Storia di un matrimonio veramente cristiano. Dietro le sbarre

Il desiderio di un detenuto, la carità della Chiesa, la straordinaria consapevolezza degli sposi e degli invitati. Don Ventorino, cappellano a Catania, racconta un fatto che «ha reso più glorioso il volto di Cristo»

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Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Tra i momenti più significativi del mio servizio come cappellano presso la Casa Circondariale di Catania è certamente da annoverarsi la recente celebrazione di un matrimonio religioso. Dopo ventisette anni di fedele convivenza, dalla quale sono nati figli e nipoti, un detenuto ha espresso il desiderio di sposarsi proprio in carcere, perché ormai aveva perso la speranza di poterlo fare da uomo libero.

Lo doveva alla sua donna — mi ha detto — per darle la dignità di sposa; lo doveva ai suoi figli per dar loro la coscienza di appartenere a una vera famiglia; lo doveva a se stesso e alla sua coscienza di cristiano. Non aveva però la possibilità di comprarsi neanche la cravatta, figuriamoci poi gli anelli nuziali e tutto il resto.

Attorno a questa richiesta si è creata tra gli altri detenuti una grande attesa della risposta che avrebbe dato la Chiesa. Nei quartieri poveri della nostra città, infatti, è invalsa l’opinione che si sposano in chiesa soltanto coloro che se lo possono permettere, perché per sposarsi bisogna affrontare una spesa considerevole.

Le amicizie che ho avuto l’opportunità di crearmi nei miei lunghi anni di ministero sacerdotale mi hanno messo in grado di provvedere nel miglior modo possibile a tutto l’occorrente.

Così, uno degli orafi più noti della città ha regalato le fedi nuziali e ha aggiunto anche una somma in denaro per i bisogni degli sposi; un notaio mi ha dato uno dei suoi migliori vestiti da cerimonia; altre persone hanno pensato alla sposa, ai dolci, ai confetti e persino ai fiori con i quali addobbare l’altare, costruito all’interno di una sala del carcere destinata ai colloqui dei detenuti con i familiari.

Ogni volta che veniva fuori un bisogno leggevo negli occhi del futuro sposo come una sfida alla carità della Chiesa. Tutto veniva seguito dai suoi compagni di cella e dai detenuti del suo braccio come un’avventura comune.

Nel frattempo io mi dedicavo alla preparazione spirituale dello sposo, mentre altrettanto faceva il parroco del quartiere con la sposa. Raramente mi sono trovato di fronte a delle persone con tanta curiosità e desiderio di comprendere il mistero che andavano a celebrare nella fede e cosa esso aggiungesse all’amore che avevano vissuto, fedele e fecondo.

Il rito del matrimonio si è svolto alla presenza dei familiari, dei testimoni, della direzione della casa circondariale, del comandante e di tanti agenti della polizia carceraria ed è stato anche allietato da un coro improvvisato dai volontari impegnati in collaborazione col cappellano. Al momento delle promesse coniugali gli sposi sono stati afferrati da una commozione grande e a stento sono riusciti a pronunziare le parole della formula; come di rado oggi accade anche tra i giovani che iniziano la loro convivenza coniugale.

I due sposi avevano compreso che con il sacramento il loro amore si inseriva in quello di Cristo per la sua Chiesa e richiedeva, pertanto, altrettanta fedeltà e gratuità, una donazione assoluta, fino alla morte. Il contesto creato dalla carità ecclesiale rendeva loro più credibile quello che professavano con le parole.

Tutti mi hanno detto che quel matrimonio ha reso più glorioso il volto di Cristo in quell’ambiente. Quel volto di misericordia che Papa Francesco non smette mai di suggerirci e che rende più umana la vita in qualunque situazione. Adesso le richieste di matrimonio religioso da parte dei detenuti si sono moltiplicate. Come è vero che solo la bellezza convince!

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