Ricordano alla sindaca di Brescia che «nessuno nasce da due donne». E lei querela
Lo strabismo culturale della Leonessa d’Italia si fa sempre più marcato: la terra di Paolo VI e di santi e beati come Giuseppe Tovini, Ludovico Pavoni, Angela Merici, Daniele Comboni, Maria Crocifissa Di Rosa, anno dopo anno sembra lasciare il posto a un laicismo aggressivo capace di censurare la libertà di parola e di portare in tribunale una onlus come Pro Vita & Famiglia.
Le critiche di Coghe a Comune e Consulta
I fatti sono questi. Lo scorso luglio, a Brescia, è avvenuta la prima registrazione di un atto di nascita con due madri: una biologica e una intenzionale. La firma è stata apposta dal sindaco della città Laura Castelletti, che ha parlato di «giornata storica». Dal canto suo Jacopo Coghe, presidente di Pro Vita & Famiglia, ha stigmatizzato l’operazione in termini che hanno il torto di non essere sibillini. «Scrivendo nei registri anagrafici del Comune che una bambina è nata da “due madri”», ha sostenuto Coghe, «il sindaco di Brescia Laura Castelletti ha certificato una plateale falsità, con una scelta ideologica che, pur di gratificare il movimento Lgbt, mette nero su bianco una bugia esistenziale: nessuno nasce da due donne».
Nella stessa nota il presidente di Pro Vita & Famiglia non ha dimenticato la genesi della «bugia esistenziale», ovvero la «scellerata decisione dei giudici della Consulta che, violando le prerogative del Parlamento, hanno deciso di legalizzare il furto del papà». È infatti grazie alla sentenza della Corte costituzionale n. 68 del 2025 (definita da Tempi una “gimkana sulla genitorialità”) che una simile registrazioni è potuta avvenire. Per citare le quattro chiare, brevi e definitive parole utilizzate da Assuntina Morresi su Avvenire, «arrendendosi al fatto compiuto» la Corte ha dichiarato incostituzionale la parte della legge 40 che non prevedeva la possibilità per il figlio, nato tramite procreazione medicalmente assistita effettuata all’estero, di essere immediatamente riconosciuto anche dalla cosiddetta “madre intenzionale”, che in una coppia lesbica altro non è che la partner della madre biologica.
La querela della giunta
Sembrava finita lì: un atto politico-amministrativo da una parte, una critica cristallina dall’altra. Passata l’estate, invece, Laura Castelletti ha deciso di denunciare Pro Vita & Famiglia. Lo ha fatto, peraltro, con una delibera della giunta comunale approvata all’unanimità, componente cattolica compresa. La giunta ha dunque autorizzato il sindaco a presentare querela «a tutela del Comune di Brescia», riservandosi anche di costituirsi parte civile e di richiedere un risarcimento per i danni d’immagine arrecati al Comune. Per la Castelletti il comunicato di Jacopo Coghe avrebbe «superato i limiti di quanto la libertà di espressione e di critica consenta».
Peccato che quanto a critiche scagliate, Laura Castelletti vanti un curriculum di tutto rispetto. Nel 2016, nelle vesti di vicesindaco, diede dell’omofobo a don Giorgio Rosina, giovane sacerdote molto amato in città. Lo fece con un tweet indirizzato ai suoi amici delle Caramelle in piedi (realtà Lgbtq nata in contrapposizione alle bresciane Sentinelle in piedi) nonché allo stesso sacerdote. Tempi diede conto ai suoi lettori sia del borioso tweet che della polemica che ne seguì. Va detto che in quel frangente, data la stima che accompagnava il sacerdote della centralissima parrocchia di Sant’Afra, parte della città si ribellò, tanto che l’opposizione di centrodestra rivolse un’interrogazione all’allora sindaco Emilio Del Bono che si rivelò infuocata.
