La Tunisia oggi, a cinque anni esatti dalla Primavera araba

Terrorismo islamico, disoccupazione, crisi economica: i tre mali del paese che pure ha fatto passi da gigante dopo la cacciata di Ben Ali

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«Prima della rivoluzione guadagnavo di più. Non è che sia cambiato tanto. Ci vorrebbe un’altra rivoluzione». Abdelassalam Bouazizi è un ambulante che come tanti altri vende frutta e verdura per arrivare a fine mese nella città tunisina di Sidi Bouzid. Essendo un mercante, è abituato a lamentarsi, ma lui non è uno tra i tanti. Suo fratello, Mohamed Bouazizi, è il venditore che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010 per protestare contro la dittatura di Ben Ali, scatenando la Primavera araba nel paese e in tutta la regione. Il dittatore, dopo 23 anni di dominio incontrastato, fuggì dal paese il 14 gennaio 2010. A cinque anni esatti da quel giorno, la Tunisia è forse l’unico esempio positivo di Primavera araba, anche se i problemi restano tanti.

DEMOCRAZIA. Dal punto di vista democratico il paese ha fatto passi da gigante, come conferma anche il premio Nobel per la pace assegnato al “National Dialogue Quartet” tunisino. Dopo aver eletto l’assemblea costituente nelle prime elezioni libere da decenni nell’ottobre del 2011, la Tunisia ha approvato una nuova Costituzione ed eletto un nuovo Parlamento, passando per due importanti omicidi politici nel 2013. Dalle urne è uscito sconfitto il partito islamista Ennahda, in favore del partito laico di sinistra Nidaa Tounes.

TRADIMENTI E RIMPASTI. Tunisi ha capito perfettamente come funziona la democrazia: la coalizione di governo di unità nazionale, guidata dal premier Habib Essid, comprende quattro partiti e 27 ministri. Nidaa Tounes dopo neanche un anno si è spaccato al suo interno, 19 parlamentari sono usciti dal partito lasciandolo in minoranza e trasformando gli islamisti di Ennahda nella forza parlamentare di maggioranza. Il premier Essid è così ricorso a un rimpasto, che ha portato a 30 il numero dei ministri, salvando però il governo.

TERRORISMO ISLAMICO. Le turbolenze politiche non sono certo il principale problema del paese, sempre più ostaggio dell’estremismo e del terrorismo islamico. Più di 5.500 tunisini sono partiti alla volta della Siria per unirsi all’Isis e 500 sono tornati. I reclutatori, sparsi dappertutto nel paese, guadagnano tra i 2.700 e i 9.000 euro per ogni nuovo adepto procurato. La cifra è enorme se si pensa che il venditore di frutta e verdura Bouazizi si ritiene fortunato quando porta a casa 300 dollari al mese. Lui però, confida ad Al-Monitor, almeno lavora.

DISOCCUPAZIONE CRONICA. La disoccupazione è infatti uno dei mali cronici che avevano portato i giovani a partecipare alla rivoluzione, ma ora i dati sono peggiori di quelli dell’era Ben Ali. Secondo il viceministro delle Finanze, la deputata Boutheina Ben Yaghlane, il 15 per cento della popolazione non ha un lavoro, cifra che sale al 31,4 per cento se si considerano solo i giovani. Con la crescita economica che è rimasta sotto l’1 per cento nel 2015, sono tanti quelli che si fanno tentare dagli stipendi promessi dall’Isis.

«IL TURISMO È MORTO». La situazione economica del paese è stata aggravata dagli attentati contro gli stranieri compiuti dallo Stato islamico. Il 26 giugno, 38 turisti sono stati massacrati a Sousse da un tunisino affiliato all’Isis, in uno dei luoghi di vacanza più ambiti del paese nord-africano. Tre mesi prima, il 18 marzo, lo Stato islamico aveva assaltato il museo del Bardo, uccidendo 22 persone, tra cui 21 turisti. Il settore, che rappresenta il 14,5 per cento del Pil tunisino e dà lavoro a 400 mila persone su 10 milioni di abitanti, è stato colpito duramente. Come dichiarato dalla guida di professione Mohamed Masmoudi alla Bbc: «Dall’attacco di Sousse, almeno per quello che vedo io, il turismo in Tunisia è morto. È completamente morto».

ESTREMISMO IN MOSCHEA. L’estremismo islamico non è certo arrivato in Tunisia con l’Isis, esisteva già da prima e le numerose partenze per la Siria non possono essere giustificate solo con la depressione economica. Non è un caso se il governo ha cominciato a controllare le moschee del paese una a una per trovare e rimuovere gli imam estremisti, in modo non poi così diverso da come faceva Ben Ali. Circa 150 moschee su 5.100, spiega il governo, sfuggono al controllo dello Stato e altre 50 come minimo sono nelle mani di imam radicali. Secondo il ministero degli Interni, in realtà le moschee controllate da fondamentalisti sarebbero «più di mille». Qui, «certi imam incitano durante la preghiera alla violenza contro le forze dell’ordine e l’esercito, qualificati come tiranni; incitano al jihad in Siria e tentano di introdurre idee estremiste estranee al nostro paese».

CORRUZIONE. Anche la corruzione, per quanto diminuita, non è scomparsa. Hmaidia Mahjoub vende verdura a fianco di Bouazizi e deve pagare circa 45 dollari al mese di tasse. Queste però non finiscono nelle casse dello Stato, ma nelle tasche dei poliziotti che a seconda del compenso chiudono o meno un occhio sui mercati irregolari. «Questo è uno dei problemi per cui Bouazizi si è dato fuoco nel 2010».

Foto Ansa

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