Quale visione per Milano? Appello per un ritorno alla politica
Caro direttore, le recenti iniziative giudiziarie hanno portato Milano e il suo modello di sviluppo a diventare oggetto delle cronache nazionali. Sul banco degli imputati sembra esserci l’impianto urbanistico attuato nell’ultimo decennio, che, con i nuovi grattacieli e le opere di riqualificazione, ha stravolto il volto della capitale economica d’Italia.
Si susseguono analisi socioeconomiche per spiegare e comprendere cosa sia avvenuto negli ultimi anni. Com’è possibile che i suoi stessi abitanti non si riconoscano più parte della città più moderna e internazionale d’Italia? Cosa è mancato in questi anni?
La logica del darwinismo sociale
I dati parlano chiaro: il costo al metro quadro delle case in città è aumentato di quasi il 50 per cento in cinque anni, i cantieri sono innumerevoli; in più parti della città sono sorti innovativi district che hanno attratto nuovi residenti e modernizzato interi quartieri. Sembrerebbe, secondo molti, che lo sviluppo immobiliare di Milano sia la naturale conseguenza della legge della domanda e dell’offerta: essendo Milano la città più attrattiva d’Italia, è logico che l’aumento della domanda di abitazioni abbia fatto drasticamente lievitare il prezzo di quelle disponibili.
Allo stesso tempo, l’aumento dei prezzi, e dei conseguenti potenziali rendimenti, ha attratto investitori nazionali e internazionali che, oltre a finanziare le nuove costruzioni, competono nel mercato immobiliare con chi è alla ricerca di una soluzione abitativa. Ciò ha generato un circolo economicamente virtuoso che ha contribuito all’aumento del costo delle case al metro quadro e dei canoni di affitto, contribuendo a espellere gli abitanti “a basso reddito”, i quali, in una prospettiva di darwinismo sociale, non sono più all’altezza di una città come Milano.
Si potrebbe quindi dire: “È il mercato bellezza!”. Né i pubblici ministeri, né l’amministrazione comunale possono opporsi alle classiche leggi di domanda e offerta. La soluzione al problema abitativo non è quindi quella di bloccare la costruzione di nuovi edifici, ma semmai aumentare l’offerta di case disponibili, quindi costruire e riqualificare case oggi dismesse.
La città come dimora di una comunità
Ebbene, se quanto appena descritto è sicuramente fondato sul piano economico, occorre prendere in considerazione un ulteriore dato di realtà: la città non è riducibile all’insieme materiale di edifici e individui che si muovono e alloggiano in un dato territorio. La città è una comunità, un insieme di persone che vive un dato contesto territoriale perché in esso ha trovato la propria dimora, cioè il luogo in cui gli affetti, le aspirazioni e i desideri hanno messo radici e si sviluppano. Come una casa non è solo il posto in cui alloggiamo, così anche la città non è solo il posto in cui lavoriamo o abitiamo.
Il modo in cui concepiamo la città ha un impatto concreto sulle dinamiche sociali. Quali ideali prevalgono oggi a Milano? Non è un mistero che chi vive e amministra Milano sia principalmente motivato dalle opportunità di affari e dalle prospettive di carriera che la città offre. Molto probabilmente, ciò spiega anche perché quasi il 60 per cento dei nuclei familiari in città è unipersonale: la solitudine è la cifra caratterizzante la Milano degli ultimi anni. Migliaia di giovani studenti o lavoratori, attratti dalla città scintillante, si ritrovano soli, frustrati per le ristrettezze in cui si trovano a vivere, e frastornati da mille effimere promesse di felicità.

La visione della giunta Sala
In tutto questo cosa c’entra la politica? Il contesto sociale milanese è conseguenza di scelte amministrative? Oppure la politica è irrilevante di fronte alle dinamiche sociali?
Ecco il punto cruciale della questione: ci hanno fatto credere che le dinamiche globali, come quelle di una grande città internazionale siano indipendenti dalla visione politica di chi amministra. Questo è il grande inganno, che caratterizza anche le istituzioni europee.
Al contrario, determinate scelte amministrative sono andate in una direzione chiara, seppur non esplicita. Emblematica è la guerra alle automobili. Che tipo di città, e quindi di cittadini, vuole un’amministrazione che ha deciso di reprimere l’automobile, mezzo di libertà per eccellenza? In che modo chi ha anche solo l’ipotesi di fare una famiglia può concepirsi sguarnito di un mezzo di trasporto privato e personale?
Ancora, le cosiddette “opere di riqualificazione” a quale tipo umano si rivolgono? Evidentemente al cittadino come utente/consumatore di servizi che i nuovi fornitori, sponsor della riqualificazione, possono offrire. Tutto ciò è perfettamente legittimo, a patto che sia chiarito una volta per tutte a chi si rivolge la nuova Milano: o agli “alto spendenti”, che hanno vinto la selezione sociale, oppure agli eterni adolescenti, che vivono una vita on demand (car sharing, spesa a casa, app di dating ecc…).
Esplicitare la visione antropologica e sociale per ritornare alla politica
In sintesi, è evidente che la scelta politica presuppone una certa scelta antropologica e sociale. Chi fa politica ha un certo giudizio sull’uomo e sulla società che si traduce nelle sue scelte. Su questa base è possibile criticare la giunta Sala, che non avendo mai esplicitato la propria visione, non è mai stata chiamata a rispondere di essa.
Lo strumento giudiziario si rivela dunque inadeguato e inadatto a sindacare un modello ideale di città. Il problema di Milano non sono i grattacieli, ma è la visione di cittadino che il governo degli ultimi 15 anni ha portato avanti. Su questo l’attuale giunta sarà chiamata a rispondere alla prossima tornata elettorale. Ed è su questo che dovranno esprimersi gli elettori: la sfida è ardua.
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