Tradire il coniuge per essere più felici?

Le ipotesi sono due: o il matrimonio è un fiacco compromesso di soddisfazione, o è il mezzo per raggiungere il proprio compimento e quindi la maggior felicità possibile.

Capita che a volte le convinzioni crollino d’un tratto. Così, a tradimento. È quel che mi è successo apprendendo dal report americano National Marriage Project che il 56 per cento degli uomini e il 34 per cento delle donne aventi relazioni extra-coniugali si dice “felice” o “molto felice” del proprio matrimonio; non solo: non hanno alcuna intenzione di lasciare il partner. E io che fino a ieri immaginavo che a tradire fossero solo persone frustrate, scontente, divenute inappetenti rispetto al solito minestrone nel piatto.

Invece adesso mi dicono che non solo chi è infelice tradisce. E allora, perché mai essere infedeli? Oggi si è infedeli per essere più felici. Non si rinnega un compagno/a di vita per sentirsi di nuovo attraenti e desiderati, ma per sentirsi più attraenti e più desiderati. Insomma: si può essere soddisfatti del proprio matrimonio, ma – intuendo di poter ambire a qualcosa di ancor meglio – non ci si vuole accontentare di quello. Ora, su di un punto concordo: accontentarsi non piace a nessuno. “Non siamo stati voluti per le cose piccole, ma per le grandi” sono parole di un peccatore non qualunque: un Papa.
Il dilemma si insinua allora come ghiaccio che si scioglie fra l’intercapedine dei miei desideri più profondi. Starò mica sorseggiando una birra tiepida, quando magari potrei averne un’altra gelata? Se dopo quindici anni di matrimonio sono ancora fedele a mio marito, sarà mica che mi sto accontentando? Francamente, ho già le mie certezze, ma capisco anche che a tanti il dubbio possa stringere come una fede al dito dopo anni di una vita insieme ben pasciuta. Le ipotesi dunque sono due: o il matrimonio è un fiacco compromesso di soddisfazione, o è il mezzo per raggiungere il proprio compimento e quindi la maggior felicità possibile.

Del resto, se credessi anche io alla prima ipotesi, perché non fare un pensierino su un’improvvisa virata fuoripista? Forse basterebbe indossare un tacco dieci, sfoderare un rossetto da trenta euro, più qualche altro simpatico trucco da tariffario di strada. Del resto, nonostante i miei quasi “anta”, sono quasi certa di trovare qualcuno che mi offra una Tennent’s di frigo, mi metta in mano una rosa comperata dal peruviano di turno e mi invitati ad ammirare la sua originalissima collezione di farfalle.

Tuttavia, sto riponendo la mia fiducia nel secondo caso: per questo alle nove di sera, sono sul divano di casa mia, con in mano il quotidiano gratis rifilatomi al semaforo dall’albanese di turno, mentre aspetto che torni anche oggi mio marito. Un uomo che mi desiderava per come ero – ai tempi delle farfalle nello stomaco –  per come sono e (si spera) per come sarò – anche più sfiorita di una rosa da cinque euro. Un uomo che ti scrive: “Niente di noi andrà perduto, per tutta l’eternità. Sei troppo bella tu per andare perduta. Per tutta l’eternità” sfida la mia libertà dalle radici, fino ai confini del tempo. Ecco: se io decidessi di cercar fortuna altrove, sarebbe come sradicare un albero a tutta forza dal terreno. Allora, ritrovare mio marito a casa in una sera qualunque e guardarlo dritto negli occhi – consapevole di aver strappato quelle radici – non sarebbe mai più la stessa cosa.

Può essere che io sia una povera illusa a credere di realizzarmi seguendo una strada, il cui Disegno è tracciato con un tratto profondo che non è solo una strisciata di labile rossetto.
Ma adesso, se qualcuno pensa che questo sia un accontentarsi, per piacere me lo dica.