Sochi 2014. Il teatrino sui diritti gay in Russia durerà almeno i venti giorni che si meritò il Tibet?

L’Occidente, con la sua tradizionale ipocrisia, cerca in continuazione di lavarsi la coscienza con proclami di grande effetto mediatico ma di scarso impatto pratico

Lo so, voi vorreste che mi esibissi sul caso Guarin-Vucinic. Troppo fresco, troppo facile. Magari la prossima volta. Adesso voglio tornare sulla vicenda di Mario Pescante, il membro italiano del Cio (Comitato olimpico internazionale) che ha attaccato Obama reo di mandare «quattro lesbiche» all’Olimpiade di Sochi.

A parte che a Obama “je rimbalza”, Pescante, avendo toccato, con un fraseggio non particolarmente politically correct, una delle più forti lobby del momento, è stato sotterrato di insulti dalla rete (mi viene male a usare questa espressione). Così si è perso di vista il cuore del problema.

E cioè che l’Occidente, con la sua tradizionale ipocrisia, cerca in continuazione di lavarsi la coscienza con proclami di grande effetto mediatico ma di scarso impatto pratico. Mi spiego: in Russia le libertà civili, non solo quelle dei gay, sono alquanto inesistenti. Lo erano prima dell’Olimpiade, però, e lo saranno dopo. Solo che, passato il circo di atleti, tv e immagini in mondovisione, spariranno anche Obama e tutti gli altri. Come sono scomparsi i libertari di Pechino, quelli che si accorsero, alla vigilia dell’Olimpiade del 2008, che il Tibet era stato occupato dalla Cina nel 1950.
E, a sipario calato, venti giorni dopo, se lo sono dimenticato. L’Occidente dei politicamente corretti è futile come un tweet, 140 caratteri che scalano verso il basso e vengono inghiottiti dal nulla.