La “tolleranza” di Laura Castelletti
Lungi dal finire lì, però, la vicenda ebbe uno strascico a metà strada tra un film di Hitchcock e uno di Alvaro Vitali. Imbarazzando tutti, maggioranza comunale compresa, lo stesso giorno dell’interrogazione a Palazzo Loggia l’attuale prima cittadina di Brescia, allora vice di Del Bono, piazzò un “like” al post di un dipendente comunale, il quale riferendosi a cinque ragazzi di Gioventù nazionale che contestavano silenziosamente l’attacco della Castelletti a don Giorgio Rosina, su Facebook aveva scritto: «Sono orribili, bisognerebbe metterli a Bergen Belsen». Il giorno seguente, ai giornali locali che le chiedevano spiegazioni, Laura Castelletti rispose che il senso del suo “mi piace” era stato travisato, e che per quei ragazzi la visita al lager in cui morì Anna Frank era da intendersi solo a scopo (ri)educativo. Tempi raccontò anche questo stupefacente “sequel”.
In quella circostanza, difendendo quei “suoi” giovani attivisti, Giorgia Meloni commentò così l’intero episodio: «La scorsa settimana Laura Castelletti, vicesindaco e assessore alla Cultura di Brescia, ha definito omofobo chi non condivide la nuova legge sulle unioni civili voluta dal governo Renzi. In occasione della protesta dei ragazzi di Gioventù nazionale ha dato il peggio di sé, condividendo sui social network la posizione di chi auspicava addirittura i campi di concentramento per chi la pensa in modo differente da lei». Per poi aggiungere: «Si fanno chiamare democratici e questa hanno il coraggio di chiamarla tolleranza». Ironia della sorte vuole che uno di quei ventenni che difesero il sacerdote bresciano fosse Paolo Inselvini, cioè l’eurodeputato italiano più giovane e più orgogliosamente pro life che oggi siede sugli scranni di Strasburgo.
L’opposizione contro gli assessori di parrocchia
Stanti i “precedenti” della prima cittadina Castelletti, nei giorni scorsi Fabio Rolfi, Massimo Tacconi e Michele Maggi, tre consiglieri della Lega a Palazzo Loggia, hanno avuto buon gioco a definire la decisione «di procedere per via giudiziaria per il presunto reato di diffamazione contro Pro Vita & Famiglia […] una vera e propria caduta di stile del primo cittadino e di tutta la sua squadra». «Un esponente politico», scrivono i consiglieri di opposizione in una nota, «specialmente se dotato di incarichi di governo, affronta i dibattiti politici […] nelle aule preposte, non nei tribunali, ricercando condanne per chi la pensa diversamente. […] Questo modo di procedere segna l’insofferenza verso le idee altrui, minaccia la libertà di pensiero (il Comune porta in tribunale chi la pensa diversamente), testimonia la disattenzione di chi governa, che spreca tempo e risorse in battaglie ideologiche»
Fabio Rolfi, ex assessore a Palazzo Lombardia, coadiuvato dagli altri due consiglieri di opposizione, riserva l’ultimo appunto a quei cattolici del governo di sinistra bresciano che dall’“era Martinazzoli” in avanti sembrano aver totalmente tagliato i ponti con la vera anima di Brescia: una città che alla Chiesa locale non solo deve moltissimo, ma che sui frutti dell’illuminato cristianesimo sociale bresciano vive ancora di rendita. «Singolare inoltre apprendere», concludono quindi i tre leghisti intorno alla querelle Comune-Pro Vita & Famiglia, «che questa decisione prettamente politica e che punta il dito contro associazioni cattoliche che legittimamente esprimono il proprio pensiero […] sia stata votata all’unanimità in giunta: anche assessori come Muchetti e Manzoni, sempre in prima fila nelle parrocchie cittadine, hanno ceduto il passo a una impostazione repressiva nei confronti dei valori che a voce dicono di difendere. È la realpolitik, ovvero la difesa del potere».
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1 commento
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Purtroppo non è una novità. Spiace soprattutto vedere politici cattolici che dimenticano i valori umani della fede o perlomeno hanno una maledetta paura di difenderli forse per paura di perdere il “cadreghino”. Ne abbiamo un esempio anche a Lecco con il sindaco cattolicissimo e oratoriano Gattinoni che presenzia senza commenti agli eventi LGBTQ+ etc etc.