Quindi è vero: per il Comune di Brescia chi contesta le unioni civili merita la rieducazione

Interrogazione in Consiglio sul vicesindaco che accusa di “omofobia” un prete contrario alle unioni gay. Del Bono non risponde, la Castelletti rincara la dose

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Con un tweet indirizzato ad un gruppo di attivisti Lgbt, Laura Castelletti, vicesindaco di Brescia, dà dell’omofobo a un giovane sacerdote colpevole di essere contrario alla legge sulle unioni civili. Lo scorso giovedì a Palazzo Loggia era prevista un’interrogazione indirizzata a Emilio Del Bono, sindaco piddino della città. L’intento dell’opposizione era quello di fare finalmente chiarezza a beneficio dei molti bresciani desiderosi di capire: di fronte all’iniziativa “strong” del suo vice, il sindaco si sarebbe smarcato oppure avrebbe avallato? Prima di raccontare il surreale esito del rovente Consiglio comunale, non è inutile narrare qualche tappa di avvicinamento vissuta dalla città prima dell’appuntamento istituzionale.

IL PRIMO GIORNALE IN SILENZIO. Sull’offensiva del vicesindaco era intervenuto in difesa del sacerdote anche il senatore Carlo Giovanardi, il quale, con l’intento di dimostrare che «misogini, razzisti e omofobi i cattolici non lo sono mai stati, anzi», aveva indirizzato un’accurata lettera di taglio storico ai vari quotidiani cittadini. Tra questi, ovviamente, il Giornale di Brescia. Ma che succede? Il quotidiano più diffuso in città – e solo questo – non pubblica la lettera. Giovanardi chiama la redazione, ma con una toppa peggiore del buco il caporedattore risponde: «Come facciamo a pubblicare una lettera se di questo caso non abbiamo parlato?». E così, mentre le opposizioni si preparavano a portare a Palazzo Loggia il caso politico; mentre l’opinione pubblica e gli altri giornali (Corriere compreso) non smettevano di parlare del pasticciaccio brutto, il giornale più importante di Brescia pensava bene di ignorare totalmente l’argomento. Mancherebbe ancora un dettaglio: il direttore del quotidiano è la zia del vicesindaco Castelletti.

ARCOBALENO IN COMUNE. Arriviamo a questi giorni. Via Facebook rappresentanti dell’Arcigay locale fanno pressione al sindaco perché questi metta in bella mostra la bandiera arcobaleno sulla facciata del Comune. Del Bono, che per la strage di Orlando aveva già fatto issare la bandiera a stelle e strisce, si affretta subito a riorganizzare l’operazione, uscendo con una comunicazione che si preoccupa personalmente di postare nelle discussioni aperte su Fb dagli esponenti del mondo Lgbt: «In ricordo dei caduti, una bandiera degli Stati Uniti d’America listata a lutto è stata issata sul portale d’ingresso di palazzo Loggia e, a partire dalle 18 di oggi, mercoledì 15 giugno, il tetto del palazzo sarà illuminato con i colori della bandiera Arcobaleno». Arcobaleno – da notare – con la lettera maiuscola. Tirata via dall’asta la bandiera degli States, quindi, la facciata di Palazzo Loggia viene “disciplinatamente” illuminata. Ma che quelle luci colorate rappresentino più che altro un trofeo lo racconta plasticamente una foto di Fabrizio Benzoni, il consigliere bresciano decisamente più gay-friendly, militante nella lista civica del vicesindaco. Benzoni, con altri 4 giovani amici, dimentico forse dei tanti ragazzi uccisi in Florida, si fa immortalare mentre salta e sorride felice davanti a un Palazzo Loggia finalmente “rainbow”.

L’INTERROGAZIONE. Arriviamo così a giovedì 17, giorno dell’interrogazione al sindaco. Un’interrogazione moderata e meticolosamente supportata da articoli di Dichiarazioni e Convenzioni riguardanti il rispetto delle libertà fondamentali, quella di espressione in primis. Un’interrogazione finalizzata a far tornare nella città un clima sereno e rispettoso, insieme a una sana laicità (qui il testo in pdf). L’attenzione, dunque, ora è tutta su Emilio Del Bono. Su di lui gli occhi e il fiato di un salone comunale pieno di cittadini. Ma ecco l’ennesimo colpo di scena: al momento di rispondere, visibilmente irritato, il sindaco si rifiuta di parlare. «Non è una questione amministrativa», taglia corto, e definisce l’interrogazione con una serie di aggettivi che nell’ottica del rapporto città-chiesa locale saranno destinati a rimanere a lungo nella memoria: «Irricevibile, insopportabile» e soprattutto «irrispettosa».

OPPOSIZIONE SCATENATA. Per il sindaco di Brescia non è “irrispettoso” che il suo vice calunni gratuitamente un sacerdote della diocesi. No. È irrispettoso che dall’opposizione gli venga chiesto di esprimersi sul caso. Il salone di Palazzo Loggia si trasforma in un ring infuocato: il consigliere Maione (FI) chiede al presidente del Consiglio comunale la convocazione della conferenza dei capigruppo per costringere il sindaco a parlare; Adriano Paroli (l’ex sindaco della città) domanda la parola “per fatto personale”, dal presidente gli viene negata e lui rimane in piedi per protesta; Paola Vilardi, rivolgendosi a una Castelletti rimasta muta per tutto il tempo muta, lamenta che sarebbero bastate le sue semplici scuse (mai arrivate) per evitare alla città una fibrillazione durata due settimane; Francesco Onofri, consigliere che per equilibrio e posatezza gode di una stima bipartisan, sbotta e formula una “formale censura” per il sindaco reticente. Ma Del Bono non parla.

UN “LIKE” PER IL LAGER. Sembra tutto finito. Non sono passate neanche due ore dalla fine del Consiglio che la Castelletti ci ricasca. «Sono orribili, bisognerebbe metterli a Bergen Belsen», scrive sulla bacheca del vicesindaco un collaboratore del Comune riferendosi a cinque giovani di Fratelli d’Italia che in silenzio, mostrando uno striscione, contestano il vicesindaco. L’ipotesi di inviare gli avversari politici nel lager in cui morì Anna Frank non sembra dispiacere alla Castelletti. Tanto che ci piazza un “like”. Ai giornali che il giorno dopo la interrogano stupefatti, dirà che il giro era solo a scopo pedagogico. Così a Brescia, la città natale delle Sentinelle in Piedi e di Massimo Gandolfini, è già possibile assaporare la fase due del ddl sull’omofobia.

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