«Tutti sapevano che il corteo pro Askatasuna sarebbe finito così. Basta con i distinguo»

Di Piero Vietti
03 Febbraio 2026
Le violenze di sabato sono l'ultima pagina di un copione già scritto: il centro sociale protetto dalla borghesia torinese di sinistra è stato per anni punto di riferimento di antagonisti e criminali. Parla il consigliere regionale Silvio Magliano (Moderati)
Un manifestante alla manifestazione pro Askatasuna lancia un idrante contro la polizia
Un manifestante alla manifestazione pro Askatasuna lancia un idrante contro la polizia (foto Ansa)

Da quando, il 18 dicembre scorso, le forze di polizia hanno sgomberato l’edificio che a Torino ospitava il centro sociale Askatasuna, molti hanno cercato di raccontare il fatto come una reazione eccessiva di un governo chiaramente fascista che vuole impedire la libertà di manifestazione, non tollera il dissenso e colpisce chi fa opere socialmente utili nel quartiere di Vanchiglia ma ha la colpa di essere anarchico e di sinistra. Balle, e non servivano i fatti violenti di sabato per ammetterlo.

Come ha ben scritto Filippo Facci su X, «Askatasuna è forse il centro sociale più pericoloso d’Europa da almeno 25 anni, o meglio: è il riferimento italiano più costante per violenza politica, tanto che l’assalto alla Stampa, ora, non è neppure un salto di qualità: è solo una nuova pagina di copione. Ogni pretesto o bandiera possono trasformare il “dissenso” in azione fisica e scontro, danneggiamento e intimidazione: qualcosa che alle spalle ha azioni paramilitari, scontri sistematici con le forze dell’ordine, indagini per terrorismo e addirittura una parentesi di militanza armata in Siria».

L’opera pia Askatasuna

La manifestazione del 31 gennaio a Torino, partecipata da migliaia di persone provenienti da mezza Europa e sfociata in scontri con le forze dell’ordine, danni a strade, auto, vetrine ed edifici, e poliziotti presi a calci pugni e martellate, è solo l’ultimo capitolo di una storia trentennale di antagonismo violento difeso da una sinistra militante che parlava di «spazio sociale necessario», derubricava gli scontri – anche in Val di Susa contro la Tav – a «reazioni», parlava di «conflitto» e mai di violenza, e coccolava con i suoi intellettuali e magistrati di punta un luogo molto più vicino al terrorismo che a un’opera pia.

Polizia davanti al palazzo che ospitava il centro sociale Askatasuna a Torino
Polizia davanti al palazzo che ospitava il centro sociale Askatasuna a Torino (foto Ansa)

Fino al 1981 nell’edificio di quattro piani che si incontra sulla sinistra poco dopo aver imboccato corso Regina Margherita arrivando dal Po c’era proprio un’opera pia, la Reynero, che raggruppava in una sola amministrazione sette Istituti di beneficenza, tra cui un Asilo lattanti. Di proprietà dal Comune dal 1924, il palazzo restò inutilizzato fino al 1996, quando venne occupato da militanti delle frange antagoniste e autonomiste che iniziano a vivere al suo interno.

Magliano: «Ad Askatasuna criminali, il “forte contatto” con il quartiere una foglia di fico»

Silvio Magliano, consigliere regionale del Piemonte
Silvio Magliano

A parlarne a Tempi è Silvio Magliano, capogruppo della Lista Civica Cirio Presidente Piemonte Moderato e Liberale in Consiglio Regionale del Piemonte, già consigliere comunale di Torino e profondo conoscitore del mondo delle politiche sociali e giovanili e del terzo settore, di cui si occupa da oltre due decenni. Magliano spiega che, fin dall’inizio, l’occupazione illegittima di Askatasuna «ha sempre destato forti preoccupazioni: diverse sentenze hanno stabilito che al suo interno vivevano e hanno vissuto persone che si sono macchiate di reati gravi e coordinavano azioni criminali anche al di fuori della città».

