Stamina. I giudici sacerdoti e l’impasse del relativismo. «Abbiamo bisogno di principi superiori e condivisi»

172 magistrati hanno fermato i trattamenti, 162 li hanno autorizzati. «Facendo tabula rasa di tutto, alla fine resta l’opinione del momento e il suo unico interprete e sacerdote, il magistrato»

Stamina, vicenda infinita. L’ultimo aggiornamento arriva dalla decisione del gip di Torino che ha ordinato il sequestro di cellule ed apparecchiature agli Spedali civili di Brescia. «Il sequestro – spiega oggi in un’intervista alla Stampa Luca Pani, direttore dell’Aifa – era un atto dovuto da parte della procura». Pani, racconta, per l’ennesima volta, che Stamina non è «una terapia, ma un trattamento segreto, illegale per le norme italiane, europee ed internazionali».
L’aspetto che non smette di sorprendere in questa ingarbugliata vicenda è l’atteggiamento di certi giudici. Ben 172 di loro hanno considerato non ammissibili i trattamenti di Stamina. Ma, al tempo stesso, altri 164 loro colleghi hanno emesso ordinanze affinché le infusioni fossero eseguite.

LA SUPPLENZA DEI GIUDICI. 172 di qua, 164 di là. Come scrive giustamente Il Foglio oggi in un editoriale, questo è «paradosso squisitamente italiano che si gioca sul dolore dei familiari di malati di atrofia muscolare spinale (ricordiamo che quasi sempre si tratta di bambini) è solo la più triste e appariscente delle manifestazioni di una supplenza dei giudici che non si accontenta più di sostituirsi alla politica ma si arroga, oltretutto in modo caotico e contraddittorio, prerogative di esclusiva competenza sanitaria». D’altronde, «la supplenza vale per Stamina così come per la fecondazione eterologa da fare subito, stando alle decisioni di certi magistrati, anche in assenza di garanzie per i pazienti e di criteri certi di tracciabilità per i donatori».

IL GUAIO DEL RELATIVISMO. Un punto di vista interessante sulla vicenda è espresso sul Giornale da Marcello Veneziani che scrive che la spaccatura tra i due fronti di giudici è «la dimostrazione lampante e drammatica di dove porta il relativismo: all’infinito fare e disfare le leggi, all’infinito interpretarle, ciascuno a modo suo, non essendoci nessun punto di riferimento persistente e condiviso. Così ogni atto ci pare arbitrario, una prevaricazione».
Secondo Veneziani questo è «lo stesso vizio dell’assolutismo salvo in una cosa: le decisioni sono discutibili e revocabili all’infinito. Ma è un bene che produce un male. In realtà abbiamo bisogno di riconoscere principi superiori e condivisi, non mutevoli e soggettivi, punti fermi per filtrare le novità. Una scelta è saggia se passa al vaglio di tre giudici: l’esperienza, la maggioranza e la competenza, ovvero il valore della tradizione, il peso del sentire comune e il giudizio degli esperti. Facendo tabula rasa di tutto, alla fine resta l’opinione del momento e il suo unico interprete e sacerdote, il magistrato. Ma poi il magistrato non è uno solo e ricomincia il caos».