Siria, Cervellera: «I cristiani temono i bombardamenti e i ribelli. Se vincono loro, si rischia di tornare al califfato»

Il rischio che l’attacco non colpisca solo obbiettivi mirati, i timori verso i jihadisti, le conseguenze geopolitiche di un’azione armata in un’area così delicata. Intervista a Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia AsiaNews.

Paura per quanto vissuto fin qui, timore che ciò che accadrà nelle prossime settimane possa essere ancora peggio. Lo stato d’animo dei cristiani in Siria è triste e s’accoda alle parole che papa Francesco ha pronunciato negli scorsi giorni: serve stabilità interna al Paese arabo. Non ha senso un attacco armato contro il governo di Assad. «E in più c’è grande paura perché dalla parte opposta ad Assad ci sono i ribelli: una loro eventuale vittoria confinerebbe le comunità cristiane in piccoli ghetti», a parlare è padre Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia AsiaNews, fonte d’informazione primaria per seguire quanto accade in Medi Oriente. A tempi.it spiega tutte le sue perplessità sul possibile intervento armato degli Stati Uniti.

Come stanno vivendo le comunità cristiane questo momento difficile per la Siria?
È chiara la loro posizione: temono un attacco, perché per quanto Obama e gli Stati Uniti promettano un’azione mirata, la paura che i bombardamenti possano colpire anche altri obiettivi c’è. Ma ancor più paura c’è per quello che potranno fare i ribelli: tra di loro ci sono tanti terroristi legati ad Al Qaeda. Con una vittoria, c’è il rischio che si torni ad uno stato simile ad un califfato, dove per i cristiani non ci siano possibilità di essere liberi. In più ci sono tutte le conseguenze geopolitiche legate all’area.

In che senso?
C’è Israele che può essere facilmente coinvolto: se qualcuno dalla Siria andasse ad attaccarlo, oppure se l’Iran si muovesse per difendere la Siria, si rischierebbe di innescare una guerra, per lo meno regionale. Se non addirittura una guerra mondiale: gli Stati attorno non permetterebbero mai a Gerusalemme di attaccare un altro Stato senza che nessuno si muova.

È proprio quello che Philip J. Crowley, ex assistente e portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha spiegato ad AsiaNews, cioè che intorno al conflitto siriano s’intersecano altri conflitti: Hezbollah e Israele, Iran e Arabia Saudita, Al Qaeda e il mondo arabo moderato. Perché gli Usa non lo vogliono capire questo fatto?
Ovviamente, nessuno si è espresso sul fronte americano in questo senso. La mia impressione è che da tempo Obama stia cercando un paravento per nascondere una crisi economica fortissima nel Paese: per ora è stata tenuta a livello vivibile per intervento della Federal Reserve. Adesso non si sa come poter andare avanti per affrontare questo problema, e sui giornali non c’è molto dibattito anche perché si fa molto più spazio al tema siriano. L’altro elemento è un tentativo di Obama di riguadagnare terreno nei confronti di Israele: fino ad ora il rapporto tra queste due parti è sempre stato teso, con il presidente americano che invitava a cercare la pace coi palestinesi, bloccare gli insediamenti… Tutto questo ha consumato il rapporto tra Usa e Israele: la chiave d’interpretazione di questo momento potrebbe essere il fatto che una provocazione alla Siria potrebbe dare poi spazio ad un attacco all’Iran, cosa che Netanyahu minaccia da tempo.

Cosa non torna nelle motivazioni con cui gli Usa vogliono portare avanti l’attacco alla Siria, ovvero l’uso delle armi chimiche?
Ci sono troppe contraddizioni. Ci sono posizioni che cambiano troppo in fretta: Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia all’inizio non erano sicuri dell’uso del gas sarin da parte di Assad, il giorno dopo ne erano certi. Siete sicuri delle prove che avete in mano? Bene, allora condividetele. Invece ancora all’Onu non è stato dato nulla. Gli Stati Uniti poi fanno riferimento a questo dialogo telefonico in cui una personalità del ministero degli esteri siriano domanda informazioni rispetto ad un attacco lanciato proprio con armi chimiche: ma sono prove indirette e insufficienti. Io non voglio difendere il regime siriano che di malefatte ne ha fatte un’enormità, però se si vuole condannare un Paese bisogna essere estremamente cauti, a maggior ragione con tutte le problematiche che girano attorno alla questione siriana.

Anche sull’uso del gas sarin si può controbattere agli Stati Uniti, che ravvisano l’inutilità delle indagini dell’Onu perché il gas andrebbe rapidamente disperso.
Sì. Qui gli Usa dicono che siccome ci sono prove che è stato usato il gas sarin e dato che ci sono prove che Assad possedesse armi chimiche, allora dev’essere stato lui ad usarlo. Ma in realtà abbiamo testimonianze da fonti russe, o anche da persone come Carla Del Ponte dell’Onu, mai molto tenera col regime, che invece parlano di armi chimiche anche nelle mani dei ribelli, che ad esempio sarebbero state usate in attacchi ad Aleppo. Se i dubbi sono così tanti così come i rischi, perché non si spinge per una conferenza di pace?

E le comunità cristiane? Le vediamo in grave pericolo anche in Egitto, dove due settimane fa le rivolte dei Fratelli Musulmani hanno colpito direttamente chiese ed abitazioni.
Ci sono tante comunità, specie a Minya e a Beni Suef, che vivono nel terrore. Ci sono tanti integralisti e salafiti, e l’esercito non riesce ad essere vigilante come al Cairo o ad Alessandria. I Fratelli Musulmani continuano a lanciare manifestazioni: c’è il timore che tutto ciò si ripercuota sulla vita dei cristiani, con incendi di chiese, scuole, case, orfanotrofi.