Un “piccolo” errore di traduzione innesca la crisi diplomatica tra Iran e Bahrein

«Il governo del Bahrein è un regime illegittimo». Così i media iraniani hanno riportato il discorso del presidente egiziano Morsi al summmit dei paesi non allineati. Il quale però non parlava di Bahrein ma di Siria.

Si sono infuriati, e non hanno tutti i torti. Quando in Bahrein, dove la Primavera araba è stata soffocata con l’aiuto dei carri armati messi a disposizione dall’Arabia Saudita, alla televisione è stato trasmesso il discorso al summit dei paesi non allineati del presidente egiziano Mohamed Morsi, dei Fratelli Musulmani, nessuno ci credeva: «Il governo del Bahrein è un regime che ha perso la sua legittimità».

TRADUZIONI ERRATE. Un attacco diretto che nessuno si aspettava, un discorso inaccettabile. Soprattutto se inesistente. Sì, perché quando Morsi ha parlato al summit dei paesi non allineati, a Teheran, non ha mai fatto riferimento al Baherin, ma alla Siria sì. Peccato che il traduttore iraniano si sia sbagliato e abbia sempre sostituito alla parola Siria, il termine Bahrein. «Questa è una violazione, una mistificazione e un comportamento inaccettabile da parte dei media iraniani, che dimostrano di voler interferire con gli affari interni del Bahrein» ha fatto sapere l’agenzia di stampa governativa del Bahrein Bna. L’Iran ha respinto le accuse, affermando che si è trattato di un semplice errore.

AIUTARE LA SIRIA. In realtà è molto difficile che si tratti di un errore. L’Iran, governato dall’ayatollah Khamenei e dai musulmani sciiti, appoggiano i rivoltosi del Bahrein, che sono guidati dagli sciiti contro la famiglia Al Khalifa che si trova al potere, e che è appoggiata da due nemici dell’Iran: gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Probabile quindi che l’errore di traduzione sia stato più che volontario. Non solo, in questo modo l’Iran avrebbe anche cercato di coprire le critiche che Morsi, con un discorso inatteso da molti e che ha fatto infuriare i siriani, ha rivolto al regime di Damasco. Un regime che Teheran cerca di mantenere al potere, rappresentando per l’Iran un ponte per comunicare indisturbato con Hezbollah, nel Libano.