Terremoto Centro Italia. La scossa e l’inerzia

La perdita di case e dei luoghi simbolo di un popolo. E il paradosso di uno Stato che nel colmo dell’emergenza si chiude a riccio per paura della corruzione

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La torre civica di Amatrice, che si stagliava solitaria in mezzo a una distesa di macerie e calcinacci, aveva resistito al sisma del 24 agosto e anche a quello del 26 ottobre. Simbolo della possibile rinascita di un’intera regione, non ha retto al nuovo terremoto del 30 ottobre. Soprattutto perché nessuno l’ha aiutata a reggere. La stessa sorte è toccata alla cattedrale di Norcia e a tante altre meraviglie che, pur a rischio crollo, non sono state puntellate, come si dice in gergo tecnico. Perché? Non per colpa di sindaci inadempienti o poco previdenti o corrotti. Anche chi ha messo in moto fin dal giorno successivo al primo grande terremoto la macchina necessaria per eseguire i lavori, non è riuscito a ottenere le autorizzazioni in tempo. Sono le «troppe regole assurde» ad aver fatto infuriare un uomo come Adolfo Marinangeli, sindaco di Amandola, dove la scossa del 30 ottobre ha fatto crollare l’abside della chiesa di San Francesco e la vela campanaria della Trinità, già danneggiate ad agosto.

«Io non devo difendermi solo dal terremoto ma anche dalla burocrazia», si è lamentato Mariangeli con il Corriere della Sera. «Ho passato due mesi nel tentativo di ottenere le autorizzazioni e non sono riuscito a puntellare nessuna delle opere lesionate. E con l’ultima scossa da noi è venuto giù tutto. Perché non posso far venire un cristo che mi metta i ponteggi alla facciata di San Francesco prima che arrivi un’altra scossa? È assurdo, è un disastro». La dinamica descritta per ottenere le autorizzazioni è più intricata del labirinto di Dedalo e non ci sono fili di Arianna per uscirne: bisogna contattare le sovrintendenze regionali, poi la protezione civile, poi i vigili del fuoco, aspettare risposte da tutti, sollecitare, compilare moduli, poi fare un bando di gara per la progettazione dei lavori e un altro per assegnare le opere progettate. Infine, eseguire i lavori.

Il paradosso è che mentre questo Minotauro di carta bollata si muove lentamente, le Marche, una regione altamente specializzata nella messa in sicurezza dei beni artistici e piena di maestranze all’avanguardia, vede crollare i suoi capolavori senza poter fare nulla. Ma i problemi non finiscono qui. Un sindaco vuole fissare il prezzo della carne da distribuire ai terremotati? Si deve accordare con il macellaio e poi aspettare il parere dell’Anac di Raffaele Cantone, l’Agenzia anticorruzione, che ha 60 giorni per esprimersi come previsto dal nuovo Codice degli appalti. In totale passano tre mesi. E intanto cosa si mangia? In questa situazione di emergenza, per compilare tutte le pratiche ai Comuni serve personale aggiuntivo ma non si può assumere perché sforare il patto di stabilità è vietato. Quindi? I primi cittadini sono davanti a un bivio: aspettare tutte le autorizzazioni o cominciare a risolvere i problemi violando la legge e rischiando denunce penali. Non c’è da stupirsi se sono in rivolta.

Piero Celani conosce bene queste difficoltà. Ingegnere civile, oggi è consigliere regionale delle Marche, mentre in passato è stato eletto per due volte consecutive alla carica di sindaco di Ascoli Piceno dal 1999 al 2009. «Le autorizzazioni delle sovrintendenze sono qualcosa di mitologico, impiegano mesi per arrivare. Io per sistemare piazza Arringo, la più antica della città, ci ho messo tre anni ma se non avessi fatto pressione, portando in sovrintendenza i progetti di notte, compilando relazioni come uno scolaretto, ci avrei messo una legislatura intera. E per fare cose banalissime». In questo caso però i lavori non possono aspettare e alle proteste del sindaco di Amandola si sono unite le voci di altri primi cittadini. Tutti vogliono dare risposte rapide e certe alla propria gente. Ma non possono. «La sovrintendenza svolge un grande lavoro, per carità, ma ha tempi biblici», continua Celani. «Ce n’è una sola per tutte le Marche: e quando arrivano? Se una facciata sta per crollare su una via pubblica bisogna intervenire in 24 ore, ma se si muove un mattone senza l’autorizzazione, arrivano le denunce penali. È arrivato il momento di riformare il sistema. Bisogna delegare il lavoro ai Comuni, con la sovrintendenza che mantiene un ruolo di coordinamento e di controllo. È l’unica soluzione».

