Il senatore Pd minacciato dai No Tav attacca la sinistra che «usa l’antagonismo come il coccodrillino Lacoste»

Stefano Esposito, autore di Tav Sì e bersagliato dai trenocrociati, se la prende con i democratici che «accarezzano la protesta ma a casa loro vogliono l’alta velocità»

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Stefano Esposito, al secondo mandato parlamentare con il Partito democratico, la scorsa legislatura alla Camera e questa al Senato, è sicuramente tra i più espliciti e determinati supporter della realizzazione della Torino-Lione. Un sostegno che lo ha reso uno dei bersagli del movimento No Tav. Basta una rapida occhiata ai siti della galassia degli oppositori al treno veloce: gli insulti e le contestazioni sono infinite. Per limitarsi all’episodio più recente, in occasione di un incontro con amministratori e iscritti al partito, a Bussoleno, all’annuncio della sua presenza, i militanti anti-treno hanno organizzato l’accerchiamento della sede in cui si svolgeva. Non si contano le minacce. L’ultima in ordine di tempo, su Facebook: «Stefano Esposito deve ringraziare che le Br non sono più attive, altrimenti sarebbe finito». Un sì convinto all’infrastruttura, che non sempre ha incontrato la comprensione e il sostegno del suo partito, che pure ufficialmente è sempre stato favorevole alla realizzazione della nuova linea ferroviaria. Suo è, scritto insieme all’attuale vicepresidente dell’Osservatorio Paolo Foietta, l’unico libro a sostegno della ragioni del supertreno, Tav Sì, autofinanziato e scaricabile gratuitamente dal sito www.tavsi.it. La prefazione al testo è di Pier Luigi Bersani, scritto quando ancora era segretario dei democrat.

Stefano Esposito ha sempre denunciato il rischio della deriva violenta dei No Tav, anche in contrasto con qualche compagno di partito. Sentirlo ora, quando il cantiere di Chiomonte procede e i toni e i gesti salgono di intensità, serve anche per fare un bilancio su una questione che in troppi hanno sottovalutato. «Bisogna dirlo con chiarezza – spiega a Tempi il senatore –, il movimento No Tav, nel merito, non esiste più. Con l’avvio del confronto, nel 2006, con il tavolo politico e l’Osservatorio, che ha condotto alla ridefinizione del progetto, il movimento è diventato il rifugio di settori estremisti di varia natura, che utilizzano una battaglia simbolica e fortemente mediatizzata per portare avanti il progetto dell’abbattimento dello Stato democratico. Sono coccolati e cullati, protetti da una minoranza di valligiani irriducibili, vecchi e nuovi estremisti. Dalle nuove leve dei centri sociali torinesi ai vecchi arnesi dell’estremismo anni Settanta. I responsabili del cedimento a questa deriva hanno dei nomi e cognomi, anche sul fronte politico-istituzionale».

E allora facciamoli, questi nomi.
In primis, non è l’unico ma è sicuramente il più simbolico, è Sandro Plano. Il presidente della Comunità Montana, democristiano di lungo corso approdato nel Pd. Si è sempre mosso cercando di costruirsi ruoli e visibilità. All’opposizione di Antonio Ferrentino, fino a quando questi ha guidato il fronte istituzionale che diceva no al progetto precedente. È arrivato alla guida dell’ente con un accordo con le liste civiche No Tav, finendo per giustificare ogni azione del movimento. Producendosi in distinguo vergognosi rispetto a chi dice no alla violenza, senza se e senza ma. Di fronte alla sassaiola contro l’operaio del cantiere a Chiomonte, per dire, ha avuto l’ardire di dichiarare che non si poteva essere sicuri che l’episodio fosse collegato agli oppositori del treno veloce. Si è sempre mosso con esasperato tatticismo, arrivando ad appoggiare Matteo Renzi alle primarie; ma tutto questo muoversi non gli ha dato le poltrone che tanto cercava.

