Da Leone XIII a Leone XIV
RIMINI (24 agosto 2026) — Nella storia della Chiesa la scelta del nome pontificale non è mai un atto neutro: costituisce un gesto teologico e storico insieme, una vera e propria dichiarazione di metodo. Non è un caso che la scelta del nome Leone da parte di papa Prevost si presenti come un atto di forte densità dottrinale, capace di richiamare uno dei momenti più alti e sistematici dell’elaborazione del pensiero sociale cristiano. Il riferimento immediato e manifesto è a papa Leone XIII (1810-1903), il Pontefice che custodì la Chiesa durante il suo lungo pontificato (1878-1903) in uno dei passaggi più drammatici e cruciali della modernità occidentale: la dissoluzione dell’ordine cristiano europeo, l’affermazione dello Stato laico, la rivoluzione industriale e la nascita delle ideologie socialiste e liberali. Leone XIII comprese con straordinaria lucidità che la crisi in atto non era soltanto politica o sociale, ma radicalmente antropologica: era l’uomo stesso a essere messo in discussione nella sua Verità.
Quando si parla di Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), la tentazione dominante nel dibattito contemporaneo è quella di ridurla a un’ideologia di comodo, a un progetto politico contingentato, a un semplice catalogo di buone intenzioni assistenziali o a un’ipotetica “terza via” utopistica. Ma la grandezza di Leone XIII non consistette nell’aver reagito a singole emergenze, bensì nell’aver costruito un corpo di pensiero organico, capace di affrontare la modernità nel suo insieme. La Dottrina Sociale nasce non come una somma di prese di posizione occasionali, ma come un edificio coerente, fondato su una visione razionale e cristiana dell’uomo, della società e dello Stato.
Il tracollo della ragione
In questo cammino di aderenza al reale, la lezione leonina si specchia nella forza del pensiero di san Tommaso d’Aquino: la realtà esiste, ha un senso e si impone all’intelligenza, chiedendo di essere riconosciuta e non inventata. I pilastri del sensus communis — il principio di non contraddizione, di causalità, di finalità (che orienta l’agire verso il Bene e verso Dio), la consistenza del mondo esterno e la distinzione netta tra bene e male — costituiscono l’unico vero argine al disorientamento contemporaneo. Come insegnava il filosofo Romano Amerio nei suoi fondamentali Iota Unum e Stat Veritas, il vero dramma del cattolico nella modernità sta nel dimenticare che Dio è Logos, cioè Cristo come Verità incarnata che svela la struttura razionale e il senso ultimo del reale. Senza questa radice, la morale scivola nel moralismo, l’economia diviene mero dominio e la politica si riduce a uno scontro tra fazioni. Già nel 1910, nel saggio Ciò che c’è di sbagliato nel mondo (What’s Wrong with the World), G.K. Chesterton avvertiva che il tratto distintivo dell’uomo moderno non è anzitutto un tracollo della morale, bensì un tracollo della ragione, in cui si perde la capacità di fondare l’azione sulla realtà.
Oggi, di fronte a una tecnocrazia trans-umanista “bipartisan” (che investe sia le forze politiche di sinistra sia quelle di destra) che rischia di ridurre la persona a mero dato o algoritmo, tornare alla sintesi tra fede e ragione per aderire al reale è una necessità vitale. È attorno a questo fondamentale “ritorno al reale” che ha preso avvio il convegno che ho avuto l’onore di coordinare lunedì 24 agosto 2026 alle ore 12, presso lo stand Tracce di Magnifica Humanitas (Padiglione A2 del Meeting di Rimini, incontro promosso dal Movimento per la Vita e da Ditelo sui tetti). Il confronto ha preso le mosse dalle tesi contenute nel saggio di Benedetto Delle Site: La Dottrina Sociale della Chiesa. La profezia di Leone XIII ai tempi di Leone XIV.
