Stalin non era dopato

Nella vulgata dei libri di storia per la scuola lo
stalinismo viene presentato come una scheggia impazzita
del bolscevismo. E invece i massimi studiosi mondiali della materia (riuniti a Roma in convegno) confermano le testimonianze
degli inascoltati sopravvissuti ai Gulag: Stalin non fu un frutto
malvagio, ma l’anima del comunismo

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Convocando a Roma oltre sessanta tra i migliori specialisti di storia e attualità del comunismo, la Fondazione “Europe Liberté” ha dato una picconata al muro, invisibile e resistente, che sopravvive alla caduta di quello di Berlino. Proprio il decennale dell’89 è stato l’occasione prossima del convegno, che ha inteso realizzare una “istruttoria preliminare ad un processo al comunismo mondiale”. È impossibile sintetizzare la ricchezza di contenuti teorici e di testimonianze che offerte in tre giorni di intenso lavoro. Si può, tuttavia, cercare almeno di fissare alcuni punti cardine. Lo faccio prendendo spunto da una frase di Giulio Andreotti, che ha concluso i lavori con una relazione sull’allargamento ad est della Unione Europea. Egli ha detto che il convegno “supplisce a un deficit culturale” e, parlando del passato comunista, ha citatola Bibbia: “Non voglio, dice Dio, la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. L’osservazione non è banale. Proviamo a guardarla dettagliatamente. Anzitutto si parla di “peccato”; si dà, cioè, un inequivocabile giudizio (certo, laicamente storico e culturale, non moralistico) sull’esperienza comunista: è stata un peccato, un errore, uno sbaglio, una violenza. E non solo un errore nelle forme di realizzazione di un ideale tutto sommato buono, ma nella concezione stessa. Il convegno ne ha dato documentazione impressionante. Gli storici, da Conquest a Pipes, da Petrov a Courtois, hanno presentato i risultati delle più recenti ricerche; dati che parlano di milioni di morti, di violazione sistematica dei diritti umani, di asservimento della cultura, di distruzione della natura, di disastro economico. Dal canto loro i “testimoni” (Bukovski, Feltsman, Kovalëv, Sirotinskaja) hanno mostrato quanto dietro ai numeri degli storici ci stia un intero universo di sofferenze umane, di umiliazioni, di morte.

Non basta fare l’elenco delle atrocità, occorre cercare di capire perché, intervenire con un giudizio sull’ideologia che le ha prodotte. Courtois, il curatore de Il libro nero del comunismo, è stato esplicito nel richiamare la necessità di tale giudizio contro ogni tentazione di amnesia. Certamente, ha sottolineato, non si può trattare di un giudizio in senso legale (una specie di Norimberga del comunismo, per intenderci), ma di un giudizio culturale e morale: i capi di imputazione a carico del comunismo sono molti: la prevalenza dello stato sull’individuo, la giustificazione della violenza, la subordinazione della realtà alla lettura dell’ideologia, l’ateismo militante, la strumentalizzazione programmatica della cultura. Il peccatore deve, poi, convertirsi. Ciò significa ammettere l’errore, non accettare la cancellazione della memoria, essere consapevoli della continuità oggi di quell’errore.

Ammettere l’errore. Sembra ovvio, tanto inoppugnabili sono le evidenze storiografiche; eppure vige ancora una interpretazione secondo cui in fondo il comunismo è buono e solo qualche comunista è stato cattivo. C’è una spia lessicale di questo atteggiamento (presente anche nei programmi della nostra scuola pubblica): invece di comunismo di usa dire “stalinismo” e così si addossano tutte le responsabilità alla psicopatologia del dittatore georgiano. Le cose non stanno così e al convegno Pipes ha dimostrato che Stalin nient’altro ha fatto che applicare alla lettera le indicazioni di Lenin (a sua volta “geniale” interprete della teoria marxista).

Non accettare la cancellazione della memoria. Si dice che “bisogna voltare pagina”, che la storia produce solo continuità e complicazione dei conflitti (lo ha scritto La Capia sul Corriere del 7 giugno), che non vale la pena “rivangare”. Yuri Afanasiev, rettore di una delle università di Mosca, ha detto che anche la gente normale non vuole più ricordare “perché sarebbe privata di miti e giustificazioni posti a copertura delle proprie miserie”. Ma non si può voltare una pagina della storia senza averla letta attentamente. E del resto la rottura con il proprio passato, comunque sia stato, non può che produrre individui “piatti” e manovrabili da ogni potere. Essere consapevoli della continuità dell’errore. È veramente finito il comunismo? Il convegno ha risposto decisamente di no. Per la permanenza di regimi che si definiscono tali; per la presenza in contesti democratici di partiti e organizzazioni dichiaratamente comunisti (li abbiamo al governo in Italia); per i robusti residui di mentalità comunista. Basta riflettere sull’ingerenza statalista largamente diffusa nella prassi e nella mentalità; statalismo per cui tutto deve essere regolamentato dall’alto, per cui l’iniziativa privata è sempre sospetta (e quella pubblica buona per definizione); per cui il teorema politico, nella giustizia, è più importante della ricerca della verità, per cui la persona è subordinata all’organizzazione sociale.

La breccia è aperta, ma il muro è ancora solidissimo.

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