Un decreto utile ma insufficiente
La lentezza delle sovrintendenze è solo uno dei tanti problemi. Un puntellamento ha un costo contenuto, 20-30 mila euro, ma per fare i lavori bisogna indire i bandi e perdere altro tempo. Un problema di cui si è lamentato perfino il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Nelle emergenze bisognerebbe rinunciare alle gare e ricorrere alla chiamata diretta delle imprese. Ma davanti a questa possibilità c’è già chi agita lo spettro della corruzione. «Allora», chiarisce il consigliere regionale, «la corruzione va combattuta con ogni mezzo ma francamente non possiamo usarla come scusa per nasconderci. Mentre si combattono i corrotti, bisogna continuare a lavorare, altrimenti lo Stato alza bandiera bianca». Anche in questo caso le soluzioni ci sarebbero: «Ci dev’essere una lista di imprese di fiducia, che hanno la fedina penale candida come la neve e le cui capacità sono comprovate, alle quali si possano affidare i lavori. Si parte dalla prima e si scorrono i nomi, così lavorano tutti. Intanto l’Anac e i magistrati controllano. Chi sbaglia, paga. Altrimenti lo Stato continuerà a dimostrarsi incapace di risolvere i problemi».

Venerdì 4 novembre il governo ha varato un decreto legge urgente per risolvere alcuni dei problemi elencati ma Guido Castelli, attuale primo cittadino di Ascoli, è ancora scettico: «Da un lato il decreto è positivo perché ci restituisce alcune delle prerogative che ci erano state tolte paradossalmente dopo il primo terremoto», dice a Tempi. «Ora per puntellare un’opera è sufficiente comunicare alla sovrintendenza ciò che verrà fatto, senza attendere l’autorizzazione. Però non tutti i mali sono stati sanati». Il personale, per esempio, resta insufficiente: «Il decreto prevede 350 assunzioni per un’area vastissima. Non bastano. Bisogna considerare che noi abbiamo già un turnover al 25 per cento: ogni quattro persone che vanno in pensione, cioè, possiamo assumerne solo una». Preoccupante il tema dei fondi: «I vincoli del pareggio di bilancio mordono ancora la carne dei Comuni».

La sfiducia verso i sindaci
Ma ciò che più infastidisce Castelli è una concezione di fondo: «Sembra che la ricostruzione sarà curata dagli uffici regionali e dallo Stato centrale, mentre i Comuni saranno esclusi. Questa impostazione centralista non risponde ai bisogni del territorio. Se poi aggiungiamo la farraginosità del nuovo Codice degli appalti, vediamo che il rischio di ritardi burocratici non è affatto scongiurato». Castelli sente anche una certa diffidenza generale nei confronti dei sindaci: «Da qualche anno i Comuni sono visti come meri centro di costo da tenere sotto controllo, perché vi si anniderebbe l’istinto spendaccione degli italiani. Ma la verità è che in due anni il debito delle amministrazioni locali è calato di 3 miliardi, quello delle amministrazioni centrali è aumentato di 100». Colpa anche dell’ossessione per la corruzione: «L’idea del governo di combatterla a colpi di norme e regolette aumenta ancora di più la corruzione, perché moltiplica la possibilità di interferenze. Come diceva Tacito? “Corruptissima re publica plurimae leges”. È così. Noi dovremmo invece responsabilizzare al massimo i decisori e chi sbaglia lo mettiamo in galera». Ma «l’impostazione burocratica e centralista deprime anche un valore culturale su cui l’Italia si è sempre fondata: la sussidiarietà. In tempi di emergenza come questo, i campanili, le comunità, le realtà locali sono risorse preziose. E in un momento in cui i cittadini, anche esagerando, chiedono risposte efficaci e immediate, questo mare di cavilli diventa insopportabile». 

Foto Ansa

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