Il piccolo Lisander è cresciuto. Ed è cresciuto bene

Di Emanuele Boffi
20 Giugno 2026
Dopo tre anni il substack di Tempi e Ibl ha raggiunto le 3.000 iscrizioni. Ne parliamo con Sergio Belardinelli

«All’inizio mi divertiva molto l’idea che, cercando sui motori di ricerca la parola “Lisander”, i primi risultati rimandassero a ristoranti con quel nome tra Milano e Lecco». Sergio Belardinelli apre con una battuta questa chiacchierata – definirla un’intervista sarebbe fuorviante – dedicata a Lisander, il Substack nato dalla collaborazione tra Tempi e l’Istituto Bruno Leoni (qui per iscriversi).

“Don Lisander”, il signor Alessandro, era il modo in cui i milanesi chiamavano Alessandro Manzoni. Ci era sembrato il nome perfetto per esprimere in una sola parola l’intento dell’iniziativa: dare vita a un luogo virtuale di dibattito e confronto tra idee, a partire da due identità diverse ma affini, quella liberale e quella cattolica. E chi meglio di Manzoni avrebbe potuto rappresentarle entrambe?

«Sono trascorsi tre anni dalla prima uscita e oggi i lettori di Lisander sono cresciuti: abbiamo raggiunto i tremila iscritti, un numero non trascurabile se si considera che il nostro substack è uno strumento “leggero”, ma al tempo stesso serio e impegnativo», osserva Belardinelli.

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Alto e libero

Il funzionamento è semplice: viene proposto un articolo su un determinato tema e, nei tre mesi successivi, si apre una discussione alimentata da contributi e repliche pubblicati settimanalmente.

Finora sono stati realizzati undici “fascicoli” dedicati agli argomenti più diversi: educazione, cancel culture, Europa, ambienti digitali, università, crisi della diplomazia, transizione ecologica, conservatorismo, buone maniere e demografia. «E prossimamente parleremo del pensiero di Peter Thiel e della giustizia» dice Belardinelli.

Temi complessi, dunque, che spesso si intrecciano con l’attualità. «Non abbiamo mai avuto paura di confrontarci anche con posizioni lontane dalle nostre, mettendo in dialogo persone con idee e orientamenti culturali molto diversi. E devo dire di essere piacevolmente stupito dal livello della discussione, che è sempre stato alto e molto libero. Un altro motivo di grande soddisfazione è stata la disponibilità di tanti studiosi e accademici che, di fronte alla nostra proposta di contribuire, non si sono mai tirati indietro».

Lo stesso vale per molti altri che, pur senza essere stati sollecitati, hanno inviato spontaneamente i propri commenti. «Tra questi ricordo con particolare piacere l’intervento di una studentessa, Josephine Dufour, sul “distruttivismo woke”».

Come diceva Manzoni

Forse, allora, l’intuizione da cui è nato Lisander — creare uno spazio aperto e libero di confronto — risponde a un’esigenza diffusa? «Credo di sì», risponde Belardinelli. «Non sappiamo bene perché, ma ci piace pensare che anche altri abbiano percepito la libertà con cui proponiamo temi e chiavi interpretative e abbiano deciso di partecipare».

Se la scommessa ha prodotto risultati superiori alle aspettative, «è perché siamo stati rigorosi, nel senso che non abbiamo fatto i furbi con la nostra coscienza, come dice Manzoni. Non bisogna giocare d’astuzia con la propria coscienza, ma rimanere fedeli a se stessi».

Lisander continua la sua attività grazie all’impegno di chi qui scrive e parla, oltre che di Alberto Mingardi, Robi Ronza, Arianna Liuti e Carlo Marsonet. «E oggi – conclude Belardinelli con un sorriso – chi cerca “Lisander” su Google trova come primo risultato la nostra atipica rivista».

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