Testimoni in carne e ossa
Nel dare avvio ai lavori, l’apertura dell’onorevole Domenico Menorello, coordinatore di Ditelo sui tetti, ha subito richiamato l’importanza di una presenza pubblica coesa e sussidiaria, capace di coniugare l’azione legislativa con la difesa della legge naturale e con i princìpi del magistero sociale. Una presenza che trova riscontro immediato e concreto nel mondo dell’impresa, come ha dimostrato l’intervento di Lorenzo Malagola, Segretario della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati. Interrogandosi su come i princìpi della DSC si traducano nel contesto economico attuale, Malagola ha evidenziato come l’insegnamento sociale cattolico non sia mai rimasto teoria astratta, ma abbia trovato “carne e sangue” nella testimonianza di grandi imprenditori e figure pubbliche: dal pioniere francese Léon Harmel (a cui il Meeting ha dedicato un’importante mostra) fino ai protagonisti dell’industria a noi contemporanei quali François Michelin, Michele Ferrero e Leonardo Del Vecchio. Accogliere la Dottrina Sociale genera modelli aziendali capaci di coniugare valore economico e centralità della persona. Di fronte alle sfide drammatiche del calo demografico e del lavoro precario, la risposta della buona politica non consiste nell’assistenzialismo di Stato, ma nell’assicurare stabilità e dignità ai lavoratori, favorendone la partecipazione e sostenendo il nucleo familiare.
La fede che si fa cultura
Sul metodo educativo necessario per spiegare il nesso tra fede, ragione e scienza in una società disorientata si è poi innestata la provocazione di don Gabriele Mangiarotti, direttore di CulturaCattolica.it. Citando il celebre monito di Paolo VI — «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» — e ricordando la figura di monsignor Luigi Negri, don Mangiarotti ha ripercorso il metodo indicato da don Luigi Giussani fin dal 1959 nei testi di Gioventù Studentesca: il richiamo cristiano deve essere «deciso come gesto, elementare nella comunicazione, integrale nelle dimensioni, comunitario nella realizzazione». Non serve la timidezza di chi teme di indisporre la mentalità corrente; occorre invece la forza di mostrare la ragionevolezza e la “convenienza umana” della fede che si fa cultura ed opera. Soffermandosi sulla differenza essenziale tra utopia ed ideale, don Mangiarotti ha ricordato come la prima nasca dalla testa ed esprima solo presunzione o malinconia, mentre l’ideale sia il centro stesso della realtà: «Quella soddisfazione verso cui ti lancia il cuore, qualcosa di infinito che si realizza in ogni istante». Ma per seguire l’ideale servono maestri dal cuore infiammato, capaci di dare ragioni vive ai giovani.
“Sociologismo ecclesialese”
È una prospettiva che deve investire tutta la vita ecclesiale, superando quel riduzionismo denunciato nel suo intervento da Marco Invernizzi, Reggente di Alleanza Cattolica. Mettendo in guardia contro la tendenza a ridurre l’attenzione parrocchiale e diocesana alle sole opere di soccorso materiale, Invernizzi ha evidenziato il rischio di smarrire l’orizzonte complessivo della missione. Nel dialogare con lui durante la tavola rotonda, ho voluto integrare questa riflessione richiamando il passo evangelico essenziale di Deuteronomio 8,3: «Non di solo pane vive l’uomo, ma l’uomo vive di tutto quello che procede dalla bocca dell’Eterno». La risposta al bisogno materiale, per quanto doverosa, diviene drammaticamente insufficiente se scissa dal nutrimento dell’anima e dalla proclamazione della Verità. Ridurre la carità a mero assistenzialismo o al “sociologismo ecclesialese” significa privare la presenza cattolica della sua forza rigeneratrice.
Libertà non è arbitrio
La chiave di volta teorica dell’incontro è emersa nell’esposizione dell’autore del volume, Benedetto Delle Site, Presidente Nazionale del Movimento Giovani dell’UCID. Delle Site ha spiegato come il suo lavoro nasca per colmare una lacuna evidenziata dal filosofo Augusto Del Noce nel saggio Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea: Del Noce s’interrogava infatti sul motivo per cui nessuno in Italia avesse ancora pensato a un’edizione delle nove principali encicliche leonine disposte secondo l’esplicito “ordine logico e di senso” fissato da Papa Pecci nella lettera Pervenuti all’anno vigesimoquinto (1902).
