«Una nuova Tangentopoli a Milano? No, grazie»
Questa intervista a Sergio Scalpelli, contenuta nel numero di agosto del mensile Tempi, è stata scritta prima che il giudice per le indagini preliminari decidesse di accogliere tutte le richieste di misure cautelari avanzate dai pm nell’ambito dell’inchiesta su un presunto vasto sistema di speculazione edilizia in atto a Milano, inchiesta che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati del sindaco Beppe Sala e di altre 73 persone. Disposti ieri, giovedì 31 luglio, gli arresti domiciliari anche per Giancarlo Tancredi, ex assessore all’Urbanistica dimessosi dieci giorni fa proprio per essere stato coinvolto nel caso.
L’intervista fa parte della nostra serie di dialoghi sulla crisi di Milano con figure del mondo della cultura, delle istituzioni, dell’economia e della società civile per riflettere su problemi e risorse della città, sulla sua “identità”. Sguardi sul presente capaci di comprendere la storia e di spingersi al futuro. Nei mesi scorsi Tempi ha interpellato Gianni Biondillo, Raffaella Saporito, don Paolo Steffano. Tutte le puntate della serie sono disponibili qui.
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Incontriamo Sergio Scalpelli nei giorni caldi delle inchieste sull’urbanistica. Milano è su tutte le cronache nazionali, il sindaco Beppe Sala, che risulta indagato seppure non abbia ricevuto alcun avviso di garanzia, ha dichiarato in Consiglio comunale che ha «le mani pulite» e va avanti. Lo stesso giorno l’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi, un “tecnico di area” – come si dice – senza tessere di partito, ha invece rassegnato le dimissioni, o meglio è stato «sacrificato», perché tutto, dentro a una tale tempesta, non si può tenere in piedi.
Scalpelli di queste cose ne ha viste tante, nella sua lunga carriera iniziata come dirigente del Partito comunista, poi segretario della Casa della Cultura, fondatore del Foglio insieme a Giuliano Ferrara e Lodovico Festa, assessore nella giunta Albertini dal 1997 al 2001, quindi responsabile delle relazioni istituzionali di Fastweb per vent’anni. Da molti anni punto di riferimento del riformismo meneghino, non ha dubbi su come interpretare quanto sta accadendo. «La magistratura deve fare il suo mestiere e accertare eventuali responsabilità personali. Ma questo non può tradursi in un giudizio storico-politico sull’urbanistica milanese degli ultimi trent’anni. Io penso che la politica debba combattere per difendere le scelte che ha fatto, sia con amministrazioni di centrodestra che di centrosinistra».
Come ha ricordato lui stesso nel suo intervento in aula, Sala si occupa di Milano dal 2009, prima come direttore generale del Comune, poi come amministratore delegato di Expo 2015, infine, dal 2016, come sindaco. Qual è il bilancio di questi anni?
Sala merita nel complesso un voto più che sufficiente. Ha dimostrato di saper guidare la città con una buona qualità amministrativa, anche nelle fasi di crisi più acute. In questi anni Milano si è rafforzata e si è distinta dal resto del paese.
Una parte della sua maggioranza gli imputa di aver governato con una cultura sostanzialmente liberista, mantenendo troppa continuità con le amministrazioni di centrodestra.

In Italia non ci sono mai stati neanche venticinque minuti di liberismo, se con liberismo intendiamo i modelli di governo della Thatcher e di Reagan, e nemmeno di un liberismo “addolcito” come quello di Tony Blair, Bill Clinton o Gerhard Schröder. È una continuità che, di fatto, ha portato avanti anche Giuliano Pisapia, che pure apparteneva alla cosiddetta “coalizione arancione”. Questo è avvenuto fin tanto che il Pd ha avuto una guida riformista, prima con Walter Veltroni e poi con Matteo Renzi. Oggi che il Pd è nelle mani di un gruppo dirigente non milanese ma nazionale, con uno scivolamento a sinistra al limite del grottesco, si è imposta una narrazione negativa sull’esperienza politica di Sala.
