Spagna, le grandi battaglie di un governo che «confonde la grammatica col machismo»

Il vice primo ministro Carmen Calvo vuole adattare la Costituzione al linguaggio inclusivista di genere «affinché il nostro cervello cessi di funzionare soltanto con stereotipi patriarcali». La risposta del direttore della Reale Accademia è da Oscar

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La Costituzione spagnola non verrà modificata per adattare il suo linguaggio all’inclusività di genere. Lo ha detto, sfidando il vice primo ministro Carmen Calvo, il direttore della Reale Accademia di Spagna (Rae) Dario Villanueva in un’intervista all’agenzia di stampa Efe. «Non c’è il clima politico per farlo», ha spiegato ricordando che i cambiamenti della Costituzione richiedono una maggioranza dei due terzi del Parlamento, in mancanza della quale una riforma ha bisogno dell’approvazione in un referendum popolare dopo che le Camere sono state sciolte e si sono tenute nuove elezioni. E poi entrando nello specifico ha aggiunto che non crede che quella spagnola sia «una Costituzione al maschile», come sostiene il vice primo ministro del governo socialista di minoranza di Pedro Sanchez, ma «è una Costituzione scritta in spagnolo, e lo spagnolo ha una grammatica che rappresenta la decantazione di secoli di lingua che l’hanno dotata di due generi. Uno dei princìpi che accomuna tutte le lingue neo-latine è quello dell’economia del linguaggio, esiste un genere non segnalato per il fatto che il maschile include il femminile».
LA BATTAGLIA DELLA MINISTRA. La Calvo, che oltre che vice primo ministro è anche “ministra alla Presidenza, ai rapporti col parlamento e dell’Uguaglianza”, aveva chiesto alla Rae, l’istituzione che da tre secoli vigila sulla purezza e integrità della lingua spagnola, di stendere una relazione sulla fattibilità di una riforma del linguaggio della Costituzione in senso inclusivista. Per la Calvo, femminista radicale (ha dichiarato che «l’amore romantico è una forma di machismo camuffato»), è importante aggiornare la legge fondamentale spagnola perché «abbiamo una Costituzione al maschile, di ministri e deputati, che corrisponde alla realtà di 40 anni fa». Pertanto è necessaria adeguarla a un «linguaggio corretto e veritiero rispetto alla realtà di una democrazia che circola fra uomini e donne». Si tratterebbe di un passo importante per progredire nell’uguaglianza, poiché «il linguaggio è un elemento fondamentale affinché il nostro cervello cessi di funzionare soltanto con stereotipi patriarcali».
IL VECCHIO LEONE. L’iniziativa e le affermazioni della Calvo avevano suscitato una prima, indiretta ma fortissima, reazione da parte dello scrittore Arturo Pérez-Reverte, membro dell’Accademia. Costui aveva minacciato di dimettersi dalla Rae se questa avesse deciso di collaborare al progetto della Calvo. Quando ancora non erano arrivate dichiarazioni ufficiali da parte dell’Accademia, in rete si registrava una sollevazione con commenti del tipo «vogliono addomesticare la Rae» e «riformeranno le desinenze prima dei diritti, un altro gesto che non ci entra nel cervello».
«SE GLI IDIOTI VOLASSERO, QUI VIVREMMO ALL’OMBRA». Pérez-Reverte, un inviato di guerra internazionale che negli ultimi vent’anni si è dedicato alla letteratura creando il fortunato personaggio del Capitano Alatriste, protagonista di una saga ambientata nella Spagna del XVII secolo, è stato chiamato in causa da un tweet. In esso si è fatta allusione a una sua probabile solitaria ribellione al diktat ministeriale: «Solo Pérez-Reverte, il vecchio leone, se ne andrà sbattendo rumorosamente la porta. Paese di codardi…». Lo scrittore è allora intervenuto con un brevissimo messaggio: «Tiene usted mi palabra», “lei ha la mia parola”. Tanto è bastato per provocare un effetto sismico in rete, compresa l’attribuzione all’accademico di dichiarazioni non sue. Che è tornato sulla questione solo per aggiungere: «Se gli idioti volassero, in questo paese vivremmo all’ombra».
«UNA “E” AL POSTO DELLA “O” E DELLA “A”, ASSURDO». Il successivo intervento di Villanueva ha segnalato lo scetticismo dei vertici della Rae rispetto ai programmi del vice primo ministro; il direttore ha comunque spiegato che della richiesta del governo si sarebbe discusso nella prima riunione del prossimo direttivo della Rae, che si terrà nel mese di ottobre. Altre giustificazioni interessanti della scarsa disponibilità degli accademici di Spagna ad accedere alle richieste all’insegna del politicamente corretto Villanueva le ha illustrate in un’intervista apparsa su El Pais. «Il problema consiste nel confondere la grammatica col machismo», ha dichiarato. «Le lingue si reggono sul principio di economia; l’uso sistematico dei raddoppi, come membro e membra, finisce col distruggere questa essenza economica. Le false soluzioni, come quelle che propongono di mettere una “e” al posto della “o” e della “a”, mi paiono assurde, ridicole e totalmente inefficaci». La politica, spiega Villaneuva, non dovrebbe cercare di intervenire sul vocabolario, perché la lingua è definita dall’uso sociale, non da ordini dall’alto: «L’accademia non è in ritardo, è che dobbiamo andare a rimorchio della società. L’accademia non inventa, non propone, non impone, non induce l’uso delle parole, ma solo raccoglie ciò che la società genera».
“RAZIONALE” OFFENDE GLI IRRAZIONALI. Da qui la resistenza al politicamente corretto: «La correttezza politica è una forma di censura perversa, che non procede da un partito, dal governo, o dalla Chiesa. È una censura diffusa, che non sappiamo molto bene da dove viene, e secondo la quale ci sono cose che non si possono dire. C’è gente che pretende che si elimini dal dizionario una determinata parola. E ogni gruppo dice qual è la parola che non vuole che si trovi nel dizionario. Quando il fatto che ne fanno parte significa semplicemente che la gente le usa. L’ambasciata giapponese protesta perché nel dizionario c’è la parola “kamikaze”. Dà fastidio “fare l’ebreo”. E ai gesuiti infastidisce “gesuitico” nel senso di ipocrita. È una cosa che non finisce mai. Tutti i giorni arrivano petizioni. L’ultima diceva che bisogna togliere la parola “razionale” perché è un’offesa agli esseri irrazionali…».
«FACCIO DA ME». La reazione di Carmen Calvo non si è fatta attendere. In un’intervista alla radio Cadena SER ha affermato che lo stato attuale della lingua spagnola «non corrisponde a quello di una democrazia sviluppata» e quanto alla Rae, «ho chiesto per iscritto che l’accademia ci fornisca la sua consulenza. Se la Rae rifiuterà di essere nostra consulente, proseguirò da sola il processo».
Foto Ansa

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