Serie A, serie beffe

Di Sandro Bocchio
26 Maggio 2026
Allegri e Comolli fanno affondare Milan e Juve fuori dal calcio che conta, mentre Gasperini e Fabregas riscrivono la gerarchia della Champions
I giocatori del Como festeggiano la vittoria e la Champions League al termine della partita di Serie A tra US Cremonese e Como 1907, disputata il 24 maggio 2026 allo stadio Giovanni Zini di Cremona (foto Ansa)
I giocatori del Como festeggiano la vittoria e la Champions League al termine della partita di Serie A tra US Cremonese e Como 1907, disputata il 24 maggio 2026 allo stadio Giovanni Zini di Cremona (foto Ansa)

Il dopocena della beffe, così è andata in archivio l’ultima giornata di Serie A. Un campionato che appare sempre più marginale rispetto alle altre leghe europee – per contenuti e fatturato -, ma che ha saputo offrire un finale con colpi di scena, almeno per quanto riguarda la prossima Champions League. E causando bruciori di stomaco alle tifoserie di due grandi come Milan e Juventus.

Ma se i bianconeri si erano auto-azzoppati cadendo in casa con la Fiorentina una settimana prima, i rossoneri hanno saputo fare di peggio perdendo in casa contro un Cagliari già salvo, tra sconcerto e rabbia dei presenti a San Siro. Per carità, nulla di nuovo.

Il Diavolo nel pallone, Juve fine corsa

Dopo aver cullato l’ipotesi scudetto alla fine di un’andata chiusa a -3 dalla capolista Inter, il Milan si è attorcigliato sui suoi limiti dopo la vittoria nel derby di ritorno: 10 partite con 6 sconfitte (di cui 3 interne) e contro avversarie ampiamente alla portata. Un fallimento tecnico e dirigenziale, con Massimiliano Allegri che stavolta non ha saputo nemmeno dare una svolta caratteriale al gruppo e con un sottobosco di graduati che ha pensato più a litigare che a costruire. Avviene, quando una proprietà straniera non impone un proprio nome di riferimento quale uomo forte. Cosa che Zlatan Ibrahimovic, sempre e solo impegnato a costruire la propria immagine, non può essere.

Un uomo forte che avrebbe dovuto essere Damien Comolli alla Juventus, che da John Elkann ha avuto carta bianca, trasformatasi in carta straccia. Qui era stato rivoluzionato per l’ennesima volta lo staff operativo per darlo in mano a chi godeva di solida fama all’estero. Ma non è detto che certe ricette – vedi i famosi algoritmi da adoperare sul mercato – siano applicabili ovunque. Occorre temperarle con la tradizione, fatta di un ambiente da ricostruire, come quello bianconero. L’algido Comolli non c’è riuscito, come non è riuscito a raddrizzare una stagione segnata dall’ennesimo cambio tecnico in corsa. Niente scudetto, niente qualificazione Champions.

Sarà la meno affascinante e meno remunerativa Europa League. Da affrontare, allo stato attuale delle cose, con Luciano Spalletti in panchina e Comolli chissà dove. Non si è perso invece tempo in casa rossonera, dove il patron Gerry Cardinale ha fatto fuori tutti il lunedì successivo al flop di San Siro (dove era presente, e contestato): da Allegri all’ad Furlani, passando per gli uomini mercato Tare e Moncada.

La zampata di Gasperini e la vendetta sul lago di Fabregas

Le due delusioni sono state controbilanciate da due sorprese, in chiave Champions. Relativa quella della Roma, ma inaspettata per come si erano messe le cose dopo il burrascoso divorzio da Claudio Ranieri, sconfitto nel duro confronto con Gian Piero Gasperini. Ha avuto ragione il tecnico che, nonostante le critiche personali al mercato, ha trasformato il gruppo in squadra vera, come solo lui sa fare. Il carattere sarà spigoloso, ma Gasperini è uno dei pochi che dispone i giocatori con criterio e idee: le cinque vittorie consecutive nel finale hanno tramortito la concorrenza.

Sorpresa assoluta è invece quella del Como, che si immaginava percorrere la stessa dinamica dell’Atalanta gasperiniana, ma non a tale velocità. Quattro vittorie nelle ultime cinque giornate hanno permesso di agguantare la prima storica qualificazione europea (e che Europa!) a un club che, ricordiamolo, saliva in Serie B nel 2021. Con buona pace di tutti, è la vittoria del progetto indonesiano della famiglia Hartono. Potranno anche rendere Como una nuova Venezia, che piace alla gente che piace, visti i costi in riva al lago. Ma non pensiamo che i tifosi schifino l’opportunità di ritrovarsi in Champions, in uno stadio dove i lavori di rinnovamento sono subito partiti dopo l’ultima di campionato.

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Un Como che ha saputo anche andare oltre le malignità social di giornalisti del settore e tifosi incattiviti, pronti a dire che non c’è un italiano in squadra e che Cesc Fabregas è un “giochista” incapace di ottenere risultati sul campo. Risultato: il catalano ha chiuso al quarto posto, è arrivato in semifinale di Coppa Italia e suggeritegli quale italiano avrebbe dovuto pescare in un movimento che non sarà presente all’imminente Mondiale (come accade da tre edizione in qua). E a naso, vista la forza e i progetti del club, non dovrebbe ripetere il percorso del Girona, qualificato alla Champions due stagioni or sono e appena retrocesso dalla Liga.

Il fattore Marotta e il solito Cairo “Anonimo Granata”

I successi di Fabregas certificano, inoltre, le strategie vincenti dell’Inter. La passata stagione avrebbe voluto il tecnico del Como, ha ripiegato su Cristian Chivu: è stato subito scudetto+Coppa Italia, a lenire le delusioni europee. Ma qui resta sullo sfondo il discorso sul valore complessivo del nostro movimento, mentre non si discute la capacità infinita di fare calcio che possiede Beppe Marotta. Lui sì uomo giusto al posto giusto, con buona pace di Juventus e Milan. È stata un’ultima giornata in cui ha finalmente sorriso Eusebio Di Francesco, sempre troppo bistrattato dalla critica, bravo a regalare un’altra salvezza al Lecce.

È stata un’ultima giornata in cui la contemporaneità è saltata per i fattacci del derby di Torino, che hanno certificato l’incapacità di tagliare i ponti con personaggi che avvelenano i nostri stadi e pretendono di decidere se si debba giocare o no. Questo lo deve fare una Lega Serie A che, comunque, non ha brillato sotto tale aspetto: da Milan-Como da disputare a Perth alla contemporaneità ballerina del penultimo turno per la concomitanza tra derby di Roma e finale di tennis degli Internazionali di Italia.

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Due esempi in cui a dichiarazioni spericolate («La finale di Coppa Italia è un evento cresciuto nel tempo, al livello di qualsiasi finale di Champions, che fa onore al nostro Paese», così disse l’ad Paolo De Siervo) non seguono passi avanti concreti per rilanciare il nostro calcio che, a proposito di Champions, non la solleva dal 2010, quattro anni prima dell’ultima partecipazione a un Mondiale.

Tante parole, pochi fatti: una abitudine per i tifosi del Torino, che ha chiuso dodicesimo, peggior risultato delle ultime cinque stagioni. Urbano Cairo è «contento» per il pareggio in rimonta nel derby e la buona stampa di cui gode in casa propria non gli chiederà conto dell’ennesima stagione da Anonimo Granata. La schiena diritta con le squadre degli altri.

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