, da un lato, non lo consente il regolamento, sia sempre lode al formalismo bizantino di un Paese che norma pure le chiacchiere da bar, e perché la parola deve tornare alla letteratura e gli scrittori, si sa, si esprimono principalmente attraverso i loro libri. Quel che dicono non lo deve prendere sul serio nessuno.
Separare l’autore dall’opera, finché conviene
In certa misura viene percorsa la strada sempiterna del “bisogna saper scindere tra autore e opera”, un grande classico che influencer delle lettere e gente che ho scoperto essere scrittori stava caldeggiando sui propri profili social. Avevano appena finito con Erri De Luca ed eccoli, sotto che tocca a Mari. Un grande classico che va sempre bene, dai tempi di Caravaggio e fino a William S. Burroughs, assassini entrambi e grandi artisti. Michele Mari non è un assassino ma va bene lo stesso.
Visto che siamo in Italia, cioè in un Paese ridicolo popolato in prevalenza da mentecatti, tranquilli, mi ascrivo anche io al novero, sorge subito un ulteriore livello in questa vicenda: l’esibizionismo declamatorio di scrittori e scrittrici i quali, rimarcando la sacrale funzione dell’intellettuale, ci spiegano cosa ne pensano loro di tutto questo inutilissimo bailamme.
Diciamo subito che il quadro che ne emerge è quello di argomentazioni, toni ed espressioni che se uno avesse ancora contatto con la realtà e si accorgesse di averli davvero usati andrebbe a nascondersi nella folta tenebra di una grotta, riemergendone per la vergogna solo dopo sei, sette anni.
Ravera, Tagliaferri e le atrocità del narcisismo (fatevi una vacanza)
Lidia Ravera dice «noi scrittrici e scrittori siamo dei privilegiati e ci corre l’obbligo, per restituire qualcosa di questo gigantesco dono, di sviluppare e condividere una superiore intelligenza del reale. Non siamo mai in vacanza, non possiamo mai essere sciocchini mai».
Immagina prendersi così tanto sul serio, roba che nemmeno i surrealisti che tiravano sassi e bombette contro i film di Artaud ritenuti scarsamente surrealisti, con così tanta boria e snobismo pseudoaristocratico, in assenza di qualunque aristocrazia, e voler giocare al transumanesimo della parola, e tutto per una frase o degli epiteti che nemmeno si conoscono nel dettaglio e che pure conoscessimo, ragazzi, ma vivaddio, chissenestrafrega.
La preferenza è una cosa seria.
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Non avete ricevuto alcun dono, non avete e non restituite alcuna superiore intelligenza del reale. Siete parte integrante del panorama melmoso di questo Paese gerontocratico, vuoto, desolante e melenso, fuori ormai dalla storia e che guarda lo scorrere degli eventi come un vecchio paesano davanti allo sferragliare del treno. E in quanto alla vacanza, andateci e stateci pure per tanto tempo, perché a occhio nessuno sentirà davvero la mancanza.
Chiara Tagliaferri invece sostiene che «il van del più importante riconoscimento letterario italiano non è un luogo privato». Bene così, lo si comunichi al Consiglio di Stato perché abbiamo finalmente un nuovo criterio da aggiungere alla teoria dell’organismo pubblico e alla perimetrazione degli spazi pubblici; ciò che pubblico viene ritenuto da scrittori, non sempre conosciutissimi. La Tagliaferri dice pure che «le scrittrici e gli scrittori sono persone che forgiano, grazie ai loro libri, gli universi che noi abitiamo». Una frase talmente commovente e poetica che mi vien quasi da vomitare.
Di Pietrantonio, l’Atm e il premio Strega come Garlasco
Il personale primo posto se lo merita però Donatella Di Pietrantonio, già Premio Strega nel 2024, la quale ci informa: «Non sono garantista da pensare che quello del van, che portava insieme tutte quelle persone, fosse da considerare come un luogo “privato”». Garantista. Il premio Strega come Garlasco.
Secondo questa gente in pratica uno scrittore è condannato a dover essere sempre brillante e morigerato e socialmente consapevole e soprattutto a non poter mai dire «potrebbe per favore accostare che devo pisciare?», no, se la deve tenere fino in fondo perché i veri scrittori non pisciano. Mai.
Dato che la Di Pientrantonio ha già vinto il Premio e quindi vanta notevole expertise aggiunge «chi parla di conversazione privata mi sembra che finisca per sfruttare la stessa argomentazione usata, in questi giorni, a difesa dei partecipanti alle chat sessiste degli autisti Atm».
Non aprire quella portiera
Riuscire a connettere tra loro chi fa notare l’ovvio, una conversazione o un giudizio sono privati se avvengono in un contesto privato, scherzoso, colloquiale, intimo, spicciolo, ai dipendenti Atm al centro della bufera per aver diffuso foto di donne estratte dalle videocamere di sorveglianza dei mezzi pubblici milanesi è purissima e lercia patafisica.
Anche perché in questo ultimo caso siamo davanti una fattispecie dalle evidenti sfumature penalmente rilevanti. Nel caso degli epiteti sulla Murgia, fortunatamente ancora non è dato riscontrare il reato di “vilipendio di Murgia” nel nostro ordinamento.
Se questi sono gli intellettuali, gli scrittori, non gli rivolgete mai la parola, mai, non gli dite niente, non sedetevi nemmeno accanto a loro. Sono biliosi, rancorosi, saccenti, piccini, meschini, pure propensi alla delazione come insegna la vicenda. Anzi, spero che i vettori aerei e ferroviari mettano pure l’opzione “no scrittore” quando selezioni la seduta all’acquisto del biglietto.
E per quanto riguarda Michele Mari, prossima volta, dai retta, fai l’autostop o prendi un taxi.
Ps: qualunque cosa abbia detto Mari sulla Murgia, è sempre troppo poco.
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