tempi-copertina-si-tavIl partito in Piemonte non ha certo brillato per chiarezza, non abbiamo visto posizioni chiare.
Il segretario dimissionario, Gianfranco Morgando, ha fatto, nel senso peggiore, il democristiano. Con bizantinismi verbali e rinvii tattici. Non ha mai chiesto conto a Plano e agli altri esponenti valsusini delle loro posizioni. Non è stato certo l’unico, anche tanti esponenti che arrivano dalla sinistra non hanno saputo e voluto pronunciare parole chiare. Io ho iniziato a denunciare anni fa la deriva violenta del movimento, non sono certo un mago. Chi non ha capito, in realtà, magari per piccole convenienze correntizie, non ha voluto capire. Bisogna con nettezza condannare la violenza e affermare che togliere le merci dalle autostrade per portarle sulla ferrovia è un servizio all’ambiente e non il contrario. Non c’è stata questa volontà. Troppi cercano improponibili equilibrismi. Anche il mio collega Stefano Lepri, quando afferma che la Tav è un’opera probabilmente utile, i cui costi sono tuttavia molto elevati, anche tenendo conto di alternative di investimento. Non si capisce poi bene cosa intenda sostenere quando chiede di calcolare, con verità, il costo effettivo e il ritorno sul lungo periodo dell’investimento, sapendo che anche per le opere pubbliche occorre muoversi con razionalità economica.

Lepri è tra i big renziani del Piemonte, si attesterà sulla linea del suo leader che definisce inutile la Torino-Lione?
Matteo Renzi, in realtà, ha già fatto un passo avanti. In passato, anche durante le primarie, l’aveva definita inutile e dannosa. Al recente Salone del libro si è limitato a dire che è inutile. Se avesse la bontà e l’umiltà di fare un giro da queste parti, sono certo che sarei assolutamente in grado di convincerlo delle buone ragioni di questa infrastruttura e degli investimenti che richiede. Credo sia troppo sicuro di sé per farlo, ma… se vuole, io ci sono.

Matteo Renzi non è l’unico esponente di peso del partito che esprime contrarietà o forti dubbi sulla Tav, pensiamo a Laura Puppato o a Michele Emiliano.
Probabilmente la Puppato, invece che esercitarsi in grillismi di ritorno per spiegarci come essere di sinistra, farebbe meglio a impegnarsi di più sul suo territorio, dove il Pd non tocca il pallino da decenni. Michele Emiliano, lo dico io che sono orgoglioso delle mie origini meridionali, agisce nel solco della più trita furberia meridionalista: a casa sua propugna, insieme a Nichi Vendola, l’altà velocità tra Napoli e Bari, poi viene qui a carezzare gli oppositori del treno veloce. Probabilmente sperando che le risorse dello Stato vengano dirottate sul progetto che gli sta a cuore.

No Tav vuol dire, inutile negarlo, Grillo.
Devo dire che ho sperato che la parlamentarizzazione dell’opposizione alla Torino-Lione fosse un’opportunità per scongiurare la violenza. Mi sono dovuto risvegliare da questo sogno. Beppe Grillo è un irresponsabile agitatore. È l’apoteosi dell’irresponsabilità. Non solo non si è distaccato, ma ha protetto l’area più violenta. Pronunciando parole che hanno fatto in fretta a diventare pietre.

Il movimento No Tav, però, gode di un esplicito appoggio da parte di intellettuali ed esponenti di grido del mondo dello spettacolo.
Comodamente seduti nei salotti per strappare qualche facile applauso dai palcoscenici, questi hanno trovato nella bandiera No Tav un “coccodrillo della Lacoste” più radical-chic. Usano irresponsabilmente delle parole che poi diventano dei leitmotiv. Si pensi a quando si parla di occupazione militare, quando invece ci si dovrebbe concentrare sulle centinaia di poliziotti feriti.

Le larghe intese sono, in questo senso, una possibilità di pacificazione?
Temo di no, purtroppo. Per costoro sono un bersaglio in più. Devo dire, con un misto di soddisfazione e tristezza, che per vedere due ministri capaci di reagire ho dovuto aspettare due uomini del centrodestra del governo Letta: Maurizio Lupi ed Angelino Alfano. Pronti a venire a Torino dopo l’assalto al cantiere. Cantiere che Lupi, poi, ha visitato dando un segno significativo della presenza dello Stato.

Al suo partito cosa chiede?
Il Partito democratico non si sta dimostrando in grado di contrastare l’estremismo come invece lo era il Partito comunista. Io vorrei che non ci fossero dubbi, neanche sotterranei, nello scegliere tra Caselli e chi invece legge contro di lui, in una manifestazione di rilievo del Salone del libro, un comunicato in cui lo si definisce repressore del dissenso, ricordando la sua opera contro i brigatisti. Guglielmo Epifani, quando era segretario generale della Cgil, non ebbe tentennamenti, isolando la Fiom, ed esprimendo un sì chiaro e forte alla realizzazione dell’opera. Spero che la stessa chiarezza su questa posizione gli rimanga anche da segretario del partito. Per quanto mi riguarda, faccio già il papà dei miei figli, non posso certo fare il papà di un partito che troppo spesso non ha capito che cosa ci troviamo di fronte.

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