Eppure quando se ne parla tanti fanno riferimento al “forte contatto” con il quartiere che ospitava il centro sociale e all’impegno profuso in particolare sui temi del diritto alla casa e al lavoro e sulle attività rivolte all’infanzia. Un “forte contatto” che per Magliano «è tutto da dimostrare: l’asilo e il giardino messi a disposizione del quartiere mi sembrano più delle foglie di fico per giustificare la presenza del centro sociale, peraltro in una zona universitaria e in un quartiere in cui da anni opera in modo fruttuoso la parrocchia di San Giulia, un’esperienza tra le più vivaci e attente ai giovani della zona».

Torino è una città ricca di “luoghi sociali”

Vanchiglia è un quartiere storico di Torino, ma anche una zona nota in città per gli eccessi di movida e di “mala-movida” che negli anni hanno portato la presenza di numerosi spacciatori. «A questo si aggiunga il fatto che ad Askatasuna hanno sempre vissuto persone che dell’antagonismo e del non riconoscimento delle istituzioni come valore costituito hanno fatto la loro linea», puntualizza Magliano, «giustificati da una parte del mondo della sinistra proprio con la scusa del “luogo sociale” da preservare, senza il quale ci sarebbero state conseguenze terribili per i cittadini».

È così? «Mi permetto sommessamente di far notare che Torino è tradizionalmente una delle città che ha più “luoghi sociali” in assoluto: è il comune che ha avuto il primo assessore alle politiche giovanili d’Italia, è ricca di associazioni, cooperative, di attività di volontariato, oratori ancora molto attivi, luoghi in cui i ragazzi e ragazze possono incontrarsi: era davvero così fondamentale tenere in piedi un centro sociale come Askatasuna?».

Chi fa attività sociale rispetta le regole, perché Askatasuna no?

Negli anni passati numerosi altri centri sociali sono stati sgomberati e riassegnati, fa notare il consigliere regionale, ma per Askatasuna «non si è mai voluto prendere in considerazione un’altra ipotesi di destinazione d’uso, che sarebbe comunque potuta essere ancora sociale, ma rispettando le regole. A Torino è pieno di realtà associative che usufruiscono di beni dati in concessione dal comune che fanno di tutto per pagare ogni mese l’affitto e le utenze, non dovrebbero indignarsi quando poi scoprono che c’è qualcuno che questa cosa non la fa?».

Non solo, si è parlato nei mesi scorsi del fatto che quando ad Askatasuna c’erano feste, incontri e concerti con somministrazione di cibo e bevande non ci fossero registratori di cassa, «quando è pieno di circoli che fanno attività sociale sul territorio, e devono rispettare le regole in modo preciso e puntuale, pena multe e sanzioni salate».

Il “patto” fallito tra Comune e centro sociale

Negli anni, però, il Comune di Torino ha provato a stipulare un patto con Askatasuna, nell’utopico tentativo di creare un percorso di istituzionalizzazione. Un tentativo sul quale Magliano e il suo partito, i Moderati, «sia in consiglio comunale che in consiglio regionale, siamo sempre stati scettici: si è infatti rivelato un patto fallimentare, che aveva tra i suoi punti fermi il divieto per chiunque di stare ai piani superiori, con evidenti problemi di sicurezza: nel momento in cui si è scoperto che alcune persone ci vivevano e dormivano il patto si è rotto e l’immobile è stato sgomberato».

Manifestanti al corteo pro Askatasuna si scontrano con la polizia
Manifestanti al corteo pro Askatasuna si scontrano con la polizia (foto Ansa)

Nessuno è così naïf da credere che dietro al motivo di un intervento atteso da tre decenni ci fosse davvero solo un problema di sicurezza dei muri. «È evidente che il patto viene sciolto anche perché c’è stato l’assalto alla redazione della Stampa e agli uffici della Città metropolitana», conferma Magliano. Durante una manifestazione pro-Pal i manifestanti entrano nella sede vuota del giornale simbolo della città, danneggiano la redazione e ne imbrattano i muri. Panico tra gli editorialisti, abituati a vezzeggiarli e difenderli dalle pagine della Stampa e ora colpiti alle spalle da questi “ingrati”.

