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Vi prego, abbiate pietà degli “ex”

Di Roberto Volpi
28 Maggio 2026
La violenza sulle donne? È tutta colpa dei precedenti fidanzati, conviventi, mariti. Come, in barba ai numeri, abbiamo fatto diventare una mala razza una categoria che o non esiste o ci comprende tutti. Risultato: l’altro è percepito come un pericolo
Manifestazione di “Non una di meno” per la Giornata internazionale della donna, Milano, 8 marzo 2025 (foto Ansa)
Manifestazione di “Non una di meno” per la Giornata internazionale della donna, Milano, 8 marzo 2025 (foto Ansa)

Guai agli ex. Così come si diceva una volta guai ai vinti oggi si potrebbe in effetti dire guai agli ex. O forse, meglio ancora: Dio ci guardi dagli ex. Già perché gli ex sono innanzitutto pericolosi, decisamente pericolosi – così almeno ce li raccontano le cronache dei nostri giorni. Dunque bisogna guardarci da loro, dai loro movimenti, dalle loro azioni, e meglio ancora, sol che sia possibile, dalle loro intenzioni. Riprovevoli, quasi sempre. E per essere infidi, violenti, non di rado assassini omicidi, non è che gli ex possano aspettarsi una qualche forma di comprensione per quel che fanno, tutt’altro. E allora, appunto: guai agli ex.

Ora, l’argomento è serio. Chiama in ballo, e comprende, gli stessi femminicidi, figuriamoci se possiamo permetterci di scherzarci sopra. E tuttavia. Tuttavia questo tiro al piccione generalizzato contro gli ex non solo non convince – e diremo perché – ma rappresenta un aspetto tutt’altro che secondario di certo incanaglimento della società che troppi soggetti, partiti col proposito di indagarne e approfondirne le ragioni, finiscono per alimentare come un fuoco contro il quale si soffi ipocritamente dal basso per attizzarlo, piuttosto che dall’alto per affiocarlo.

Statistiche senza senso

Si prenda l’Istat e la sua indagine sulla violenza contro le donne i cui risultati sono ancora in corso di elaborazione per quanto i principali siano ormai di dominio pubblico. A leggerli, questi risultati, si rimane sconcertati dalle volte in cui, commentandoli, l’Istat fa ricorso al prefisso “ex”. Ora, certo, se l’Istat a proposito di violenza contro le donne fa rifermento in misura dominante agli “ex” ci sarà pure la sua buona ragione, sarà proprio perché gli ex sono i principali responsabili di quella violenza. E infatti ecco il nostro Istituto di statistica premurarsi, subito dopo averci detto che «sono circa 6 milioni e 400 mila (il 31,9 per cento) le donne che hanno subìto almeno una violenza fisica o sessuale a partire dai 16 anni di età», di aggiungere che «sono soprattutto gli ex partner a risultare responsabili delle violenze fisiche o sessuali: ciò accade per il 18,9 per cento delle donne che al momento dell’intervista avevano un ex partner». Non ci non ci sono margini di ambiguità nell’affermazione che «sono soprattutto gli ex partner responsabili delle violenze fisiche o sessuali», né l’Istat vi ricorre con un minimo di prudenza. Ma, del resto, l’affermazione sembra uscire perfino rafforzata dalla pressoché quotidiana prova dei fatti, giacché quando televisioni e quotidiani e settimanali e magazine raccontano storie ed episodi di violenza contro le donne raccontano inesorabilmente di loro, di ex che ne sono responsabili. Al punto che il connubio tra la violenza contro le donne e gli ex di quelle stesse donne s’è cristallizzato nella memoria collettiva, è diventato parte del comune sentire.

Dimostrazione a Napoli in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, 25 novembre 2024 (foto Ansa)
Dimostrazione a Napoli in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, 25 novembre 2024 (foto Ansa)

Un po’ di rozza contabilità

Allora perché tutto questo clima profondamente avverso agli ex non convince se proprio le cifre, le benedette statistiche, stanno lì a indicare la piega presa dalle violenze contro le donne, ovverosia che sono proprio gli ex ad avergliela impressa a furia di malefatte?

