Terremoto, imprenditori pronti a ripartire. «Ma serve una No Tax Area»

Intervista a Carlo Alberto Bosi, la cui azienda è stata messa in ginocchio dal sisma: «È tempo di prendere decisioni importanti se non vogliamo essere estromessi dal mercato»

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Trasparenza, rapidità e interesse al territorio. «È l’appello che faccio alle autorità statali, regionali, provinciali e comunali – dice a tempi.it Carlo Alberto Bosi, imprenditore modenese nel campo dell’industria biomedica che ha perso tutto nel terremoto di fine maggio -. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta alle nostre domande, ed è tempo di prendere decisioni importanti se non vogliamo gettarci tardi sul mercato. Più si tarda, più si perdono clienti, più è difficile riavviare il mercato. Non c’è tempo da perdere».

Carlo Alberto Bosi, ci racconti la storia della sua ditta.
Ho iniziato a lavorare nel settore biomedico nel 1983. Costruisco e progetto attrezzatura monouso per urologia, otorinolaringoiatria e ginecologia da ormai 25 anni. Nel 2001, io e alcuni colleghi della multinazionale dove lavoravo abbiamo deciso di giocarci in una nuova esperienza: aprire una ditta nostra. Nacque così Xmed. In dieci anni, la produzione delle nostre apparecchiature è passata da 5 mila a 180 mila pezzi. Insomma, abbiamo approfittato di un mercato in forte espansione, e nel 2011 ci siamo allargati, comprando uno stabile a Medolla e inaugurando, il 18 aprile di quest’anno, alcune “camere bianche” dove costruire le nostre attrezzature. Il 29 maggio era tutto distrutto.

Dove lavorate adesso?
Adesso siamo ospitati da alcuni nostri colleghi e che ci permettono di lavorare nelle loro camere bianche. Abbiamo spostato parte della produzione a casa nostra, ospitiamo gli uffici. Intanto, cerchiamo di capire cosa fare. Non abbiamo ancora nessuna risposta sull’entità e sui tempi dei contributi statali per reinvestire nella ripresa della nostra azienda, così com’è stato promesso. Tutto fumo, niente arrosto: almeno per ora.

Cosa chiede alla politica?
Chiedo chiarezza sui fondi per la ripresa: se ci saranno, come verranno erogati e in che tempi. Io e i miei colleghi imprenditori dobbiamo capire dove reindirizzare la nostra attività, se attraverso nuove sedi sul territorio, in prossimità delle aree danneggiate, o lontano da qui. Per una produzione come la mia, biomedica, non basta certo avere un capannone qualsiasi: le “camere bianche” sono luoghi indispensabili per la nostra professione. Per questo alcuni del nostro campo si sono trasferiti in Valtellina o a Brescia, dove lo condizioni per costruire sono più facili. Slovenia, Croazia e Svizzera costruiscono ponti d’oro per chi vuole trasferire le proprie aziende produttive nei loro confini, permettendo agevolazioni fiscali e una burocrazia leggera.

Cosa propone?
Creiamo temporaneamente una no-tax area per incentivare l’imprenditoria nelle regioni offese dal sisma. Una zona franca per reinvestire il proprio personale patrimonio e sostenere la ripresa con una minore imposizione fiscale. Ma sono proposte che lasciano il tempo che trovano, e ad oggi nulla è stabilito. Eppure abbiamo bisogno di risposte veloci. L’80 per cento delle aziende terremotate sono pronte a ripartire. Ma non sanno come. E intanto si perdono clienti, non si è più competitivi, e si cade in un circolo vizioso da cui non se ne esce. Regione, provincia e comuni sono sordi alle nostre richieste.

Intanto, i fondi per la crescita tardano a venire.
Innanzitutto, chiediamo trasparenza nel rifinanziamento. Lo Stato deve indicare dove finiscono i soldi delle donazioni, così come noi cittadini ogni anno dichiariamo il nostro reddito. Il grande calderone del sussidio alla Protezione civile – che non ha obbligo di presentazione di alcun bilancio – rende la situazione ambigua. E intanto ci sono 19 mila persone della bassa mantovana ancora in cassa integrazione. Noi siamo stati veloci a rimetterci in grado di ripartire. Ora attendiamo che la politica si mostri altrettanto rapida nel dare risposte.

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