«Spogliato di tutto attendeva l’incontro con Dio». Le ultime ore di Giovanni Paolo II raccontate dal suo medico

L’aggravarsi della malattia, gli ultimi gesti deboli e la richiesta: «Lasciatemi andare dal Signore». A nove anni dalla morte del Papa presto santo il suo medico racconta quei momenti

È il bollettino ora per ora di un uomo anziano sfinito dalla malattia, ma che vive quegli ultimi momenti di vita con grande dignità mista ad attesa, sapendo che presto potrà andare ad abbracciare il Padre. A nove anni dalla morte di Giovanni Paolo II Libero pubblica alcuni stralci dell’intervista al medico personale di papa Wojtyla, Renato Buzzonetti, raccolta da Wlodzimierz Redzioch nel libro appena uscito per Ares Accanto a Giovanni Paolo II, dove il dottore cita gli appunti degli ultimi momenti critici trascorsi a fianco del pontefice polacco, che il 27 aprile prossimo verrà proclamato santo.

MORI’ ALLE 21.37. La cronaca comincia con la messa di giovedì 31 marzo 2005, durante la quale il Papa «viene colto da un brivido squassante, cui segue una grave elevazione termica e un gravissimo shock settico. Grazie alla bravura dei rianimatori in servizio, la situazione critica viene dominata e controllata ancora una volta». Seguono ore di stallo, al Santo Padre viene somministrata l’unzione degli infermi, in una celebrazione in cui non si tira indietro dal suo ruolo di officiante nonostante le condizioni fisiche precarie: «Alla consacrazione, il Papa solleva debolmente il braccio destro due volte, per il pane e per il vino. Accenna a battersi il petto con la mano destra al momento dell’Agnus Dei». Trascorre in quelle condizioni tutto il venerdì e il sabato pomeriggio: attorno alle 16 di quel 2 aprile, poi, si addormenta e perde conoscenza, per poi entrare in coma profondo e morire alle 21.37: «Dopo pochi minuti di stupito dolore, viene intonato il Te Deum in lingua polacca e dalla piazza, d’improvviso, si vede illuminata la finestra della stanza da letto del Papa».

«UNA VIA CRUCIS AL TRAGUARDO FINALE». Buzzonetti racconta anche di una frase che, poco prima di entrare in coma, il Pontefice ha sussurrato alla suora infermiera Tobiana Sobodka: «Lasciatemi andare dal Signore…», e spiega: «Quelle parole non costituivano una resa passiva alla malattia né una fuga dalla sofferenza, ma dicevano la consapevolezza profonda di una via crucis che ormai si avvicinava al traguardo finale: l’incontro con Dio. Giovanni Paolo II non voleva ritardare questo appuntamento atteso fin dagli anni della prima giovinezza. Per questo lui aveva vissuto. Furono, dunque, parole di attesa e di speranza, di rinnovato e definitivo abbandono nelle mani del Padre». Il medico racconta poi di come quei momenti furono vissuti da tutti i presenti rispettando la sofferenza di Wojtyla: «La razionalità tecnica, la coscienza e la saggezza dei medici, l’illuminato affetto dei famigliari furono costantemente orientate dal totale e misericordioso rispetto per l’uomo sofferente. Non ci fu il cosiddetto accanimento terapeutico».

«UN UOMO NUDO DAVANTI AL SIGNORE». Renato Buzzonetti chiude la sua intervista spiegando come per lui quelle ore a fianco di papa Giovanni Paolo II siano state intense e particolarmente significative: «È stata la morte di un uomo spogliato ormai di tutto, che aveva sperimentato le ore della battaglia e della gloria e ora si presentava nella sua nudità interiore, povero e solo, all’incontro col suo Signore. In quell’ora di dolore e di stupore ebbi la sensazione di trovarmi sulle sponde del lago di Tiberiade. Tutta la storia sembrava azzerata, mentre Cristo si accingeva a chiamare il nuovo Pietro. La linea isoelettrica dell’elettrocardiotanatogramma registrava la fine della grande avventura terrena di un uomo già invocato grande e santo dal popolo di Dio, ma sembrava delineare un nuovo orizzonte, aperto verso un futuro già cominciato».