Non convince perché non c’è – non può esserci – una genia distorta degli ex, una loro perversione, un loro genetico o pur socialmente indotto indirizzamento alla violenza contro le donne a fare degli ex una sorta di mala razza dalla quale guardarsi, proteggersi, difendersi come si conviene, come è necessario. Non convince perché il problema degli ex è prima e più di tutto un problema di contabilità. Proprio così, di pura e semplice e perfino rozza contabilità. E se questa può apparire a chi legga una battuta che contrasta con la promessa che abbiamo fatto in partenza di non scherzare su un tale argomento, ecco allora come stanno le cose a proposito di ex. Stanno che non è più come nel passato. Stanno che oggi siamo tutti, in un modo o nell’altro, degli ex. Tutti. O quasi tutti. Ex innamorati, ex fidanzati, ex conviventi, ex coniugi. Ex. Chi non rientra in una qualche categoria di ex alzi la mano. Alzi la mano chi non ha chiuso o è fuggito da una qualche relazione amorosa, sentimentale, sessuale. Chi nella sua vita non ha subìto, o provocato, la rottura, la separazione da una più o meno formalizzata relazione di questo tipo. Ecco, dunque, la realtà: la contabilità degli ex ha superato ogni argine, debordando, invadendo la società. La nostra a ben guardare è una società di ex, una società in cui si è ex almeno una volta – e più frequentemente ancora due, tre o enne volte nella vita. Siamo ex plurimi, ciascuno di noi a ben guardare lo è. E in una realtà del genere andiamo a conteggiare le violenze degli ex per cercare di dimostrare che la categoria degli ex è particolarmente cattiva e pericolosa? E che c’è un legame tra la condizione di ex e le violenze contro le donne? È come dire che siamo cattivi e pericolosi in blocco. Che la società è nella sua interezza cattiva e pericolosa. Magari è vero, non vogliamo escludere nulla. Ma la cosa prescinde dagli ex o, quantomeno, è fatta tutt’altro che di soli ex.

Pietà per gli ex – allora, e piuttosto. La categoria degli ex non spiega una beneamata cippa, questo è quanto. Altro che, come si sente dire a ogni episodio di violenza contro le donne, il patriarcato e la sua persistenza, la sua maledizione che continuerebbe ad afferrarci e subordinarci, l’ancora forte sentimento che di esso intossicherebbe l’animo e il cervello proprio degli ex. Era uno che non accettava di essere lasciato – questo si dice di ogni ex responsabile di un qualche atto gravissimo, fino all’omicidio, contro una donna. Uno che rivendicava il possesso sulla sua ex, che non consentiva che avesse un’altra relazione, un nuovo partner, che piuttosto l’ammazzava. Eccolo il patriarcato, il voler esercitare un potere assoluto sulla propria ex anche dopo ch’è diventata ex a tutti gli effetti, anche dopo che i tragitti di vita, i destini, hanno preso direzioni divergenti se non opposte.

Una domanda per l’Istat

Ma quale patriarcato, siamo seri, ogni ex è un “a sé” diverso da tutti gli altri. Quando si sente dire, ogni volta che una donna viene violentata, stuprata, uccisa (calma, prima di avventurarsi in giaculatorie contro l’Italia e gli italiani, ex e non ex: l’Italia è una delle regioni al mondo dove vengono uccise meno donne; avranno tanti difetti gli italiani, ma nient’affatto quello di lasciarsi andare con facilità all’omicidio), ch’è opera di un ex, ch’è un ex il responsabile, dovremmo riflettere sul fatto che, visto che siamo tutti degli ex, un eccessivo stupore è fuori luogo, e allontanare da noi la tentazione di bollare una categoria così universale e pervasiva come quella degli ex, più numerosa di ogni altra partizione della popolazione ch’è possibile anche soltanto immaginare, col marchio dell’infamia.

E la difesa degli ex non si ferma qui. Non è solo questione di avere coscienza di quanti sono gli ex, della contabilità degli ex. Si torni all’Istat. Afferma dunque l’Istat, in altra parte del rapporto sulla violenza contro le donne: «Per violenza da un ex partner si considera sia quella esercitata durante la relazione di coppia sia quella effettuata dopo la fine della relazione di coppia. Tuttavia, nella larga maggioranza dei casi (84,1 per cento) le violenze degli ex partner si sono verificate durante la relazione di coppia».