Quali sono state le caratteristiche di questa continuità tra centrodestra e centrosinistra nella guida della città?
Innanzitutto la capacità di attrarre investimenti, che sono serviti a mettere in atto le grandi trasformazioni urbane, ricucire fratture nella città, fare di Milano una città globale. Un ciclo che viene impostato prima dal quindicennio di giunte di centrodestra (Formigoni, Albertini, Moratti), e poi dal quindicennio di giunte di centrosinistra (Pisapia e Sala). E poi un rapporto forte tra pubblico e privato, che è la condizione fondamentale perché le città crescano. Terzo: una capacità di stare nel mondo, di guardare e di accettare le sfide della globalizzazione, di essere competitivi.
Sono gli ingredienti del “modello Milano”, che in queste settimane è sotto attacco. Si sta affermando una visione un po’ manichea che contrappone la città dinamica e attrattiva e quella iniqua ed escludente. Un approccio semplicistico?
L’innovazione e il cambiamento portano sempre con sé, insieme ai benefici, anche effetti indesiderati. A Milano sono stati risolti cronici problemi, superando l’immobilismo dei decenni precedenti, e al contempo se ne sono aperti di nuovi. Ma il calcolo costi/benefici va di gran lunga a favore di questi ultimi. Milano è diventata una delle capitali europee della cosiddetta “economia della conoscenza”. Non mi riferisco solo alla presenza delle università, ma a quell’intreccio tra ricerca, accademia, innovazione e impresa che è il vero punto di forza della città. A questo non è corrisposta l’offerta di opportunità per vivere la città e sono rimaste irrisolte questioni socialmente molto rilevanti.
Questioni che dettano l’agenda politica dei prossimi due anni, fino alle elezioni del 2027, e del prossimo sindaco.
La prima è l’enorme questione dei salari, che può essere risolta solo attraverso la contrattazione territoriale, riconoscendo la specificità di quest’area del paese. La seconda è la questione della casa: la città non riesce a offrire affitti accessibili ai giovani, al ceto medio, a chi sceglie di stare a Milano per lavorare e fare famiglia. La terza sfida è il tema della Città metropolitana, che è lungi dall’essere un tema di natura giuridico-amministrativa. Milano dovrebbe essere il centro di un’ampia area metropolitana con un’unica dimensione amministrativa. Per farla esistere nei fatti, occorrerebbe una formidabile crescita delle infrastrutture, oltre che del sistema sanitario. Il tema della casa, per esempio, potrebbe essere in larga parte risolto se Milano fosse un tutt’uno con i comuni di prima e seconda fascia dell’hinterland.
Molte delle risorse che hanno alimentato la crescita del capoluogo lombardo negli ultimi decenni provengono da fondi di investimento internazionali. È un modello che ha sostituito l’economia industriale che aveva caratterizzato Milano fino agli anni Ottanta e che forse era stata maggiormente capace di coniugare crescita e benessere collettivo.
Il grande passaggio storico di Milano, il cui merito politico spetta a Carlo Tognoli, avviene a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, quando si sono verificati due fenomeni dominanti: l’avvento del terrorismo e l’inizio del processo di deindustrializzazione. A Milano c’è stata una straordinaria borghesia industriale (Pirelli, Magneti Marelli, Breda, Falck, eccetera) che dava da mangiare a centinaia di migliaia di persone tra lavoratori, famiglie e indotto. Il processo di deindustrializzazione, che in altri paesi europei aveva provocato tensioni sociali molto forti, è stato guidato e governato senza particolari traumi sociali. Una città che si è incardinata per una cinquantina d’anni sul tema della convivenza e conflitto tra capitale e lavoro cambiava completamente pelle, lasciando spazio alla Milano del design, della moda, dell’editoria.