Si tratta di un corpus leoninum articulato come un edificio coerente e imponente. Il punto di partenza è l’enciclica Aeterni Patris (1879), con cui Leone XIII riafferma la capacità della ragione di conoscere la Verità e di fondare l’ordine morale attraverso il recupero del pensiero di san Tommaso, opponendosi sia al relativismo sia al positivismo. Su questa base si sviluppa la riflessione sulla libertà in Libertas (1888), dove il Papa smaschera l’equivoco moderno che identifica la libertà con l’assenza di vincoli e con l’arbitrio: la libertà autentica è adesione al Vero e al bene, separata dai quali si rovescia nel dominio del più forte. La questione della famiglia occupa un posto centrale in Arcanum Divinae Sapientiae (1880), che riafferma come il matrimonio non sia una costruzione giuridica dello Stato, ma una realtà naturale elevata da Cristo a sacramento: colpire la famiglia fondata sulla complementarità tra uomo e donna significa disgregare i fondamenti della società, una Verità drammaticamente confermata dall’empiria di fronte all’odierna ideologia gender.
Sussidiarietà
Il tema dell’autorità e dello Stato viene affrontato in Diuturnum illud (1881) e trova formulazione compiuta in Immortale Dei (1885): l’autorità politica non nasce dalla pura forza né dal mero consenso, ma ha una radice morale e divina; lo Stato non è un assoluto, ma è ordinato al bene comune, offrendo un’elaborazione alta della laicità come distinzione ordinata tra ambito religioso e politico. In Humanum Genus (1884), Leone XIII individua il nucleo della secolarizzazione analizzando la massoneria come immanentismo che pretende di costruire la società prescindendo da Dio. In Sapientiae Christianae (1890), il Pontefice si rivolge ai laici chiamandoli a una presenza coraggiosa e responsabile nella vita pubblica.
Tutto questo percorso trova la sua sintesi e la sua applicazione concreta nella Rerum Novarum (1891). Contrariamente a una lettura riduttiva, la Rerum Novarum non nasce come un testo isolato sulla questione operaia, ma come l’applicazione di un intero corpo di pensiero. Leone XIII affrontò il disagio sociale cogliendolo come frutto avvelenato di un secolarismo che, detronizzando Cristo, lasciava gli uomini preda dell’egoismo. Affermando che il lavoro non è una merce, che il capitale non è un assoluto e che la proprietà privata è un diritto naturale non illimitato che lo Stato deve tutelare senza soffocare i corpi intermedi, la Rerum Novarum pose in nuce il principio di sussidiarietà. Per questo suscitò un profondo “scandalo”: disturbava perché non si collocava né dalla parte del liberalismo economico né da quella del socialismo rivoluzionario. Come ricordava san Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus, citando proprio la Libertas, i mali a cui la Rerum Novarum volle reagire derivavano da una libertà staccata dalla Verità.
La “profezia di Leone” dimostra dunque che la Dottrina Sociale non è un linguaggio di adattamento ai mutamenti storici, ma un criterio permanente per osservare, giudicare e agire. Non forma ideologi, ma educa al realismo cristiano, unendo contemplazione e azione.
La difesa della vita umana
A sigillo dei lavori, il contributo video di Marina Casini, Presidente del Movimento per la Vita Italiano (collegata da remoto), ha portato il nostro dibattito al suo baricentro ineludibile. Con estrema lucidità, Marina Casini ha testimoniato il valore insostituibile di chi si batte nelle istituzioni per la tutela della vita nascente e fragilissima, rimarcando la necessità di riscoprire la centralità della figura paterna quale perno educativo e protettivo indispensabile di fronte alle fragilità familiari odierne.
Le sue parole mi hanno offerto lo spunto per richiamare in chiusura del convegno le analisi profetiche di Michel Schooyans nel suo celebre saggio Il Nuovo Disordine Mondiale. Come denunciato dal politologo belga e incarnato dall’impegno quotidiano del Movimento per la Vita, assistiamo oggi a una pressione pervasiva e sistematica a livello globale volta a far passare la cultura della morte — attraverso la banalizzazione dell’aborto, la spinta al suicidio assistito e lo scarto dei deboli — come tappa di presunto progresso civile. La difesa della vita umana, dal suo primo concepimento sino al naturale tramonto, rimane la pietra d’angolo e la vera “prova del nove” di qualsiasi autentica Dottrina Sociale della Chiesa: se viene meno il rispetto per il fondamento antropologico della dignità inviolabile della persona, qualsiasi discorso sulla giustizia, sulla solidarietà e sul bene comune finisce inevitabilmente per crollare.
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