«Sono un soldato islamico». L’Fbi pubblica le parole di Mateen senza la censura di Obama

Il presidente degli Stati Uniti aveva chiesto che per lo stragista di Orlando non si parlasse di «islam radicale» ma solo di «estremismo»

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Barack Obama l’aveva detto: parlare di «islam radicale» non è una «strategia» e siccome «non c’è nessuna confusione su chi siano i nostri nemici», continuerò a parlare degli attentati dei terroristi islamici senza citare la parola “islam”. Ecco perché domenica il dipartimento di Giustizia ha annunciato che l’Fbi avrebbe diffuso le telefonate tra l’autore della strage al club gay di Orlando, Omar Mateen, e il 911 togliendo però ogni eventuale riferimento all’islam, allo Stato islamico o al suo leader Al-Baghdadi.

LO SCOPO DELLA CENSURA. L’obiettivo, ha elaborato il procuratore generale Loretta Lynch, è «non amplificare la propaganda di questo uomo» diffondendo i suoi «giuramenti di fedeltà a gruppi terroristici». L’intento è senza dubbio sensato, ma negli Stati Uniti è sempre più diffusa l’opinione che negare la realtà, omettendo alcuni dettagli mirati, non servirà a vincere la battaglia contro il terrorismo di matrice islamica.

VERSIONE INTEGRALE. La notizia ha sollevato un putiferio tale, che l’Fbi è tornato sui suoi passi e ha pubblicato le telefonate integrali. Mateen afferma di essere un «soldato islamico», ringrazia Allah e Maometto («Lode ad Allah, che le preghiere e la pace siano con il Profeta di Allah») e dedica il suo gesto al Califfato e alla sua gloria. Parole che fanno apparire la definizione della strage di Orlando da parte di Obama quanto meno lacunosa: «Si tratta di estremismo cresciuto entro i confini nazionali». Nella trascrizione integrale fornita ai media, però, non sono comunque state inserite le parole in arabo pronunciate da Mateen, come «Allahu akbar», ma solo una traduzione in inglese.

IL PRECEDENTE. Come scrive Breitbart, media della galassia repubblicana, non è la prima volta che l’Amministrazione Obama modifica una trascrizione. Quando nel 2014 Obama annunciò la liberazione del sergente americano Bowe Bergdahl, tenuto in cattività in Afghanistan per quasi cinque anni e scambiato con cinque jihadisti talebani detenuti a Guantanamo, fece parlare brevemente anche i genitori. Il padre, munito di una barba vistosa, all’inizio del suo intervento disse: «Bismillah al-Rahman al-Rahim», ovvero: «Nel nome di Allah, il più magnanimo, il più misericordioso». La Casa Bianca nella trascrizione ha censurato solo questa invocazione contenuta nel Corano, senza spiegare perché.

Foto Ansa/Ap