La verità, invece, è libertà, liberazione

Da Dante a Péguy, passando per Jacopone da Todi. Un contributo al nostro manifesto “Ragione Verità Amicizia”

dante-alighieri-shutterstock_113644318Questo articolo fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).

Si racconta nella Commedia di come, improvvisamente, la montagna del Purgatorio venga scossa da un violento terremoto, che riempie Dante di paura: Mi prese un gelo qual prender suol colui ch’a morte vada. Subito dopo cominciò da tutte parti un grido, più precisamente un canto. Tutti dicevano: ’Gloria in excelsis Deo’. Né Dante, né Virgilio sanno spiegarsi il fatto. I due vanno avanti e il poeta fiorentino procede timido e pensoso, travagliato da una sete simile a quella evocata nell’episodio evangelico dell’incontro tra Cristo e la Samaritana. Si accosta ai pellegrini un terzo uomo, un po’ come accadde ai discepoli di Emmaus quando il Risorto si accompagnò a loro. A lui si rivolge Virgilio, chiedendogli conto dell’accaduto. L’ignota presenza spiega che il terremoto sancisce il momento in cui un’anima del Purgatorio sente di aver compiuto il cammino di purificazione ed è pronta a salire verso il Paradiso, quel regno celesto che compie omne festo che’l core ha bramato (Jacopone da Todi). Non c’è nessun altro segno che non sia il sentire stesso dell’anima, nulla, al di fuori del voler, fa prova, dice il testo, de la mondizia raggiunta. Di colpo, l’anima sorprende in sé il desiderio e la possibilità di muoversi verso la perfezione. Questo scatena il terremoto. Questa libertà fa tremare il mondo. E fa cantare un canto nuovo, il canto d’una vita rinata. Anche prima della purificazione l’anima desidera il Cielo, ma non può raggiungerlo: il talento, il desiderio, infatti, è mortificato, posto al tormento, dalla divina giustizia.

Colpisce, a questo punto del racconto, la coincidenza perfetta tra il fatto e il sentire, tra oggetto e soggetto. Non si tratta né di un sentimento privo di fondamento reale, né d’una realtà priva di partecipazione umana. La narrazione poetica di Dante è le descrizione esperienziale della formula con cui San Tommaso fissa la definizione della Verità: Adaequatio rei et intellectus. Solo la verità è capace di questa unità. Fuori di lei, il sentimento o il pensiero oscillano incerti tra esaltazione e cinismo, volubili e incostanti come fantasmi. E la realtà pesa come una costrizione volontaristicamente assunta o imposta.

La verità, invece, è libertà, liberazione.

Virgilio, che trattiene tutto quel che vede in questa parte del suo viaggio, dirà a Dante, una volta giunti sulla sommità del monte, dove è collocato il Paradiso terrestre: Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio. Sbaglieresti se aspettassi il mio consenso e non seguissi l’impeto della tua libertà: fallo fora non fare a suo senno. Se ormai padrone di te: per ch’io te sovra te corono e mitrio. Una traduzione delle parole di Cristo: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.

Per tornare al racconto dantesco, l’anima che si mova per salir su gioisce di questa libertà che sente crescere nella propria persona. Ama la propria libertà, di voler le giova. Non ha paura della libertà, non la teme. Al contrario ne sente il gusto, e mai rinuncerebbe ad essa. Mai cederebbe alla tentazione di un mondo perfetto in cui non fosse previsto il rischio della libertà.

Scrive Charles Péguy: Cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera? Come sarebbe qualificata? Noi vogliamo che questa salvezza sia acquistata da lui stesso. Da lui stesso, l’uomo. Sia cercata da lui stesso. Venga in un certo senso da lui stesso. Questo è il segreto. Questo è il mistero della libertà dell’uomo. Questo è il prezzo che noi annettiamo alla libertà dell’uomo. Perché io stesso sono libero, dice Dio, e perché io ho creato l’uomo a mia immagine e somiglianza. Questo è il segreto, questo è il mistero, questo è il prezzo di ogni libertà. Questa libertà di questa creatura è il più bel riflesso che vi sia nel mondo della Libertà del Creatore. È per questo che ci teniamo tanto. Che le abbiamo dato un tale prezzo. Una salvezza che non fosse libera, che non fosse, non venisse da un uomo libero, non ci direbbe più nulla. Cosa sarebbe? Cosa vorrebbe dire? Che interesse potrebbe mai presentare una tale salvezza? Una beatitudine di schiavi, una salvezza di schiavi, una beatitudine serva, cosa volete che mi interessi? Che piacere c’è ad essere osannati da degli schiavi?

Foto Dante da Shutterstock