Stati canaglia e scudo ATBush

Gli analisti della Cia suggeriscono all’Occidente di allacciare le cinture di sicurezza e (causa una probabile escalation del terrorismo internazionale) di prepararsi a un decennio di forte turbolenza. Ecco i talloni d’Achille della Nato e perché Bush vuole un nuovo “Scudo stellare”

George W. Bush non smette mai di ripetere che la priorità assoluta per la politica estera e di sicurezza degli USA è la difesa antimissile. Ma perché la difesa antimissile è così importante per gli USA? Procediamo per gradi. Gli Usa e l’Occidente dalla Desert Storm alla Allied Force hanno dimostrato di avere a disposizione potenti e flessibili forze aeree, ormai praticamente in grado di vincere da sole conflitti di media-alta intensità contro tutti gli altri paesi del mondo, conquistando il dominio assoluto dei cieli per poi distruggere con il mezzo aereo obiettivi strategici in modo da “piegare” un paese ostile (vedi Serbia di Milosevic) o ridurre in briciole un esercito poderoso e ben addestrato (come la Guardia Repubblicana di Saddam) praticamente senza subire perdite. Con lo stesso strumento, quello dei raid aerei (che il repubblicano Bush ha utilizzato contro Bagdad allo stesso modo con cui li aveva utilizzati il democratico “umanitario” Clinton), si possono tenere sotto pressione i cosiddetti “stati canaglia”.

Il tallone d’Achille della Nato
Eppure vi è un tallone d’Achille che mette in crisi l’invincibile armata americana: i missili balistici e le armi stand off, ossia i missili da crociera. Il missile balistico in particolare è l’unica arma in grado di perforare qualunque tradizionale sistema di difesa aerea per quanto sofisticato e potente, e ciò semplicemente perché mancano sistemi in grado di intercettare ed abbattere armi di questo tipo. Inoltre il missile costa infinitamente meno di un caccia, non necessita di un grosso apparato logistico di supporto, può diventare operativo in poco tempo con costi di gestione e di addestramento ridotti. Durante la guerra del Golfo i vecchissimi Scud (Al-Hussein) irakeni crearono problemi all’alleanza antiSaddam: gli irakeni venivano martellati dal cielo e tuttavia potevano colpire le città israeliane (potenzialmente anche con armi chimiche, la bomba atomica dei poveri) creando il panico tra la popolazione. Gli attacchi ad Israele cessarono solo quando fu recapitato a Saddam un messaggio di questo genere: “azzardati a sparare ancora e noi ti ricambiamo a colpi di bomba atomica”. Fatto sta che gli attacchi cessarono e a guerra finita alcuni dei lanciatori di missili R-17 Kometa (300 km.) e Al-Abbas (900 km.) furono ritrovati intatti (c’è da chiedersi che cosa sarebbe successo se Milosevic avesse avuto gli Scud e ne avesse lanciato qualcuno sulle città italiane). In sostanza i missili balistici sono armi pericolosissime dal momento che gli effetti di un singolo ordigno che cade su di un centro abitato possono essere amplificati a dismisura dai media mettendo in crisi i vertici politici. Nell’ultimo decennio si è assistito ad una continua proliferazione di queste armi tra i paesi del terzo modo: dalla Corea del Nord alla Libia, dall’Iran al Pakistan, dall’India all’Irak. È vero che gli americani tendono a “gonfiare” le minacce, ma è molto più vero che l’estate scorsa si è arrivati pericolosamente vicini ad un conflitto atomico tra India e Pakistan. Non solo, quel che più conta è che questo tipo di armamento minaccia direttamente il territorio americano. Il capo della CIA, George Tennet, durante la relazione annuale presso la commissione senatoriale sull’intelligence del 2 febbraio dell’anno scorso, ha affermato che entro i prossimi 15 anni le città americane saranno nel mirino di missili della Corea del Nord (che dispone di un ICBM, il T.Dong-1 già sperimentato nel ’98 con un bel sorvolo sul Giappone), dell’Iran (che già oggi tiene sotto tiro tutto il medio oriente con lo Shahab-3) e dell’Iraq. Con il supporto tecnologico di Russia, Cina e Corea del Nord diversi paesi avranno un piccolo arsenale di missili intercontinentali di scarsa precisione, ma pur sempre capaci di portare armi di distruzione di massa. Insomma il problema esiste e certo gli americani non se lo sono inventati per chissà quali interessi.

Lo scudo Atbm
Ora l’unico modo per correre ai ripari è realizzare un adeguato sistema di difesa antimissile, sistema costosissimo. In pratica è come cercare di colpire al volo un proiettile di fucile sparandogli a nostra volta una pallottola. Occorre individuare i missili, sapere quanti sono e dove sono diretti. Quindi c’è bisogno di radar terrestri, navali e di speciali ricognitori senza pilota (UAV), nonché di satelliti spia. Poi di un adeguato sistema di comando e controllo, essenziale per coordinare ed impiegare in modo unitario sistemi sparsi per tutto il globo e nello spazio. Se tutto questo funziona, occorrono procedure automatiche di delega di autorità che permettano ai militari di agire tempestivamente (e questi farebbero capo al Pentagono non alla NATO). Il tutto è drammaticamente complicato se lo scudo deve “coprire” più paesi, dagli Usa all’Europa a Taiwan. Con che cosa si colpiscono i missili? Non con le armi stellari di reaganiana memoria, ma con velivoli teleguidati armati di missili antimissile, Jumbo dotati di un potente laser e, soprattutto, missili intercettori a lunga gittata (dagli Arrow israeliani – Israele è l’unico paese al mondo che dispone già oggi di un sistema ATBM di un certo valore – agli Standard americani). La Russia è contraria allo scudo perché non se lo può permettere e il suo arsenale atomico verrebbe depotenziato. Il suo deterrente verrebbe considerato alla pari dell’armamento di uno “stato canaglia”. È facile capire le ripercussioni politiche. L’Europa è riluttante perché bisogna tirare fuori i quattrini ed è preoccupata che si incrinino le relazioni con Mosca. Inoltre la nostra sicurezza verrà sempre più affidata alle mani del Pentagono. Ma d’altronde se abbiamo vissuto beatamente gli anni della guerra fredda spendendo poco per la Difesa e delegando la nostra sicurezza agli USA, ora che l’America è in difficoltà e non vuole che il suo territorio sia nel mirino di qualche paese del terzo mondo, ci viene presentato il conto. Per l’Italia migliaia di miliardi di lire all’anno in più (6.000?), senza contare le spese per l’adeguamento del nostro strumento militare tradizionale. Ad ogni modo, decisione politica a parte, il primo scudo tricolore lo vedremo tra pochi anni con l’ammodernamento di due caccia lanciamissili della Marina.