«Questo è solo l’inizio». Il comandante dello Stato islamico minaccia i cristiani: «Per tornare dovete convertirvi all’islam»

«Sino ad ora abbiamo utilizzato solo una minima parte delle forze che abbiamo a nostra disposizione. Voi non potete neppure immaginare quanto siamo forti». Parla l’uomo che ha “censito” i cristiani iracheni

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Iraq. Ancora drammatica la situazione della popolazione, sotto attacco degli jihadisti dello Stato islamico. Mentre gli aerei militari statunitensi riforniscono di viveri i civili rifugiati sulle montagne del nord, l’Unione Europea chiede di indagare sui crimini contro l’umanità dei fondamentalisti.
Ventimila yazidi, che si trovavano sulle montagne di Sinjar, sono riusciti a salvarsi, ma circa 150 mila persone sono ancora in pericolo. Secondo il governo iracheno altre 500 persone sarebbero state uccise dai jihadisti, che avrebbero sepolto vivi anche bambini e donne. Secondo alcune fonti quasi 300 donne sono state rapite per essere ridotte in schiavitù.
Il patriarca caldeo Louis Sako ha lanciato un appello per la salvezza dei profughi cristiani. Sono almeno 70 mila ad Ankawa, sobborgo di Erbil, e 60 mila a Dohuk. Per loro l’alternativa è secca: o muoiono o devono scappare

L’INVIATO DEL PAPA. Il cardinale Fernando Filoni, che è stato nominato “inviato personale” di papa Francesco per l’Iraq, sarà in Kurdistan in questi giorni. Prima di partire ha rilasciato un’intervista ad Avvenire in cui ha detto che si recherà in quelle martoriate terre per «manifestare la solidarietà del Papa e di tutta la Chiesa universale. Poi, per quanto sarà possibile, bisogna dire una parola di incoraggiamento e di apprezzamento per l’accoglienza che le autorità curde locali danno a questi cristiani. Sono convinto che non mancherà, su questo punto, la solidarietà internazionale o per lo meno di tutte le nostre Chiese».
Per il cardinale «la questione centrale è che i nostri cristiani hanno il diritto nativo di stare in queste terre dove loro vivono da sempre: questa è anche la visione della Chiesa caldea e delle altre Chiese “sui iuris” della zona, una visione che vale anche pensando alla Siria e ad altre nazioni della regione. Dunque non tocca a noi dire: “Andatevene, cercatevi un altro rifugio”. Certamente molti di loro, dopo tante difficoltà, dopo tante guerre, dopo tante fughe dai propri territori, è comprensibile che sentano il desiderio di trovare un luogo stabile dove poter vivere. Tuttavia molti altri sono consapevoli che questa è la loro terra, che altrove potrebbero essere ospiti anche ben accolti, ma quella non sarebbe la loro terra. Noi non dobbiamo sostituirci a quelle che sono le responsabilità civili: questo non spetta a noi. Noi difendiamo quel diritto originario, primitivo, della gente locale di dire: “Qui possiamo vivere, qui possiamo convivere con tutte le altre realtà del Paese, con musulmani, yazidi, altre minoranze che esistono”».

case-cristiani-mosul-califfato1PAROLA DI JIHADISTA. Il Corriere della Sera propone oggi un’intervista a Haji Othman, miliziano jihadista, presentato come l’uomo che «che i cristiani fuggiti a Erbil descrivono come rappresentante del “Califfato” per i rapporti con le comunità non musulmane. E dicono che li ha traditi: ha preso i loro nomi, i numeri telefonici e individuato le loro abitazioni. Ha censito la popolazione cristiana. Prima li ha rassicurati, invitandoli a restare nelle loro case a Mosul, ma pochi giorni dopo, dalle moschee è arrivato l’ordine di scegliere tra convertirsi, pagare una tassa o essere uccisi».
«Questo è ancora nulla – dice -. Siamo solo all’inizio. Sino ad ora abbiamo utilizzato solo una minima parte delle forze che abbiamo a nostra disposizione. Voi non potete neppure immaginare quanto siamo forti. Abbiamo un potere immenso. Resterete tutti stupefatti. Non potete resisterci».
Poi Othman lancia le sue minacce: «Non abbiamo mai avuto paura degli americani, neppure quando nel passato eravamo più deboli. Perché mai pensi che dovremmo avere paura oggi? Li abbiamo battuti prima e li batteremo ancora. Allah maledica gli americani e i loro alleati! Faranno una brutta fine». Così come i cristiani: «Possono tornare, saranno i benvenuti. Ma a una condizione: che si convertano all’Islam. Allora li accoglieremo da fratelli». Se, invece, vogliono rimanere cristiani «allora devono pagare la Jeziah (l’antica tassa imposta dai musulmani alle minoranze non islamiche, ndr). Non hanno alternative».

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