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Venezuela, 26 morti dall’inizio delle proteste contro Maduro: «Anticamera della guerra civile»

aprile 26, 2017 Redazione

La sensazione diffusa, secondo gli analisti, è che ormai la situazione sia sfuggita al controllo del governo e delle forze armate

tratto dall’Osservatore Romano – Il Venezuela è sempre più sull’orlo di una crisi senza precedenti. Il bilancio dei morti dei disordini cresce di giorno in giorno, e ormai i media parlano apertamente di “caos” o “anticamera della guerra civile”. Sono 26 i morti dall’inizio delle proteste antigovernative iniziate lo scorso 4 aprile. Le ultime quattro vittime si sono registrate ieri a Mérida, nell’ovest del paese, dove gruppi armati, i cosiddetti colectivos, hanno attaccato un raduno dell’opposizione e un palazzo da cui venivano scanditi slogan contro il presidente Nicolás Maduro.

A confermare il bilancio è stato il procuratore generale, Luisa Ortega Diaz, che ha denunciato anche molti casi di arresti irregolari, come i 38 oppositori fermati dalla guardia nazionale nello stato di Nueva Esparta, che comprende le isole al largo del mare Caraibico. Arresti, ha precisato il procuratore, per i quali non è stato redatto alcun verbale che spiegasse il reato. Il procuratore — che molti vedono come una possibile mediatrice dopo la sua decisione di bloccare l’iniziativa della Corte suprema volta a esautorare il parlamento — ha invitato le forze dell’ordine al rispetto delle procedure, limitando il ricorso alla custodia cautelare. «Nessuno — ha detto Luisa Ortega Diaz — desidera uno scenario bellico da guerra civile e tanto meno un’ingerenza straniera. Dobbiamo tornare a dialogare, abbiamo bisogno di interlocutori validi con potere di decisione per costruire un’agenda volta a una soluzione democratica che salvaguardi lo stato di diritto».

La sensazione diffusa, secondo gli analisti, è che ormai la situazione sia sfuggita al controllo del governo e delle forze armate. L’opposizione, che controlla il parlamento monocamerale di Caracas, ha deciso di organizzare manifestazioni a oltranza: anche per oggi ci si attende un grande corteo nella capitale e nelle altre principali città del paese. Maduro ha promesso elezioni al più presto, ma una data ancora non c’è. Le forze armate hanno confermato «la loro incondizionata lealtà» al presidente, ma — dicono i media — il malcontento tra i militari sta crescendo. E anche sul piano internazionale, la tensione è altissima: ieri il governo ha fatto sapere che il Venezuela si ritirerà dall’organizzazione degli stati americani (Osa) se questa convocherà una riunione dei ministri degli esteri senza l’avallo di Caracas. La sessione, la quinta dell’Osa sul Venezuela in appena un mese, è stata richiesta da 16 dei suoi 34 membri, «considerata la crescente preoccupazione» sulla situazione nel paese. Il capo della diplomazia venezuelana, Delcy Rodríguez, ha accusato il segretario generale dell’organizzazione, Luis Almagro, di promuovere, con l’appoggio degli Stati Uniti, «un piano di intervento e messa sotto tutela» del paese.

Difficile individuare un unico fattore alla radice della lunga crisi venezuelana. In realtà, come sottolineano gli analisti, le cause sono tante e intrecciate tra loro. C’è anzitutto lo scontro politico, inaspritosi nelle ultime settimane a causa della decisione della Corte suprema di annullare i poteri del parlamento. L’opposizione, a sua volta, ha avviato l’iter parlamentare per destituire i giudici della Corte. Da quel momento si sono succeduti manifestazioni, scontri, arresti. Uno dei simboli dell’opposizione antichavista, Henrique Capriles, è stato interdetto dalla partecipazione alle elezioni. Capriles ha accusato Maduro di un «tentativo di golpe». Il governo, dal canto suo, attribuisce la responsabilità dei disordini all’opposizione e chiede il rispetto della costituzione.

Allo scontro politico si aggiungono poi le difficoltà economiche. Da almeno due anni l’economia venezuelana vive una fase difficilissima. L’inflazione è schizzata oltre l’800 per cento e sono state tagliate le importazioni di grano. Così Maduro ha firmato un decreto nel quale si stabilisce che con la farina di grano non si possono fare brioche o altri dolci, ma soltanto pane, e solo del tipo a prezzo calmierato, ossia il filone simile alla baguette da 180 grammi. Per questo decine di ispettori hanno visitato tutte le panetterie della capitale alla ricerca dei fornai disobbedienti che usano la poca farina che hanno per commercializzare prodotti diversi dal pane. Alcune persone sono state arrestate e due negozi requisiti.

Foto Ansa/Ap

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