Ue, accordo sui migranti. Nuovo annuncio, vecchi problemi

La bozza che oggi presenterà la Commissione è poco ambiziosa, non prevede la redistribuzione obbligatoria e non cambia Dublino

Sbarco di migranti a Lampedusa

Sono passati cinque anni dalla crisi migratoria del 2015 e ancora in Unione Europea non è cambiato niente. Ogni anno i paesi che per ragioni geografiche sono più esposti e non possono chiudere i propri confini – Italia, Grecia e Malta su tutti – invocano l’aiuto dei partner comunitari per far fronte al fenomeno e ogni anno vengono puntualmente ignorati. Ma ancora più stupefacente della pervicace mancanza di solidarietà all’interno dell’Unione è il tentativo di Bruxelles di riproporre a scadenze regolari le stesse identiche fallimentari soluzioni per superare il Regolamento di Dublino senza, allo stesso tempo, promuovere una comune visione europea per l’Africa e il Medio Oriente, sempre più colonizzati (con interessi opposti ai nostri) da Cina e Turchia.

SOLIDARIETÀ OBBLIGATORIA, NIENTE REDISTRIBUZIONE

Oggi, come anticipato dalla Stampa, arriva sul tavolo della Commissione europea l’ennesima proposta che, al pari delle precedenti, propone un tortuoso meccanismo di solidarietà «obbligatoria», stando agli annunci, e «facoltativa» di fatto. La bozza di accordo, che come finora sempre accaduto in passato potrebbe essere stravolta al ribasso quando a discuterla saranno i leader europei, non cambia innanzitutto il principio secondo il quale è il paese di primo ingresso a doversi fare carico della richiesta di asilo degli immigrati.

Non è prevista neanche una redistribuzione automatica dei migranti ma qualora uno Stato «sotto pressione» (ed è tutto da capire quando un paese potrà legalmente definirsi «sotto pressione») chiedesse l’aiuto dell’Ue, scatterebbe un «meccanismo di solidarietà obbligatorio». I partner Ue cioè, spiega la Stampa, «potranno scegliere se aiutare lo Stato accogliendo una quota di richiedenti asilo oppure facendosi carico dei migranti da rimpatriare. Che, nel frattempo, resteranno nel paese di primo ingresso e verranno trasferiti soltanto in caso di mancato rimpatrio. Per i governi più riluttanti ci sarà anche la possibilità di evitare sia la redistribuzione sia i rimpatri, contribuendo con un sostegno economico-logistico. Il meccanismo di solidarietà “flessibile” potrà essere applicato anche per i salvataggi in mare, ma fonti diplomatiche precisano che sarà possibile solo “in modo limitato”, vale a dire non per tutti i salvataggi, “e con ulteriore flessibilità”».

IL PROBLEMA DEI RIMPATRI

Quest’ultimo punto, tradotto, significa che i paesi europei che affacciano sul Mar Mediterraneo come Francia e Spagna non apriranno mai, se non in rarissime occasioni e con la dovuta “flessibilità”, i loro porti ai barconi che verranno soccorsi al largo della Libia.

Per quanto riguarda i rimpatri, la soluzione assomiglia a una presa in giro: nel 2017 sono stati rimpatriati dall’Italia 6.514 migranti, numero sceso a 4.423 nel 2018 (dati al 31 settembre) e risalito a 6.298 nel 2019. C’è un motivo se i numeri sono sempre così bassi (e in molti paesi europei non va meglio): non solo i costi sono altissimi (circa 4 mila euro a espulso), ma servono accordi con i paesi d’origine, non sempre facili da ottenere, trattative per ogni singola persona, che spesso non è dotata di documenti e spesso non gradita in patria. Infine, a fronte di una richiesta d’asilo, bisogna comunque aspettare un paio d’anni prima del rimpatrio, viste le lungaggini burocratiche per esaminare ogni pratica.

NON SI CANCELLA PIÙ DUBLINO

Anche il tema della redistribuzione, per quanto volontaria, è tutto da capire: chi potrà spostarsi da un paese all’altro? Solo chi ha i requisiti per ottenere l’asilo o anche un migrante economico?

A quanto emerge dai primi dettagli, la proposta della Commissione è complessa e bisogna vedere quale sarà il vero testo dell’accordo dopo le trattative dei Ventisette. Si ha però l’impressione di una bozza al ribasso: solo una settimana fa Ursula von der Leyen aveva dichiarato che Dublino sarebbe stato cancellato. Una settimana dopo, si scopre invece che non è così e «l’Italia rischia di veder tradite le proprie aspettative». Per l’ennesima volta.

Foto Ansa