A questi due “traumi” – terrorismo e deindustrializzazione – se n’è aggiunto un terzo all’inizio degli anni Novanta: Tangentopoli. Come Milano ha superato quella stagione di crisi?
Grazie a delle buone giunte di centrodestra si è superata la dinamica dei piccoli gruppi di imprenditori immobiliari, di un’edificazione un po’ incerta, e si sono create le condizioni per rendere possibili grandi trasformazioni urbane, come Porta Nuova e CityLife, semplificando il rapporto tra il privato e il pubblico e al contempo dando certezza di diritto e di legalità. Le grandi società di sviluppo immobiliare hanno visto che erano cambiate le condizioni per poter operare a Milano.
Le stesse società oggi sono accusate di aver operato secondo un approccio esclusivamente speculativo.
Parliamoci chiaro: il privato non è fatto da speculatori che pensano di arraffare il più possibile. Una giusta aspettativa di profitto si può coniugare con la risposta alle esigenze di chi studia e lavora a Milano. Per questo sono convinto che si debba andare avanti su questa strada, con gli opportuni correttivi. Se ci mettiamo a raccontare che prima la città aveva il “piccolo e bello” e adesso è diventata la città della speculazione dei grandi gruppi internazionali, diciamo una falsità.
Oggi c’è il rischio di una nuova Tangentopoli?
Trent’anni fa ci fu un attacco violentissimo al sistema politico, che portò alla distruzione dei partiti che avevano fondato la Prima Repubblica. Una parte rilevante della magistratura inquirente pensò, anche teorizzandolo, di sostituirsi alla politica, provocando una sorta di guerra civile non guerreggiata che è andata avanti fino alla fine degli anni Novanta. Da quell’errore non si è mai più usciti, tant’è che noi vediamo oggi partiti di una fragilità e di una inconsistenza intellettuale e politica enormi. Eviterei di ripetere quell’errore perché è stato l’inizio del declino dell’Italia. Penso che la magistratura non sia più quella di trent’anni fa e che ci sia qualche volta un protagonismo esagerato di singoli pubblici ministeri. Però bisogna che la politica difenda le sue scelte e abbia un’idea di come andare avanti. Mai come oggi andrebbe fatta un’iniziativa bipartisan, con una sorta di Stati Generali di Milano, per delineare le linee fondamentali di sviluppo della città, con le correzioni di cui sopra.
La politica appare però molto debole. Il Comune di Milano, dopo le contestazioni della procura sul tema della ristrutturazione edilizia, ha sconfessato in pochi mesi una prassi amministrativa applicata da oltre un decennio. Il centrodestra, da parte sua, ha portato in Parlamento il “Salva Milano”, salvo poi decidere di metterlo su un binario morto…
La fragilità di fondo, prima culturale che politica, è del Partito democratico, che è da almeno quindici anni il primo partito di Milano. Deve decidere se vuole difendere la sua esperienza di governo oppure se la vuole liquidare. Se deciderà di liquidarla, alla prossima tornata sceglierà un candidato in totale discontinuità con Beppe Sala, radicalizzando la coalizione.
Si parla di Pierfrancesco Majorino.
Lo stimo molto come uomo politico, ma rappresenta un’idea di città meno sensibile allo sviluppo, più statalista e dirigista.
A Milano da quasi dieci anni il centrosinistra vince tutte le elezioni con un largo vantaggio sul centrodestra. Qual è la sua previsione per la prossima volta?
Io non penso affatto che l’esito sia scontato. A Milano si vince al centro, convincendo quella quota di elettorato, che supera ampiamente il 10 per cento e che si era riconosciuto nell’esperienza, purtroppo fallita, del terzo polo. Un elettorato che vuole un’opzione equilibrata, moderata, innovativa, modernizzatrice. Per questo ci vorrebbero due candidati sindaci con una forte impronta civica, capaci di testimoniare la saldatura tra politica e società civile.
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