Whirlpool, Indesit, Menarini e non solo. Sempre più colossi in crisi, i “tavoli” del governo non bastano

Dario Di Vico fa un quadro sconsolante della crisi nei vari comparti, dove molte “grandi” annunciano esuberi massicci. E le risorse dello Stato sono finite. «Ora tagli al costo del lavoro e salvataggi di settore»

L’onda lunga della crisi non si arresta. Siderurgia, farmaceutica, legno, elettrodomestici. I colossi italiani sono tutti in difficoltà: tra esuberi, mancate innovazioni, sofferenze del mercato e pressione fiscale alle stelle, infatti, Indesit, Menarini e tante altre grandi aziende del paese traballano pericolosamente, mettendo a repentaglio la tranquillità economica di migliaia di famiglie e la tenuta del tessuto industriale e dell’indotto locali.

APPESI AL TRITAGHIACCIO. Solo qualche giorno fa Indesit ha annunciato un piano di tagli che coinvolgerà 1.425 dipendenti, circa un terzo del totale. Ma anche Whirlpool ed Electrolux non se la passano certo meglio, «schiacciati tra i marchi tedeschi di gamma alta (Miele, Bosch) e i nuovi paesi produttori come Polonia e Turchia», spiega Dario Di Vico sul Corriere della Sera.
Come mai è avvenuto tutto ciò? «Abbiamo perso il treno dell’innovazione» secondo Maurizio Castro, ex senatore Pdl e già manager di Elecrtolux. «Le prestazioni e la struttura dei frigoriferi degli anni ’60 è identica a quella di oggi, l’unica novità tecnologica è stato il tritaghiaccio». Con il risultato che, mentre negli anni ’90 l’Italia produceva il 45 per cento degli elettrodomestici venduti in Europa, oggi non è più così.

UN CIRCOLO VIZIOSO. Il corriere espresso internazionale Tnt ha annunciato 850 esuberi. E anche il gruppo farmaceutico Menarini ha dichiarato 700 esuberi. Ma tutto «il settore della farmaceutica italiana è in subbuglio», continua Di Vico, e lo è «per gli effetti della spending review, per l’introduzione dei farmaci generici e per il blocco dell’entrata di nuovi prodotti. La tesi degli industriali è che i generici non hanno avvantaggiato il consumatore (…) ma solo messo in difficoltà l’industria di marca».
La crisi dell’edilizia poi sta mandando in panne anche il settore dell’acciaio che fornisce i tondini ai cantieri per il cemento armato, che costituiscono il 50 per cento delle vendite italiane di acciaio. Non c’è solo l’Ilva, dunque, ma gli stabilimenti di Piombino, Terni e Trieste sono tutti in difficoltà.

ESECUTIVO SENZA RISORSE. L’elenco di “grandi” che rischiano il crollo è ancora lungo. Tanto che i “tavoli” aperti del governo per correre in loro soccorso non bastano più, scrive Di Vico. «La sensazione è che stia aumentando la taglia media delle aziende che chiedono ricovero al ministero dello Sviluppo economico e di conseguenza aumentano le difficoltà per cercare di risolvere i singoli casi». È di ieri, per esempio, la notizia che secondo i tecnici della Camera mancherebbe quasi mezzo miliardo di euro (450 milioni) per finanziare la cassa integrazione: la metà del miliardo stanziato dal decreto legge del governo Letta sugli ammortizzatori sociali in deroga, infatti, sarebbe privo di copertura. E questo perché si tratterebbe di risorse già impegnate parzialmente a finanziare  altre leggi in vigore. Data la situazione, secondo il giornalista economico del Corriere «ci vorrebbero due cose: o un drastico intervento sul costo del lavoro o politiche industriali estremamente mirate». Salvataggi di settore, insomma.

BOCCATA D’OSSIGENO PER IL MOBILE. Per la prima delle due possibili soluzioni, occorre attendere le prossime mosse dell’esecutivo. Ma la seconda via è stata già tentata almeno in un caso, quello del comparto legno-arredo. Una boccata d’ossigeno per il settore, infatti, è arrivata con la proroga del bonus del 50 per cento sulle ristrutturazioni edilizie e l’acquisto di mobili fino al 31 dicembre 2013. Anche se, avverte Di Vico, la misura difficilmente basterà a scongiurare il meno 10,5 per cento della produzione atteso per fine anno.