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Te Deum laudamus perché sei sempre stato con me

dicembre 30, 2016 Luigi Amicone

Sessant’anni e ventuno di Tempi, facendone di tutti i colori ma mai perdendo la certezza della compagnia del grande Amico. È così che la strada è diventata un “noi” (altro che Apple)

tempi-manona

Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 29 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2016 Tempi ospita i contributi di Benedict Nivakoff, Alex Schwazer, Rone al-Sabty, Ilda Casati, Luigi Amicone, Siobhan Nash-Marshall, Tiziana Peritore, Therese Kang Mi-jin, Anba Macarius, Roberto Perrone, Pier Giacomo Ghirardini, Farhad Bitani, Maurizio Bezzi, Renato Farina, Pippo Corigliano, padre Aldo Trento, Mauro Grimoldi. Il prossimo numero di Tempi sarà in edicola da giovedì 12 gennaio 2017.

Si può avere tutto dalla vita. Anzi, abbiamo già avuto tutto. Prendete me, che non sono stato né Fidel Castro, né Barbra Streisand, ma ho avuto la Straniera che mi ha detto «io sono con te» fin da quando rimuginavo di cosa ci sarà fuori di qua, utero di mia madre. E da che ho memoria lucida del mio vissuto (comprese le sere di ipocondria che mi arrecavano nell’infanzia i mondi senza Dio, grazie a Dio consolati dalla presenza di una cara nonnina abruzzese), ho corso la vita in lungo e in largo a perdifiato, facendone un pochino di tutti i colori, ma sempre certo della compagnia del grande Amico. (Ops, adesso ho appena ricevuto dal mio Apple che mi pareva intestato al sottoscritto la notizia che “Mario, hai 33 notifiche”: vedi che presa in giro sono questi affari? Ma non mi sorprendono più, ci ho fatto il callo, hanno poco da criticarmi i miei della redazione, non sono io l’impedito, è la tecnologia che è un catorcio).

Chiusa la parentesi, nel mio Te Deum dei sessant’anni e ventuno di Tempi, sono qui finalmente pieno di quella preghiera mai mandata a memoria e pure tutte le sere recitata tra me e quel bambino. «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ti offro le azioni della giornata, fa’ che siano tutte secondo la tua santa volontà per la maggior tua gloria. Preservami dal peccato e da ogni male. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. E così sia».

Altro che orfani
Grazie a Dio non ti ho mai perduto, Amico mio. Tu eri con me, Willy Planckaert, Rik Van Looy e il grande Vito Taccone (ammazzato dieci anni fa dalla senza Dio, disperata, desertificante giustizia italiana), nelle corse in bicicletta prive di qualsiasi meta che non fosse una serie di sprint a un traguardo che era sempre più in là. E sei stato nei miei pensieri tutte le mattine di Angelus e guida alla Jean-Pierre Alain Jabouille, per il divertimento (e qualche spavento) dei miei bambini quando in macchina si correva e zigzagava via nel traffico per non arrivare in ritardo a scuola. Sei stato con me nella scimmia che si arrampicava sulla facciata dell’oratorio di via Paolo Bassi e nella cappellina dove andavo a cercarti perché non c’era più nessuno che mi ascoltasse là fuori. E poi un giorno, un gran bel giorno, sei stato con me rivelandoti a me nella faccia rubizza di quel prete trentenne. Nei ragazzi della via Paal che quel prete trascinò insieme in compagnia al Destino. E nelle portentose giornate in cui la certezza della lotta rifletteva su di noi come neve trafitta dai raggi di sole sulla cima delle Grigne. Così come nel fuoco ardente al tavolo dell’assemblea generale scolastica. «¡Que viva Cristo!». E altro che “So Many Stars”!

Fu così che la strada divenne fiume imponente, divenne un “noi” e un “noi” sempre lì, a risalire la corrente, sempre andando verso la sorgente, mai attardandoci a guardare indietro e a subire i flutti della massa acquosa informe. Certo, ti devo ringraziare, Amico, perché quell’uomo lì, il Giussani, non smette di remare con noi dal posto che ha preso (e chissà se ha un Apple), nella comunione dei santi. Ma altro che orfani! Siamo più pieni che mai di una domanda a cui non sappiamo rispondere se non con tutto il nostro essere puri e peccatori davanti all’attimo non fuggente dell’Amico presente in mezzo a noi.

Guardo mia moglie. Vedo i miei figli. Continuo a presenziare su questo palcoscenico di mondo che Dio mi ha dato in dono di correre a perdifiato. E sono contento. Posso continuare a camminare – anche se adesso comincia a dolermi il ginocchio destro, sarà mica che mi devo operare al menisco, bastardo di un Apple? – e a risalire il fiume (questo mi piace, sì, l’ho fatto fin da bambino, e per questo poi mi han messo alle scuole speciali, però allora grazie a Dio non c’era il Ritalin!).

Ecco, siamo ancora qui, lungo il fiume, in compagnia di un tozzo di pane, un pomodoro e un uccellino che stranamente era lì e mi cinguettò già all’epoca che risalivo il Tavo, «io sono con te». Ehi, sarà mica l’uccellino che sta cercando anche l’ultimo recente intruso di casa nostra, col suo musetto appuntito e l’occhietto serpentesco, vagabondo di un vagabondo gattino soriano sardo?

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