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L’Iran sta perdendo la guerra (economica)

Di Leone Grotti
10 Settembre 2026
La guerra asimmetrica di Teheran ha messo in difficoltà gli Stati Uniti. Ora però sono gli Usa a strangolare il regime islamico bloccando il petrolio
Una donna piange in un cimitero di Teheran la morte dei suoi cari durante la guerra tra Iran e Stati Uniti
Una donna piange in un cimitero di Teheran la morte dei suoi cari durante la guerra tra Iran e Stati Uniti (foto Ansa)

All’Iran resta soltanto l’escalation militare per far fronte a una situazione che non aveva previsto e che potrebbe compromettere l’andamento del conflitto per Teheran: il blocco navale americano iniziato il 14 luglio funziona meglio di quello dello Stretto di Hormuz.

La guerra economica fa male all’Iran

Da metà luglio il regime non riesce più a esportare petrolio e i carichi su petroliere, che comunque non mettono più la prua fuori dal Golfo, sono calati dell’85% rispetto a febbraio. Fino ad ora, la Repubblica islamica ha mantenuto fisse le entrate grazie a riserve già stoccate al di fuori dallo Stretto di Hormuz e vendute nel corso delle settimane. Ma di questi 140 milioni di barili di greggio ne restano ormai soltanto 80 milioni. Tra pochi mesi, dunque, l’Iran dovrebbe finire le scorte e incorrere in seri problemi di budget.

La disponibilità di benzina, invece, è già un problema. La mancanza del carburante ha portato a chiudere molte stazioni di servizio in tutto il paese, costringendo gli iraniani ad aspettare anche due ore in coda per rifornirsi in quelle rimaste aperte, che spesso limitano l’acquisto a 20 litri.

In media il paese ha bisogno di 135 milioni di litri di carburante al giorno ma la produzione interna può coprire soltanto l’80 per cento del fabbisogno. Teheran per ora sta intaccando le scorte, ma anche queste finiranno presto. Anche per questo il prezzo della benzina è raddoppiato, il rial è precipitato da circa un milione per dollaro un anno fa a oltre 2,2 milioni, 450 mila posti di lavoro sono andati in fumo, l’inflazione media su dodici mesi è arrivata al 69,9 per cento, mentre i prezzi di alimentari, bevande e tabacco aumentano a un ritmo quasi doppio.

Un manifesto di propaganda a Teheran celebra la vittoria del regime sugli Usa, ma l'Iran è sempre più in difficoltà
Un manifesto di propaganda a Teheran celebra la vittoria del regime sugli Usa, ma l’Iran è sempre più in difficoltà (foto Ansa)

Il petrolio passa dallo Stretto di Hormuz

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti stanno riuscendo a scortare sempre più petroliere al di fuori dello Stretto di Hormuz. Secondo la Cnn, il 2 settembre le forze Usa avrebbero scortato attraverso Hormuz 40 navi commerciali che trasportavano circa 18 milioni di barili di petrolio, un record dall’inizio della guerra. Sommando l’aumento dei volumi di greggio che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti riescono a esportare via oleodotto, si raggiungono quasi i livelli pre-guerra.

E per gli analisti di Goldman Sachs, i flussi medi sono in continua crescita e si avvicinano ai due terzi di quanto transitava prima del 28 febbraio da Hormuz.

L’Iran alza il livello dello scontro

L’Iran sta dunque perdendo la sua leva principale in questo conflitto, quella economica, oltre alla sua scommessa principale: rendere insopportabile per gli Stati Uniti, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni di Midterm, il costo del conflitto.

Ed è per questo che Teheran da una parte ha assunto toni più concilianti per quanto riguarda una ripresa dei colloqui di pace sulla base del Memorandum d’intesa firmato a giugno, dall’altra per arrivare in posizione di forza al tavolo delle trattative sta cercando di alzare il livello dello scontro.

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Basi attaccate e petroliere affondate

Sabato l’Iran ha attaccato due navi da guerra americane con missili balistici, costringendo gli Usa a rispondere distruggendo tre petroliere iraniane. Martedì i Guardiani della Rivoluzione hanno di nuovo attaccato la Marina americana. Lo stesso giorno, gli Houthi in Yemen, alleati dell’Iran, hanno compiuto un’offensiva contro l’Arabia Saudita, distruggendo infrastrutture petrolifere e ferendo 73 persone. Come reazione, gli Stati Uniti hanno distrutto cinque petroliere iraniane. «Ogni volta che l’Iran prenderà di mira navi della Marina Usa, perderà petroliere», ha dichiarato il segretario di Stato americano, Marco Rubio.

Per tutta risposta, il regime islamico ha attaccato una base militare americana in Giordania e due navi americane, otto petroliere e altre dieci imbarcazioni, secondo quanto dichiarato (e smentito dagli Usa) dai Pasdaran.

Ci resta solo l’escalation

L’escalation alla quale l’Iran vorrebbe costringere gli Usa è un segnale che Teheran è in difficoltà. E ieri il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione, Hossein Mohebi, è tornato a parlare di trattative: «Se il nemico vuole porre fine a questa situazione, deve porre fine del tutto a questa guerra, evitare nuove minacce, far ritirare le forze israeliane dal confine con il Libano, porre fine al blocco dello Yemen, rilasciare i 24 miliardi di dollari di asset iraniani congelati ed evitare interferenze nelle capacità nucleari e missilistiche di Teheran».

Ma in questo momento Trump potrebbe non essere più così interessato a sedersi attorno a un tavolo per discutere con gli esponenti del regime. Ora che gli Usa sono tornati in vantaggio, la tentazione di strangolare il regime, magari spingendo la popolazione a tornare in piazza a protestare, è fortissima.

L’esito della guerra economica è però tanto incerto quanto quello della guerra militare. Più volte il regime degli ayatollah è stato dato per morto e invece si è sempre dimostrato capace di resistere a tutto. E se la Repubblica islamica si ritrovasse davanti a una minaccia esistenziale per la propria sopravvivenza, i Guardiani della Rivoluzione potrebbero anche essere spinti a colpire i paesi del Golfo così duramente da costringerli a entrare in guerra. Allargando così il conflitto in modo definitivo e portandolo su un terreno sconosciuto e disastroso.

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