L’upper class torinese che giustifica le violenze

Le parole perfette per descrivere questa dinamica le ha usate proprio sabato la procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha parlato di una «area grigia» dell’alta borghesia torinese che giustifica le violenze: «Le condotte di turbamento dell’ordine pubblico e di disordini di piazza portano a parlare anche della benevola tolleranza, della lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti alla upper class, i quali con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quella che voglio sintetizzare come “area grigia”, di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche».

Parole che Magliano sottoscrive in pieno, dice a Tempi. «Io penso che ci siano diverse modalità per creare luoghi sociali, anche assolutamente laici, ma bisogna farlo nel rispetto del diritto e nel rispetto delle norme. L’antagonismo non mi pare adeguato rispetto a una città come Torino che ha fatto invece della socialità organizzata una delle sue forze, anzi forse una di quelle caratteristiche per cui il nostro welfare, nonostante le tante crisi che abbiamo vissuto, continua a reggere».

Come la rana e lo scorpione

Illudersi di includere in un percorso democratico i frequentatori di Askatasuna «vuol dire fare la fine di quella rana della favola di Esopo che trasporta nell’acqua uno scorpione sulla sua schiena e poi si stupisce che quello la punga – “è la mia natura”, le dice. C’erano fior di sentenze a dirci che quel centro sociale ha ospitato e fatto crescere criminali condannati per numerosi atti di violenza, davvero ci stupiamo per quello che è successo negli ultimi mesi e questo sabato?».

Lo striscione "Torino è partigiana" alla testa del corteo della manifestazione pro Askatasuna sabato 31 gennaio a Torino
Lo striscione “Torino è partigiana” alla testa del corteo della manifestazione pro Askatasuna sabato 31 gennaio a Torino (foto Ansa)

«Tutti sapevano come sarebbe finito quel corteo»

A proposito delle violenze del 31 gennaio, a parte ricostruzioni giornalistiche bislacche che tentano di sostenere il fatto che i due poliziotti feriti e finiti in ospedale se la siano cercata e che i manifestanti non volevano far loro male, è già partita la corsa ai distinguo: le violenze di pochi facinorosi non possono oscurare la presenza pacifica della maggioranza dei manifestanti. A parte che i facinorosi non erano pochi, ma almeno un migliaio, e organizzati militarmente, «soltanto chi non voleva vedere poteva pensare che quel corteo non sarebbe sfociato in scontri con la polizia», dice Magliano, prendere le distanze dopo, così come «mandare messaggi di solidarietà alle forze dell’ordine dopo che sono state assaltate, serve a poco».

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Il consigliere dei Moderati ha in mente diversi colleghi con ruoli politici e istituzionali presenti in piazza: «Se sei solidale con la polizia non vai a un corteo che sai finirà a scontrarsi con la polizia. E mi fanno ridere quelli che dicono che opporsi allo sgombero di Askatasuna significava opporsi alla militarizzazione della città “modello Minneapolis”: non c’è nessuna militarizzazione di Vanchiglia, anzi semmai da qualche settimana il quartiere è più sicuro, e non c’è stato nessun utilizzo improprio della forza pubblica. Poliziotti e carabinieri impegnati in questi giorni sono sempre stati professionali e rischiano la vita con regole d’ingaggio che nella maggior parte dei casi tutelano i manifestanti violenti e non loro».

Al posto di Askatasuna? «Un centro per giovani o per anziani»

La piattaforma della protesta di sabato era il solito minestrone: un po’ pro Askatasuna, un po’ pro Palestina, un po’ contro il governo, un po’ contro Trump. E si insiste a dire che la maggior parte dei manifestanti era pacifica. «Certo che lo era, e la loro protesta è tutelata dalla nostra Costituzione. Ma io mi chiedo: per cosa stavano manifestando? Perché è stato sgomberato un centro sociale abusivamente occupato da trent’anni? Se il problema è la destinazione dell’immobile», conclude Magliano con una provocazione, «ho un’idea: mettiamo insieme Comune, Regione e fondazioni bancarie e in quella zona realizziamo un centro di formazione al lavoro per i giovani, oppure un centro aggregativo per gli anziani, che manca da tempo».

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