Thatcher, «un Hayek con la borsetta»

Di Carlo Marsonet
09 Dicembre 2025
Nel suo libro, Niall Ferguson traccia un ritratto pieno di simpatia per la Lady di ferro, liberale in economia, conservatrice sul piano culturale

A distanza di un secolo dalla sua nascita, Margaret Thatcher è più viva che mai. E per diversi motivi. Al lettore non può sfuggire, per esempio, quanto l’Italia sia ostaggio costante dei sindacati. Meglio, di una loro parte, quella più politicizzata ed estremista, dimentica troppo spesso che un paese non può dirsi civile, tra le altre cose, se i suoi sindacati non sono responsabili. Basta non solo sentir parlare il segretario della Cgil, chiaro esempio di vacuità contenutistica, ma leggere le varie motivazioni dietro le quali si indicono ogni settimana gli scioperi: cambiamento climatico e liberazione della Palestina (da Israele, non dai terroristi, ovviamente) sono tra i più gettonati.

La Iron Lady, com’è noto, tenne la mano ferma contro quelle organizzazioni sindacali che contribuirono a rendere il Regno Unito un Paese complessivamente bloccato e stagnante. Ma non è solo questo. Ne parla lo storico scozzese Niall Ferguson in un libro da poco tradotto per la Luiss University Press: Apologia di Margaret Thatcher.

Una grande donna

L’autore non fa mistero della sua predilezione per Thatcher, e per diverse ragioni, a partire da quelli autobiografici. Da ragazzo, Ferguson ricorda come nulla in pratica funzionasse. Nel 1975 l’inflazione era al 27 per cento. Gli scioperi erano costanti. Ma nei ranghi conservatori prese a farsi largo una donna che nel 1979 sarebbe stata eletta riportando il Paese sulla retta via. Liberale in economia, conservatrice sul piano culturale, Thatcher è l’esempio per Ferguson della “teoria del grande uomo”, in questo caso della “grande donna”: la storia, in altre parole, la fanno una minoranza di persone, di élite.

Per Ferguson Thatcher riportò speranza laddove albergava la frustrazione e sembrava non vi fosse via di uscita dalla stagflazione. Emblematica è la descrizione che offre un liberalconservatore come è, senza misteri, proprio l’autore: Thatcher «era un Hayek con la borsetta, e mi piaceva da impazzire».

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Meno statalismo, più responsabilità

Oggi, insieme al suo alter ego americano, Ronald Reagan, viene considerata l’emblema del male: liberista selvaggia, distruttrice della società, amica dei capitalisti e così via. Ma Thatcher, semplicemente, fece qualcosa di tipico buon senso: e cioè provò a riportare la responsabilità nelle mani delle persone, senza nascondersi dietro al paternalismo statalista, e a ridare spazio alla libertà individuale. Concetto, al giorno d’oggi, tanto evocato quanto bistrattato, visto che a farla da padrone è il proposito socialisteggiante di riduzione e, ancor meglio, eliminazione delle diseguaglianze.

Ferguson non cela come il liberalismo economico thatcheriano ebbe una certa influenza negativa sul piano culturale: l’individualismo promosso contribuì a erodere la stabilità delle famiglie, così come quella matrimoniale; si sfilacciò la Britishness che univa inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi, così come la fede cristiana. Ma complessivamente le sue lezioni rimangono, per chi le voglia ascoltare: meno socialismo, di destra o di sinistra poco importa, più libertà; meno statalismo, più responsabilità. Sia sul piano nazionale sia su quello europeo, terreno di polemica accesa da parte di Lady Thatcher, ostile com’era alla creazione di un’organizzazione burocratica sovra-statale.

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Le idee sono cruciali

Su questo come sul resto, ricorda Ferguson, aveva ragione. E come nota nella prefazione Lorenzo Castellani, da Thatcher si apprende pure un’altra fondamentale lezione. E cioè che le idee e la cultura sono cruciali, anche e soprattutto in politica. Lei stessa fu legata ad alcuni think tank liberali, come il “Centre for Policy Studies”, che contribuirono a far cambiare il vento collettivista del Paese.

Seminare le idee richiede tempo e sforzo. La sinistra lo sa bene, la destra molto meno. E spesso, anzi quasi sempre segue la via sbagliata: quella della schiavitù, di cui parlava Hayek.

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