Fermiamoci a riflettere su queste parole. E cerchiamo di capire bene. Dopo averci riempito la testa di cifre e percentuali di violenze addebitabili agli ex, quasi in fondo a tutto il suo riepilogare, neppure fosse una postilla da poco, ecco l’Istat uscirsene a precisare (a ragione, per carità, a ragione, ma nondimeno come il prestigiatore che solo in ultimo si decida a estrarre il coniglio dal cilindro) che 84 casi su 100 di violenza contro le donne addebitati agli ex in realtà non sarebbero da addebitarsi agli ex perché compiuti durante la relazione di coppia, ovvero quando gli ex non erano ex bensì fidanzati, conviventi, mariti a tutti gli effetti. Prima, magari perfino molto tempo prima, di diventare degli ex. Ma allora, mi scusino all’Istat se chiedo perché mai si debba imputare agli ex, alla categoria degli ex, una quota più che maggioritaria di violenze (addirittura 84 su 100) che in realtà mette capo a fidanzati, conviventi, mariti che quella quota di violenze hanno commesso quand’erano nella pienezza del loro status di fidanzati, conviventi e mariti? Quand’erano lontani dall’essere e magari pure dal sentirsi degli ex?

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Sull’orlo della devianza

Incomprensibile. Se non si pensasse che all’Istat si sono convinti che una chiave, la principale, per spiegare la violenza contro le donne consista proprio in quel prefisso: ex; in quella categoria: degli ex. Sono gli ex che non si rassegnano ad esserlo, che non sanno stare nei panni dell’ex, che li ritengono sminuenti e vergognosi da portare, prova di inadeguatezza e incapacità a coltivare e far durare una relazione amoroso-sentimentale, sono loro i principali responsabili di un problema che ha assunto le dimensioni di una grande questione nazionale (così come succede in tutte le altre democrazie; essendo che nei paesi non democratici certe questioni sono lasciate al silenzio) che attiene al carattere di un popolo e di un paese: la violenza contro le donne. Ma come fanno ad essere loro se in 84 casi su 100 di violenza contro le donne ad essi addebitati non erano loro in quanto ex ad agire? Erano fidanzati, erano conviventi, erano mariti che solo dopo sarebbero diventati degli ex?

E fu così che non soltanto non si considerò come merita la contabilità degli ex, ovvero il fatto che viviamo in una società a netta prevalenza di ex, e che dunque, se proprio lo vogliamo, non c’è fenomeno sociale che non possa essere in qualche modo a loro ricondotto o imputato; ma che si addebitò allo “stato di ex” anche tutto quello che gli ex hanno fatto prima di essere tali, prima di entrare nello stato di ex. Cosicché di riffa o di raffa non si sfugge: è sempre un problema di ex. Un passo dietro l’altro abbiamo trovato il modo di criminalizzare l’ex, gli ex, il singolo e pure la condizione; di fare della condizione dell’ex un fattore predisponente alle peggiori pulsioni o, comunque, scatenante di comportamenti irrituali, abnormi, asociali, sempre sull’orlo della violenza e della devianza.

Sfregiare una figura di casa

Il punto è che a rimetterci, per un tale atteggiamento, non sono soltanto gli ex (che, poi, è come dire noi tutti), ma un modo di guardare e sentire, di percepire gli altri, l’altro. Modo non casualmente fattosi più sospettoso e incerto, prevenuto. Criminalizzare l’ex significa strappare dalle vite di noi tutti come si trattasse di fare tabula rasa del passato chi pure alle nostre vite e al nostro immaginario ha contribuito. Con l’ex si può certamente fare a meno di avere rapporti che non siano quelli dovuti in base a provvedimenti di legge, separare le vite con chirurgica spietatezza, lasciare che la trama di affetti e condivisioni in comune scivoli o più ancora sprofondi nell’oblio. All’ex si poteva perfino pensare di ricorrere in casi di grande difficoltà o angoscia per un consiglio o un aiuto. E non è certo necessario che sia così. Non è neppure necessario guardare all’ex con un sentimento sottilmente amichevole. Ma è ancor meno necessario sfregiare quella figura si dica pure di casa, che fa parte di noi, che è noi, soffocandola sotto una melma di misfatti che non le si possono neppure imputare nella misura che si racconta.

Ma chi ci guadagna da operazioni culturali del genere? Capaci solo di fare apparire la società molto più incanaglita di quanto non sia?

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di maggio 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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